NOTE SULL’AUTORE: Stefano Beggiora si occupa di società e culture orientali, con particolare attenzione all’India, già dagli inizi degli anni ’90. Specializzato nello studio dello sciamanismo e delle culture tribali lavora dal 1998 nello stato dell’Orissa, conducendo ricerche di taglio antropologico e attività di cooperazione allo sviluppo. In questi ultimi anni ha inoltre svolto missioni di studio anche in Assam, Arunachal Pradesh e in Mongolia. Ha collaborato con molte università italiane, fra cui ‘La Sapienza’ e ‘Tor Vergata’ di Roma, la ‘Bicocca’ di Milano, l’Università degli studi di Torino, Padova, Siena, l’Aquila e altre partecipando a convegni, seminari e pubblicando articoli per riviste scientifiche specializzate nazionali e internazionali. Nel 2003 pubblica, per la collana Antropologia culturale e sociale della casa editrice Franco Angeli (Milano), il libro: Sonum: spiriti della giungla. Lo sciamanismo delle tribù Saora dell’Orissa, di cui è in preparazione un seguito. Esperto in fonica e tecniche audio-visive, ha realizzato una decina di documentari relativi ai temi di studio in India e in Mongolia. Già laureato in Lingue e Letterature Orientali (Hindi) presso l’Università degli Studi Ca’ Foscari di Venezia, dal 2006 è Dottore di Ricerca in Civiltà dell’India e dell’Asia Orientale. Nel 2007 conduce un progetto di monitoraggio economico del Fondo Sociale Europeo a Mumbai relativo alle imprese italiane in India e ai comparti formativi universitari. E’ imminente la pubblicazione di un secondo libro di taglio economico e socio-politico sul Subcontinente indiano. Attualmente, Stefano Beggiora insegna a Venezia e a Bolzano e, parallelamente alle attività di ricerca scientifica, promuove progetti di formazione e mediazione culturale fra Italia e India.

La distesa piatta e brulla della steppa si tinge gradatamente di vegetazione in direzione dei rilievi di

Sciamano ritratto durante la celebrazione di un rituale kamlanie
Sciamano ritratto durante la celebrazione di un rituale kamlanie

Bogdkhan Uul e Tsetseegun, in Mongolia centrale. Un’ampia e verdeggiante vallata, ricca di pini e attraversata da torrenti che discendono lungo i blocchi granitici dei rilievi circostanti, circonda ed accompagna per alcuni chilometri l’antica strada d’accesso alla Manzshir Khiid. La zona, situata approssimativamente fra Ulaan-Baatar, la capitale mongola, e Zuunmod il capoluogo dell’aimag di Töv, è oggi uno splendido parco nazionale dove vivono indisturbate alcune fra le specie protette caratteristiche della fauna del territorio, come la volpe, la marmotta, il cervo e il lupo.
Proprio qui, in questo territorio selvaggio, già dal 1733, si insediò uno fra i maggiori complessi monastici buddhisti della Mongolia, noto appunto col nome di Manzshir. I templi erano all’incirca una ventina e si calcola che il complesso potesse ospitare più di trecento monaci. Come testimoniano alcune foto d’epoca, attorno a tale centro religioso e culturale, vi era una vera e propria fervente cittadella in cui vivevano i molti inservienti, i novizi e i laici del monastero che svolgevano i più diversi compiti. E’ interessante notare come si trattasse di una sorta di paese mobile fatto di ger (pronuncia ‘gher’), le tradizionali abitazioni dei nomadi mongoli, costituite da una pesante tenda di feltro. Pertanto il villaggio circostante, la cui vita gravitava attorno a quella del centro monastico, risultava per sua natura flessibile, mutevole a seconda del periodo, della stagione e degli eventi. Tragicamente, durante le purghe del 1932, l’intero complesso fu letteralmente raso al suolo e scomparve dalla storia. Oggi, in una vallata immersa nel silenzio, solo i ruderi degli antichi templi costruiti in pietra rimangono a ricordo di un brillante passato. Un’unica struttura, oggi restaurata, si dice ospiti annualmente alcune funzioni religiose, ma al contempo espone, come una sorta di museo della memoria, pochi pregevoli pezzi che si salvarono dal disastro. Al piano superiore, inoltre, vi è una ricca raccolta fotografica e alcune ricostruzioni che illustrano la struttura del complesso prima del ’32.
Documentiamo tuttavia come la sorte della Manzshir Khiid sia stata effettivamente la medesima della maggior parte dei centri religiosi buddhisti della Mongolia durante questo travagliato periodo storico. E’ indubbiamente ardua, in tale contesto, l’analisi delle ragioni politiche che portarono a tale sviluppo degli eventi, ma il solo attenerci ai dati delle fonti ufficiali mongole ci pare significativo. Si calcola che,

