(Alcune) Note sull’autore

Come etnologo si occupa di antropologia visuale, etnografia e storia delle religioni dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico.Dopo essersi laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Perugia (1992), consegue un D.E.A. in Ethnologie générale et sociologie comparative all’Université de Paris X (Nanterre) (1994) specializzandosi in himalyanistica, lingue orientali e cinematografia scientifica. Nel 1997 consegue il titolo di dottore di ricerca in Metodologie delle ricerca etnoantropologica presso l’Università di Siena.Dal 1997 al 2007 è direttore del progetto di ricerca antropologica “Estetica e rito in Himalaya” del Comitato Ev-K2-CNR di Bergamo, nonché coordinatore nazionale della sezione “scienze antropologiche” dello stesso Comitato di ricerca.A partire dal 1990 ha svolto numerose spedizioni di ricerca sul campo in area himalayana, nella regione dell’Hindu Kush (Nepal, Tibet, Pakistan), nel quadro di progetti finanziati dal CNR, dal Ministero degli Affari Esteri e dalla Cambridge University. Ha inoltre svolto indagini in Asia sud-orientale (Laos, Vietnam, Malesia, Singapore) e Africa settentrionale (Senegal, Capo Verde, Algeria) in qualità di consulente internazionale per l’UNESCO nella sezione Patrimoine oral et immatériel.Già docente di “antropologia visuale” e di “storia delle religioni” all’Università degli Studi di Perugia (1998–2002) svolge attualmente la sua attività come ricercatore indipendente.Nell’ambito della divulgazione antropologica tra il 1998 e il 2004 è stato responsabile scientifico (settore antropologico) ed esperto in studio del programma di documentari di Rai 3 (Geo & Geo). Con la stessa qualifica, nel 2002, ha collaborato con il National Geographic Channel italiano all’interno della trasmissione Campo Base e, nel 2008, in qualità di inviato, con la trasmissione Terzo Pianeta di Rai 3.È attualmente il direttore delle collane di orientalistica “Cinnabaris – Series of Oriental Studies” (http://cinnabaris.blogspot.com/) e “Liminalia – Sketches of Visual Anthropology” (http://liminaliaseries.blogspot.com/) pubblicate dalla Vajra Publications di Kathmandu nel quadro delle attività dell’Is.I.A.O. (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) e il Comitato Ev-K2-CNR. È inoltre l’ideatore e il curatore della collana di editoria musicale “Sound’s Seeds in the Autumn of Power” (http://soundseeds.blogspot.com/), distribuita da Boragtti Edizioni musicali di Bologna.Come autore di scritti scientifici è autore di numerose pubblicazioni dedicate alla storia delle religioni, all’etnografia e all’antropologia dell’Himalaya sia a carattere scientifico che di divulgazione (http://martinonicolettivolumes.blogspot.com/). Nel campo della produzione audiovisiva è autore di documentari scientifici e di divulgazione.

Tratto da Il Velino

Kathmandu, 2 marzo 2009- Le sciamane: mediatrici tra il mondo degli uomini e l’universo delle forze invisibili capaci di regolare la natura e i suoi stessi ritmi. Semplici contadine, mandriane e madri di famiglia nella vita quotidiana. Donne pregne di potere, durante le cerimonie notturne che le vedono protagoniste. Il Nepal è uno degli ultimi angoli della terra in cui l’attività delle donne-sciamano ha ancora oggi una diffusione e una vitalità con pochi eguali. In una società fondamentalmente maschilista, in una dimensione in cui alle donne è normalmente riservata una posizione sociale di basso rango, la realtà delle donne-sciamano rappresenta una rottura. Una zona franca nella quale il privilegio di un contatto diretto con una realtà considerata divina, fonda una sorta di gerarchia inversa, incontrastata e incontrovertibile. Una dimensione in cui la donna ha un indiscusso ascendente. Analogamente a quanto accade nella corrispettiva dimensione rituale maschile, le donne-sciamano assumono il proprio officio religioso grazie ad una “chiamata” operata da potenze invisibili, il più delle volte associate con l’habitat selvatico. Molte delle sciamane narrano infatti che i primi segni della loro vocazione si sono in loro manifestati grazie all’incontro con una mitica fanciulla della selva: la “ban-jakhini” o “sciamana della foresta”, una entità descritta come una giovane fanciulla, nuda e contraddistinta da una folta e lunga capigliatura che raggiunge il suolo.

