La lotta per la sopravvivenza delle tribù dell’Inida, fra discriminazione, sfruttamento e cattive politiche

QUARTA PARTE

(vedi terza parte) Con l’entrata in vigore della Costituzione indiana, vi è la presunzione di credere di poter risolvere, o quantomeno ottimizzare in maniera concreta e lampante, il processo di sviluppo economico e il livello d’istruzione per le basse caste e le tribù nell’arco di un paio di piani quinquennali. A fianco dell’immensa e ormai datata mole di materiale etnografico del periodo britannico, a cui dagli anni ’20 aveva contribuito attivamente il neonato ASI (Anthropological Survey of India) con i migliori studiosi del Subcontinente, tuttavia ci si accorse che l’entità numerica dei dati non restituiva la giusta dimensione di un fenomeno sociale così articolato. Lo sforzo di ripartire l’immenso corpo delle denominazioni sociali nelle categorie esclusive di casta e tribù, non sarebbe riuscita a vedere e pensare una realtà sociologica capace di suddividere e riadattare le tribù in migliaia di unità in costante relazione con le sottocaste e i clan locali. Con l’Indipendenza dunque l’accento sembra spostarsi sul cambiamento sociale, la modernizzazione delle minoranze e il comunitarismo, pur senza mai riuscire ad aggiustare – ed eventualmente a superare – il vecchio quadro dualista ed evoluzionista. Infine, un clima intellettuale orientato prevalentemente verso la riabilitazione e lo sviluppo segna un periodo storico veramente interessante in quanto l’India cerca di delineare un pensiero proprio, una propria scuola in materia socio-antropologica.

In questo clima – dicevamo – l’ideale di G.S. Ghurye, che definiremmo il fondatore della sociologia indiana[1], riesce in qualche modo a intaccare l’isolazionismo propugnato da Elwin, smussandone i caratteri quantomeno di fronte alla platea nazionale. Egli era favorevole all’integrazione delle tribù nel corpo della nazione tramite un’assimilazione che fosse in grado di preservarne l’identità. Col passare degli anni però il dibattito accademico e il confronto fra studiosi sembrava vieppiù astrarsi dal susseguirsi altalenante degli emendamenti, delle riforme, degli investimenti fatti contraddittoriamente ora nella direzione dello sviluppo e l’integrazione, ora in direzione della salvaguardia delle specificità. Inutile ripetere che ancor oggi si registrano grande dispendio di energie e risultati poco soddisfacenti.

Sinteticamente ricorderemo che il Third Five Year Plan istituì i cosiddetti Tribal Development Blocks (TDB) per progetti mirati ad aree in cui la concentrazione tribale fosse superiore al 66% della popolazione. Nel Fifth Five Year Plan, la Task Force on the Development of Tribal Areas, parto diretto della National Planning Commission coniò la definizione di primitive e i relativi criteri di valutazione della categoria per le comunità più arretrate e deboli. Queste avrebbero dovuto essere supportate da vicino da organi d’intervento noti come Integrated Tribal Development Agencies (ITDA), che avrebbero avuto il compito di realizzare per ciascuna area designata un sub-Plan di sviluppo[2]. Normalmente a livello statale il Chief Minister e il Welfare Minister supportano il governatore nella gestione delle politiche tribali e nella gestione dei fondi allocati. Negli stati con alta percentuale di tribù vi è generalmente un Ministero supplementare, detto del Tribal Walfare, che agisce attraverso due organi, ovvero il Tribes Advisory Council e il Tribal Research Institute – come quello di Bhubaneswar in Orissa, presso cui per molti anni abbiamo condotto ricerche. L’intermediario in materia amministrativa fra la gestione locale statale e il livello nazionale è il Deputy Director for Backward Classes. In Parlamento i diritti di tribù e basse caste sarebbero garantiti da una commissione apposita che prende il nome di Parliamentary Committee on the Welfare of Scheduled Castes and Scheduled Tribes, mentre la più alta carica nazionale, alla dipendenza diretta del Presidente dell’Unione Indiana è il General Director for Backward Classes. Una apposita struttura ministeriale per i Tribal Affairs che è a capo della pianificazione dei progetti nei territori tribali è stata creata nel 1999; presso tale ministero sono attive agenzie quali la Tribal Co-operative Marketing Development Federation of India Ltd. (TRIFED) e la National Schedule Tribes Finance Development Corporation (NSTFDC). Dal 19 febbraio 2004 esiste anche una National Commission for Scheduled Tribes, incaricata della supervisione dei progetti di protezione e sviluppo delle comunità tribali sia di provenienza governativa, sia attuati da organizzazioni a carattere volontario o privato, sui quali si stila annualmente un report specifico circa la situazione in ciascuna area.