Un ovoo nella steppa di Kharhorin
Un ovoo nella steppa di Kharhorin

precedentemente alla rivoluzione del 1921 e alla successiva proclamazione della Repubblica Popolare, il buddhismo fosse diffuso a tal punto che quasi un terzo della popolazione maschile fosse composto da religiosi. Le fonti segnalano la presenza di oltre 110.000 monaci, fra anziani, novizi e Lama distribuiti in circa 700 monasteri nell’intero territorio mongolo. Al di là di un approccio meramente ideologico, affermeremo che il governo vedesse, almeno in parte giustificatamente, una forte concorrenza – se non un’aperta opposizione – in questi centri, non solo intellettuali e di culto, ma che detenevano sicuramente anche un certo potere politico ed economico. La necessità di manodopera, in un’ottica di progettazione di sviluppo nazionale, e una politica di dissuasione dei giovani all’intraprendere una vita di celibato monastico, in un piano di rivoluzione demografica del territorio mongolo, sfociarono ben presto nella pratica sistematica di espropriazione dei beni e dei possedimenti degli stessi monasteri e della loro ridistribuzione al popolo. Fu però successivamente al 1937 che tale situazione interna precipitò tragicamente durante il regime di terrore di Choibalsan. Centri monastici e templi cominciarono ad essere saccheggiati, distrutti e dati alle fiamme. Opere d’arte e oggetti rituali di varia epoca e indubbiamente di estremo valore andarono perduti per sempre. Se pure i giovani, i novizi e gli studenti furono risparmiati e plausibilmente destinati ad altre occupazioni, si afferma che oltre 17.000 religiosi di rango più elevato furono arrestati, deportati o ancora giustiziati dalla polizia segreta. E’ il periodo più buio per la nazione, il periodo dei gulag, il tempo della follia ideologica. E’ interessante notare come in tale politica di sistematica distruzione e smantellamento di una realtà comunque complessa e storica della Mongolia, si ritenne che solo quattro fra i maggiori monasteri dovessero essere risparmiati, per realizzarne una sorta di musei del ‘periodo feudale’.
Oggi, a Ulaan Baatar, a poca distanza dalla piazza di Sükhbaatar, sorge una sorta di galleria memoriale in cui è esposta un’infinita teoria di pannelli lignei in cui, a caratteri dorati, sono ricordati i nomi delle vittime di questo periodo storico. L’edificio è degno di attenzione, tuttavia poco conosciuto e frequentato; oltre ad una collezione di lettere, rapporti e vari altri documenti, conserva una raccolta di reliquie e interessantissime fotografie dell’epoca. Un forte senso di contrasto è dato dai coloratissimi manifesti, i murales e le opere di  più o meno giovani artisti mongoli di taglio propagandistico, di revisione o di aperta accusa nei confronti di un passato che, per quanto doloroso, fa parte della memoria storica della nazione.
Fra i pochi che furono risparmiati degli oltre 700 monasteri andati perduti, sempre in centro a Ulaan Baatar, vi è il maestoso complesso di Ganden; circondato da un recinto che delimita uno spazioso cortile, racchiude numerose strutture templari e una ricca biblioteca. La sezione più antica risale alla prima metà del XIX secolo e sebbene sia rimasta pressochè indenne dopo il 1937, la magnifica immagine di Avalokiteśvara in oro e

Immagine di Avalokitesvara del monastero di Ganden, Ulaan Baatar
Immagine di Avalokitesvara del monastero di Ganden, Ulaan Baatar

bronzo che essa racchiudeva, fu demolita e successivamente fusa per ottenerne i materiali di costruzione. Si dice infatti che tale statua fosse di enormi proporzioni e raggiungesse i venti metri d’altezza. Oggi è possibile osservarne una riproduzione in rame smaltato, ancora più imponenente. I tre piani del gonpa si sviluppano tutto attorno alla forma di Migjid Janraisig, ‘il Signore che guarda in ogni direzione’. Completata nel 1997, la statua pesa circa venti tonnellate; lavorata in oro su cui sono incastonate più di duecento pietre preziose, è drappeggiata con metri di pregiate sete indiane.
Ganden sembra quindi essere oggi il simbolo della rinascita religiosa della Mongolia e di una spinta all’apertura e al recupero di una parte della propria tradizione culturale. Una tendenza che si esplicita in un senso di contrasto architettonico che non può lasciare indifferenti. Così come a Kharkhorin l’immenso complesso di Erdene Zuu, il primo centro lamaista mongolo, testimonia una fervente vita religiosa al riparo dell’ampio e candido muro di cinta costellato da 108 stupa, così al contempo internamente si documenta minuziosamente come il complesso fosse ancora più vasto prima della distruzione. Così anche a Baganuur, se da un lato procedono i lavori di edificazione di un nuovo e moderno monastero, dall’altra, oltre la zona industriale dismessa delle vecchie miniere di carbone, oltre ancora le decadenti rovine di un’immensa base militare sovietica oggi abbandonata, solo il silenzio e l’erba secca della steppa ricoprono poche pietre disperse che testimoniano l’antica presenza di un centro religioso.
Osserveremo inoltre come l’attenzione e l’impegno al recupero della religiosità non riguardi del resto solo il buddhismo. E’ noto infatti come la prima metà del secolo scorso sia stata un’epoca travagliata anche per lo sciamanismo tradizionale mongolo. Sotto l’accusa di arretratezza e superstizione, molte delle catene iniziatiche di trasmissione della conoscenza all’interno dei clan furono troncate per sempre. Purtuttavia i numerosi ovoo, le caratteristiche piramidi di pietre e altre offerte in onore degli dei e agli spiriti della natura , ancora marcano la geografia sacra della steppa mongola e testimoniano come la tradizione sciamanica sia sopravvissuta fino ai nostri giorni. Con cura meticolosa i nuovi sciamani recuperano o ricostruiscono i vecchi paraphernalia per celebrare gli antichi riti della propria terra. Non solo essi sono riconosciuti oggi dal governo, ma proprio uno ‘sciamano di stato’ benedice pubblicamente la bandiera, di fronte alle autorità, durante la festa nazionale del Naadam.
Peculiare dunque questo processo di restaurazione di un passato che sembra ogni giorno più irrecuperabile. Ma tale è lo scenario odierno in Mongolia, dove purtroppo la catena della tradizione sciamanica sembra