La “ban-jakhrini”, sebbene abbia un sembiante simili agli esseri umani si distingue tuttavia da essi per via di uno specifico, quanto inquietante, dettaglio: i piedi capovolti, rovesciati all’indietro. Particolare evidente e tangibile della appartenenza della fanciulla ad una dimensione di esistenza extra-umana. Secondo i racconti autobiografici delle sciamane, la fanciulla divina apparirebbe alle neofite nel corso di sogni o di visioni. Esperienze, durante le quali, la fanciulla divina insegnerebbe l’insieme dei saperi connessi con la “professione sciamanica”: l’uso di formule ed incantesimi, i canti di evocazione delle potenze invisibili, i “mantra”, le pratiche di terapia, di offesa e difesa magica, indispensabili per l’esercizio rituale. Compito fondamentale della “ban-jhakrini” sarà inoltre quello di insegnare alla neofita le tecniche capaci di indurre nel proprio corpo la transe rituale, la condizione estatica che consentirà alla giovane sciamana di entrare in contatto diretto con il mondo delle personalità invisibili, di “vedere” le dimensioni ultraterre, di spostarsi “in spiritu” nelle varie regioni del cosmo, siano esse celesti o infere. Al tempo stesso l’induzione volontaria di uno stato di transe consentirà alla ragazza di “evocare” all’interno del proprio corpo spiriti e divinità, così da ottenere da loro speciali poteri di chiaroveggenza o di divenire il loro diretto portavoce tra gli uomini.

In alcuni non rari casi l’esperienza onirica e visionaria della “fanciulla della foresta” potrà essere integrata da un vero e proprio incontro “vis à vis” con essa. Un incontro che ha luogo in occasione del ratto in foresta della neofita, operato dalle potenze sovrannaturali. Trattenuta in foresta per giorni e giorni, la neofita avrà modo di entrare in contatto diretto con la propria “divinità-guida”, così da essere purificata attraverso abluzioni e digiuni, nonché per poter apprendere l’intero corpus di danze canti e musiche che sono parte integrante dell’officio sciamanico. Una volta che l’invisibile “fanciulla della foresta” avrà terminato di impartire i propri insegnamenti segreti, la neofita è, in genere, temporaneamente affidata alle cure di un anziano sciamano (o sciamana) che si dovrà incaricare di completare la formazione iniziatica della neofita, trasmettendole l’insieme dei saperi tradizionali di cui l’etnia è detentrice. Terminato il training, la neofita avrà modo di esercitare pubblicamente il proprio officio sacro. Una prima cerimonia pubblica, dal carattere inaugurale, sarà dunque l’occasione per poter dar prova dei poteri acquisiti e far sfoggio delle conoscenze segrete ottenute grazie alla diretta frequentazione di potenti dei e spiriti.

Come è regola, i rituali hanno luogo nel cuore della notte. È unicamente nella notte, secondo gli stessi sciamani, che il mondo invisibile emerge dai propri abissi per mostrarsi allo scoperto. Nella notte che, per l’uomo, diventa più facile toccarlo, penetrarlo, affrontarlo, se necessario. Come terapeuta, la sciamana si occuperà dei casi in cui le malattie siano diagnosticate come aventi una origine non organica, bensì ultraterrena: la rottura di un tabù, la negligenza nel culto di un particolare spirito o antenato, l’attacco deliberato di una potenza invisibile dall’indole manifestatamene demoniaca e belligerante. La sciamana, nel corso della terapia, interpellerà direttamente la potenza invisibile coinvolta, pagando una riscatto rituale, costituito da offerte o sacrifici. Quando ciò non basterà, la sciamana dovrà agire facendo ricorso alla coercizione: è la strada dell’esorcismo che vede, non di rado, la sciamana trasformata nelle vesti di una feroce guerriera, armata di mantra, spade e pericolosi amuleti contro gli invisibili nemici.

In altri casi questa potrà essere interpellata con scopi divinatori e oracolari, per la propiziazione di specifici spiriti, per l’”addomesticamento” dell’anima di un defunto che indugi a raggiungere la propria dimora ultraterrena, trasformandosi in una pericolosa entità infestante. L’efficacia del rituale avrà come comune denominatore la presenza della transe, vero motore della celebrazione. Attraverso la transe – indotta grazie all’ausilio del ritmo musicale degli strumenti impiegati nel rito – la sciamana ha modo ti penetrare nei recessi del mondo invisibile. Un diffuso tremore (“kamnu”) che pervade il corpo della donna rappresenta l’espressione esteriore e visibile di questa singolare condizione interiore. Sia che si tratti di terapia, di divinazione o di esorcismi, in tutti questi casi, la sciamana agirà con un unico scopo: quello di ricostituire un equilibrio tra il mondo umano e quello invisibile, equilibrio e armonia da cui dipende direttamente la prosperità degli uomini e il buon governo delle cose. Un compito affidato a donne, contadine di giorno, signore dell’occulto di notte. Donne che ottengono un privilegio grazie ai poteri concessi da una divina fanciulla della selva. Potente quanto mai pericolosa e sviatrice: le sue orme bastano, da sole, a parlare.

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