di Martino Nicoletti, da Il Velino

Celebrazione del Kumari Jatra
Celebrazione del Kumari Jatra

Kathmandu, 12 mag – Tra le infinite tradizioni magiche e religiose del Nepal, una in particolare merita attenzione per via della sua originalità e della sua stessa vitalità. Si tratta del culto di Kumari, la fanciulla divina, manifestazione terrena della omonima dea hindu. Una fanciulla divina che, tranne le rare occasioni delle celebrazioni pubbliche in suo onore, vive permanentemente relegata entro le mura di un antico palazzo, lontano dal contatto profanatore della gente comune. Nella tradizione religiosa hindu, la dea Kumari è considerata una specifica emanazione di Taleju Bhavani, divinità tutelare dell’antica dinastia nepalese dei Malla, la quale, a sua volta, rappresenta una ipostasi della potente dea Kalì, personificazione della shakti cosmica, l’energia cosmica femminile da cui si ritiene dipenda direttamente la vita e la sopravvivenza dell’intero universo. Il culto di questa dea – che in India è riconducibile alla stessa epoca vedica – ha la sua forma più nota nella venerazione di una fanciulla vergine che, attraverso opportuni rituali iniziatici, è trasformata nella vivente dimora della Dea. La condizione preadolescenziale unita allo status virginale sono infatti considerate condizioni propizie al naturale manifestarsi del potere immacolato di Kumari.

Nella cultura tradizionale Newar – la civiltà indigena della Valle di Kathmandu – la regola impone che la fanciulla candidata a divenire dimora temporanea della Dea debba possedere una serie di specifiche caratteristiche fisiche (godere di buona salute, non aver subito ferite o lesioni, etc.) e mentali (intrepidezza, determinazione, coraggio) che la rendano adatta al ruolo sacro che deve svolgere. Dopo che la selezione della fanciulla ha avuto luogo, il rituale di consacrazione prevede che questa sia opportunamente purificata così da essere successivamente affidata alle cure di sacerdoti, incaricati di evocare la dea Kumari con preghiere affinché discenda nel corpo della piccola. Da questo momento la fanciulla è abbigliata in rosso, colore connesso con la dimensione tantrica femminile, con la fertilità e il potere creativo, adornata dei gioielli tipici della Dea e decorata con i suoi simboli, primo tra tutti il Terzo Occhio. Con l’istallazione di Kumari nel suo corpo, la fanciulla comincerà a ricevere un culto quotidiano da parte di sacerdoti addetti, nonché presiedere a importanti celebrazioni religiose in suo specifico onore. La Dea prenderà congedo dal corpo della piccola soltanto al manifestarsi del primo flusso mestruale in coincidenza dell’adolescenza: abbandonando il corpo della bimba, divenuto impuro a causa del manifestarsi del sangue, Kumari sceglierà una nuova ospite umana, così da continuare a ricevere culto ed effondere tra gli uomini la propria grazia. Al di là del culto privato da parte di singoli che si rivolgono alla dea-bambina per problemi di natura personale o situazioni connesse con la salute, la devozione alla Kumari ha un carattere pubblico intimamente connesso con la dimensione politica e potere temporale. Nella Valle di Kathmandu, sin dall’epoca della dominazione Malla (XIII-XVIII sec.), la dea Kumari è stata infatti considerata come la sorgente, l’espressione e la tutrice stessa del potere regale dei monarchi della Valle. Nel suo aspetto di emanazione di Kalì – dea guerriera per antonomasia e feroce distruttrice di demoni – Kumari rappresenta dunque l’aspetto magico ed invisibile del potere dei monarchi. La sua presenza, oltre che garantire potenza, vittoria, ricchezza e sicurezza al re e ai suoi sudditi, è precondizione necessaria perché la Natura stessa svolga il suo corso in maniera regolata, così da garantire prosperità, abbondanza e salute.

Sino all’unificazione del Nepal, ogni monarca della Valle aveva dunque la propria divinità tutelare residente in un apposita sontuosa dimora prossima al palazzo reale stesso. Una volta all’anno, in occasione della festa di Dasain la fanciulla divina, al culmine di una lunga e complessa festa caratterizzata da ecatombi sacrificali, usciva trionfalmente dalla sua dimora e, attraverso l’imposizione pubblica della tika (polvere rituale di color vermiglio) sulla fronte del monarca, lo benediceva, rigenerando il suo potere invisibile e riconfermando, al tempo stesso, in modo ufficiale la sua stessa carica. Con la conquista di Kathmandu nel 1789, questa prerogativa che, apparteneva originariamente ai re Malla, venne assunta dal nuovo re Pritvi Narayan Shah e dalla dinastia Shah da lui fondata. La tradizione si mantenne ininterrotta sino al 2008, anno in cui, a seguito della stessa caduta della monarchia in Nepal, la consuetudine perse apparentemente la sua ragion d’essere. Come conseguenza, recentemente, lo stesso governo Maoista del Nepal – governo rimasto in carica sino a non più di una settimana fa – tentò di cancellare dal calendario le festività incentrate nel culto della Kumari. Invano, poiché una serie di sentite manifestazioni di popolo che ebbero luogo per le strade di Kathmandu, portarono alla revoca del decreto. Anche i Maoisti, obtorto collo, dovettero dunque chinare il capo di fronte al potere e alla fede nella piccola dea-bambina.

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