Nonostante questa complessa e capillare griglia amministrativa – che del resto si trova a gestire un territorio immenso – costantemente corretta e ricalibrata nel corso dei piani quinquennali, l’India è arrivata troppo spesso impreparata al field work nel mondo tribale. Analogamente a quanto abbiamo documentato per le missioni cristiane, fin dalla prima ora, a sopperire alle lacune governative funzionò il sistema della delega. Decine e decine di organizzazioni di volontariato e agenzie di assistenza sociale, semigovernative o ancora a carattere privato, presero il via per i territori tribali. Del resto già nel 1948, Rajendra Prasad, a cui accennavamo in nota poc’anzi per la documentazione dei discorsi di Nehru, prima di diventare Presidente aveva fondato la  Bhārtiya Ādimjāti Sevāk Sang una federazione di diciotto organizzazioni – oggi diventate centinaia – di assistenza sociale. A livello nazionale, sono molti i gruppi attivi in tale senso, fra i più noti ricorderemo la Bhārtiya Depressed Classes League, la Servants of India Society, l’Indian Red Cross Society, la All-India Backward Classes Federation and Indian Council for Child Welfare. Parallelamente a coordinamento statale locale, vi sono organizzazioni molto attive, come il Bihār Ādimjāti Sevā Maṇḍal e Santhāl Pahāŗiya Sevā Maṇḍal in Bihar, e l’Uṛīsā Ādivāsī Congress in Orissa.

In questi ultimi anni il tema dell’associazionismo e di un certo assistenzialismo in India è diventato un caso veramente peculiare. In questo contesto, a fianco di problematiche anche gravi che affliggono alcune zone del paese e che non riescono a smuovere l’interesse del volontariato internazionale, i territori tribali sono diventati in breve tempo il target primario di migliaia e migliaia di associazioni, di NGO, di cooperanti allo sviluppo, di garanti del microcredito, di gruppi di volontari, di predicatori e faccendieri d’ogni sorta. La cosa grave è che, nel bene come nel male, a causa della lacunosa deriva delle istituzioni locali, tali organizzazioni in molti casi sono state effettivamente l’unico punto di riferimento per le comunità tribali. Sono veramente pochi i gruppi che, con cognizione di causa del contesto storico, culturale e sociale della regione d’ingerenza – ci sia passato il termine – abbiano realizzato interventi mirati, utili, non invasivi anteponendo a qualsivoglia aspetto tecnico dell’azione il criterio etico come fondamento dello sviluppo solidale. Il lavoro di questi pochi sembra però sommerso dalla travolgente esondazione di gruppi parassitari, nazionali e stranieri, che nascondendosi dietro la definizione di non governativo, cavalcano la situazione di difficoltà politico amministrativa e fiutano il grande business del tribal welfarism. La progettazione e lo sviluppo di interventi pubblici a carattere sociale non richiesti, non sempre così necessari e soprattutto quasi mai realizzati nel concreto, diventa per molti gruppi un funzionale pretesto per ottenere una sorta di subappalto o una delega per la gestione di fondi, anche provenienti dall’estero. Il vero dramma, per molti dei territori tribali d’India è che in questo modo, col passare del tempo, funzionari di NGO o assistenti sociali privi di qualifiche e requisiti addizionali, finirono con l’assumere il ruolo vacante dei funzionari governativi. Tali tecnici, manager in erba del mondo tribale, in barba alla vetusta accademia dell’ASI, assursero al ruolo di consulenti per il Governo, di interlocutori, influenzandone le scelte sulla gestione delle risorse stanziate per il sostegno alle tribù e implicitamente rivelando tutto il marcio di una politica che fu oltremisura contraddittoria e tentennante oltre ogni tempo limite.