Murales ad Ulaan Baatar, ufficiale interroga un lama
Murales ad Ulaan Baatar, ufficiale interroga un lama

essere stata troncata in maniera incontrovertibile e le tradizioni dei nomadi della steppa stanno velocemente scomparendo. A fianco dell’interesse più propriamente politico per una tradizione che sia mongola e non importata dall’esterno, registriamo anche la presenza di una componente fortemente economica di matrice occidentale che dà vita ad un improprio revival. In altre parole, abbiamo notato come oggi in Mongolia, vi sia la tendenza al recupero culturale di ogni aspetto tradizionale e religioso e della sua parziale restaurazione alcuni decenni dopo l’atroce periodo delle purghe. Se tale processo è in parte possibile col buddhismo, sembra non esserlo affatto con lo sciamanismo, in quanto una discendenza iniziatica, una volta troncata, non la si può reinventare ex nihilo. Tuttavia è quello che accade col fenomeno, tra l’altro studiato presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università della capitale, del new shamanism. Un fenomeno che, ripetiamo, è assolutamente a-tradizionale, ma suscita l’interesse metodico di gruppi occidentali che sono pronti a finanziare esibizioni e rassegne para-culturali di dubbia autenticità. Ci sentiamo di sottolinearlo poiché abbiamo avuto modo di constatare che anche alcuni accademici italiani, non sono rimasti immuni dall’influenza di tali tendenze.
Sempre secondo il Dipartimento di Antropologia di Ulaan Baatar, a parte qualche isolata eccezione, uno sciamanismo autentico e tradizionale sarebbe sopravvissuto oggi solo fra gli Tsaatan, i nomadi allevatori di renne di Khövsgöl, oggi ridotti a pochissime unità. Per quanto riguarda la nostra personale esperienza, documentammo dei rituali kamlanie presso famiglie di tradizione mongolo-buriata, nei pressi di Nalaikh, nel luglio 2001. Ricordiamo in particolare di un giovane sciamano che eseguì un rituale di guarigione assieme all’anziano padre, sciamano a sua volta, il quale affermò di aver ereditato la professione attraverso trasmissione diretta all’interno del suo clan.

Manifesto sul 1937 a Ulaan Baatar
Manifesto sul 1937 a Ulaan Baatar

Del resto possiamo analizzare la fondatezza anche del rovescio della medaglia. Se, così come in diverse occasioni hanno affermato i nomi più importanti fra gli storici delle religioni, da tempo immemorabile gli spiriti sono sempre comparsi in sogno o durante i fenomeni di trance ai propri iniziati, i futuri sciamani, non può essere che un ventennio di follia ideologica possa effettivamente porre fine a ciò che – molti che abitano ancor oggi nelle steppe – è una realtà empirica. E nell’impossibilità oggettiva di racchiudere in un paradigma assoluto il complesso processo storico e culturale di trasformazione del paese, vogliamo in un certo senso restituire dignità allo sforzo di questo popolo nel recupero delle sue radici.
Abbiamo altresì documentato come in questi ultimi decenni vi sia comunque in Mongolia un’attitudine generale – estesa a tutti i campi, vogliamo ribadirlo – al recupero della tradizione e della memoria storica. Ciò che è propriamente autoctono nel patrimonio culturale della nazione e non acquisito o importato dall’esterno assume estremo valore, dall’arte, alla letteratura, alla musica e così via . Ciò che è tradizionale diventa simbolo della nazione. Tale processo porta con sé inevitabili forzature ed evidenti contraddizioni; tuttavia esso testimonia la volontà di un popolo ad affermare, pur attraverso una storia travagliata e una terra dai forti contrasti, la propria fierezza e la propria identità culturale.

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