Da uno sguardo complessivo sulle politiche tribali degli ultimi decenni quindi non sembrano esserci stati rivolgimenti epocali, sintomatici all’avvicendarsi di schieramenti ideologicamente avversi alla guida della nazione. Tutt’al più sembra concretarsi gradatamente sempre più la consapevolezza dell’alto potenziale di coesione interno a ciascun gruppo tribale, il cui appoggio può rivelarsi utile su base territoriale. Il tramonto della cosiddetta epoca nehruviana, vide l’avvento del governo delle destre guidato dal BJP. In questo contesto, le frange più estremiste, a tratti squadriste, della coalizione hanno fatto dei distretti tribali uno dei principali bacini di propaganda, in nome di un fondamentalismo hindu che vede gli ādivāsī come parte integrante del corpo-nazione, a differenza dei milioni di musulmani e cristiani del Subcontinente. Si tratta però, a nostro avviso, di un affinamento su base locale, a carattere capillare, dove tali gruppi vantino una certa maggioranza politica, di una visione che su scala nazionale era già vecchia ai tempi di Indira, quando il Congress prometteva migliorie infrastrutturali nelle aree forestali in cambio dei voti delle pañcāyat.

Il rapido processo di industrializzazione, che dal grande avvicendamento politico del ’89 sembra aver decisamente acquistato velocità, giunge oggi anche delle aree più remote dell’India. Tutto questo non ha portato grandi miglioramenti alla precaria situazione economica delle tribù, che diventano progressivamente vivaio di forza lavoro da impiegare nelle industrie come precedentemente, o in altri ambiti, lo era per le tecniche d’agricoltura intensiva che hanno smantellato le obsolete, primitive e poco produttive operazioni del taglia e brucia di sussistenza. Relativamente alle industrie, osserveremo che sono stati creati capillarmente oltre trecentocinquanta I.T.I. (Industrial Training Institutes) per la formazione di personale qualificato da impiegare negli stabilimenti. Tali direttive generali assieme alla possibilità di un impiego nelle fabbriche ha creato fenomeni migratori, con conseguente spopolamento di alcune aree a discapito di altre. Tuttavia il personale reclutato presso le tribù è catalogato aprioristicamente come non qualificato, pertanto le paghe sono miserrime, spesso retribuite giornalmente, in molti casi in mancanza non solo di condizioni di sicurezza e tutela sul lavoro, ma anche nell’assenza totale di un piano regolatore e di criteri di valutazione dell’impatto socio-ambientale.

La nuova svolta della politica indiana che dal 2004 ha visto il crollo delle destre e il ritorno di una vasta coalizione, l’United Progressive Alliance, guidata da Manmohan Singh e Sonia Gandhi, nuovamente sotto i colori dell’Indian National Congress, non ha cambiato sostanzialmente molto la situazione. Nello slancio lungo preso in direzione dello sviluppo produttivo del paese, la realtà tribale sembra essere sempre più un elemento sacrificabile. Quando le tribù d’India recentemente protestarono di fronte al mondo intero contro lo sfruttamento, gli abusi e l’inquinamento del sacro territorio dei loro padri perpetrati da fabbriche e miniere delle multinazionali, il Primo Ministro Singh ha espresso approvazione nei confronti di queste ultime, a dispetto di tutte le leggi nazionali e internazionali promulgate a tutela di queste comunità[3].

Del resto Manmohan Singh dimostrò in passato particolare attenzione all’elemento che abbiamo definito di ‘coesione’ tribale, soprattutto in quelle aree in cui questo sembra straripare in un sentimento solidale fra gruppi diversi che si sentono in qualche modo oppressi o privati dei diritti. Tale dinamica, va da sé, crea una piattaforma di dissenso potenzialmente destabilizzante. La diplomazia del governo Singh negli stati del nordest, uno degli obiettivi primari già del precedente mandato, ha aperto il dialogo coi singoli gruppi indipendentisti, proponendo una tregua alle comunità più inclini alla lotta armata, lasciando totalmente in secondo piano la possibilità di una risoluzione su base regionale. Ciò ha portato al fallimento sostanziale delle trattative, ma anche al conseguente drastico ridimensionamento della coesione fra i gruppi indipendentisti, alcuni dei quali accusati di essere entrati in trattativa privilegiata col Governo. Il prezzo pagato in termini di scontri e tensione nel solo stato dell’Assam fino all’ultima stagione è stato senza dubbio troppo alto.

Tornando al movimento naxalite a cui accennavamo in apertura, il tema del terrorismo che potenzialmente si espande nel paese sostenendosi, almeno in parte, su di un sottobosco tribale, è indubbiamente interessante. A fronte di grandi problematiche di carattere geopolitico dell’epoca moderna, il Ministro Singh ha più volte considerato la minaccia maoista come il pericolo numero uno per la nazione. È indubbio infatti che esista un canale di supporto ai naxalites, che si allunga quasi in tutta la fascia orientale dell’India da nord a sud, dove si collocano alternativamente aree che sostanzialmente sono sotto il controllo e l’influenza dei maoisti. In questo che è stato definito Red Corridor, spicca per centralità il territorio ricco di risorse minerarie del Jharkhand a maggioranza tribale. Il governo, rincorrendo fonti più o meno note, giustifica la larga approvazione alle organizzazioni comuniste, raggiunta nei territori più poveri dell’Unione indiana, con il supporto occulto ora dalla Cina, ora dal Nepal, se non alla campagna elettorale, quantomeno alla logistica e all’armamento delle frange più estreme e dei gruppi terroristici[4].

Sarebbe viceversa interessante porre il quesito sulla reale causa del simpatizzare degli ādivāsī con la lotta maoista, con tutte le riserve del caso e al di sopra di ogni strumentalizzazione. Apparirà dunque chiaro che in questo movimento evidentemente si riconosce l’unica identità capace di far rispettare i diritti anche delle caste basse e delle tribù della foresta. Il vasto consenso che tuttora dilaga anche nelle campagne, fra i villaggi dei contadini di pianura, è l’unica alternativa possibile per chi non si vuole più rassegnare a pagare con l’estrema povertà e l’arretratezza della propria gente l’altissimo prezzo della crescita nazionale, dove le ricchezze della shining India sembrano confluire in canali distanti. La controprova che la posta in gioco consta dello sviluppo produttivo del paese è che la vasta offensiva anti-naxalita denominata Operation Green Hunt del 2009 è stato un fallimentare tentativo di riprendere il controllo delle zone più ricche sotto il profilo delle risorse minerarie.

Secondo una prospettiva esclusivamente tribale, che ci piacerebbe continuare a immaginare scevra di conflitti ideologici, l’appoggio al movimento maoista di alcune comunità sembra essere una presa di coscienza, o ancora l’unica alternativa possibile; senz’altro per qualcuno dei gruppi più indigenti potrebbe essere stata soltanto una buona occasione per darsi al brigantaggio. È proprio in questo contesto che risulta estremamente utile, sulla linea del ministro Singh, l’osservatorio nepalese e gli eventi che si sono susseguiti dopo il crollo della monarchia e l’instaurazione del nuovo governo.

Dati alla mano, ci pare interessante notare che nelle ultime elezioni i Maoisti sono stati l’unico partito che ha inserito nelle sue liste candidati janajāti, ādivāsī, donne e dalit nelle percentuali previste dalla legge che era stata appositamente redatta. In Nepal, queste quote non sono state rispettate dagli altri partiti, evidentemente legati ad altre logiche e ad altre basi nell´elettorato, ma grazie ai maoisti il Parlamento uscito dalle elezioni politiche del 2008 è stato unanimemente riconosciuto come il più aperto storicamente ai gruppi in posizione marginale. Noteremo tuttavia che il governo maobadi è caduto lo scorso anno a maggio con le dimissioni di Prachanda ed è stato sostituito da una coalizione guidata dall’UML (Unified Marxist Leninist) e dal Nepali Congress. I maoisti sono dunque finiti all’opposizione, ma proprio mentre stiamo stilando il presente studio il governo UML-NC sta cadendo e non è improbabile un nuovo governo maoista.

Per quanto riguarda i rapporti fra il movimento e le tribù, noteremo come i maobadi abbiano in genere trovato ampio sostegno fra i gruppi ādivāsī, specie nell´ovest del paese. Tra le riforme che si intendevano attuare ci sarebbe anche un Nepal federale, con la costituzione di regioni autonome costituite anche su base etnica. Il federalismo tuttavia non è prerogativa del programma maoista: anche forze palesemente anticomuniste rivendicano autonomie e secessioni su base etnica. Tali organizzazioni sono per lo più estranee alla vita politica parlamentare; spesso si tratta di formazioni terroristiche che sotto la bandiera dell’autonomia e dell’Indipendenza celano a loro volta intenti pro-monarchici e destabilizzatori, con l’intento di far precipitare nuovamente il paese nella guerra civile. In altri casi si tratta di formazioni ex-maoiste contrarie all’entrata in parlamento del Partito Comunista Nepalese (Maoista). Ugualmente anche qui si registra la presenza di bande dedite al brigantaggio e ad attività illegali di vario tipo che operano sul confine indo-nepalese, tra Bihar e Nepal del sud.

La disputa sulla religione, parte integrante anch’essa della cultura tribale, è un nodo difficile da sciogliere in questo contesto. Il partito maoista non ha ancora preso posizioni ufficiali in merito, se non, in linea di massima, la propagandata ‘lotta alla superstizione’ e la ‘battaglia contro l’oppressione delle caste alte’. A questo proposito va ricordato che comunque nel regno del Nepal, fino al 1990, non vi era libertà di professare un credo differente da quello della monarchia hindu. Per molti ādivāsī quindi tale forma di hinduismo imposto dall’alto divenne il simbolo dell’oppressione feudale, della monarchia e delle caste alte. Per questo motivo – e non potrebbe essere altrimenti – nell´intero paese sono in atto processi di de-sanscritizzazione, per utilizzare un termine forse troppo abusato. Ora, osserveremo che nello specifico scenario nepalese, indubbiamente diverso da quello indiano, tanto la coercizione dall’alto, quanto la sistematica destrutturazione totale del modello precedente creatosi, presentano un margine di pericolo molto alto. Anche qui, in mancanza di politiche di tutela e valorizzazione, si è corso e si continua a correre il rischio di perdere irreparabilmente frammenti inestimabili di storia, cultura, conoscenza, tradizioni delle genti che popolano il paese[5]

L’India dal canto suo, pur non essendo passata attraverso il lutto della guerra civile e vantando di aver costruito la più grande democrazia del mondo, sembra tuttavia aver dimenticato che la tutela di quelle specificità fu uno dei propositi più fermi della sua stessa Costituzione. Abbandonati a loro stessi nella lotta per la sopravvivenza, alcuni tribali scelgono di intonare il motto che fu dei maobadi: hamārā gāṁv, hamārā rāj, ovvero: il nostro villaggio, la nostra legge (o governo). Ma quand’anche nelle comunità ādivāsī la gente, per scelta o per necessità, smetta di ascoltare il canto degli sciamani e finisca per imbracciare un fucile, sia anche questo a strenua difesa della propria identità tribale, ebbene ciò vuol dire che quell’identità è già stata profondamente e incontrovertibilmente intaccata.

(vedi bibliografia)


[1] La sua produzione fu veramente consistente. Ci pare dunque opportuno segnalare le ristampe più recenti di almeno due fra i suoi lavori più noti e studiati: Castes and Races in India, Popular Prakashan, Mumbai 2005; The Scheduled Tribes, Transaction Publishers, New Brunswick (New Jersey), 1980. Nota in bibliografia sulle prime edizioni.

[2] Si vedano i documenti relativi (scaricabile in dettaglio il documento di ogni piano quinquennale) della Planning Commission del Governo Indiano al sito: http://planningcommission.nic.in/

[3] Ricordiamo le più note normative a tutela di basse caste e degli ādivāsī, frequentemente non rispettate a causa di errata o cattiva gestione dell’applicazione delle medesime a livello locale: Minimum Wages Act 1948; Bonded Labour System (Abolition) Act 1976; Forest Conservation Act 1980; The Child Labour (Prohibition and Regulation) Act 1986; The Scheduled Castes and Scheduled Tribes (Prevention of Atrocities) Act 1989; Panchayatiraj (Extension to Scheduled Areas) Act 1996. A livello internazionale ricordiamo la Convenzione ILO (International Labour Organisation) n. 169 per le genti indigene e tribali, emanata dall’ONU in vigore dal 1991 e la Declaration universelle de l’UNESCO sur la diversité culturelle, Adopteé par la 31e session de la Conférence Général de l’UNESCO, di Parigi nel 2001. Nel presente caso facciamo esplicito riferimento al movimento dei Kondh contro la multinazionale Vedanta che ha costruito una miniera di bauxite, con annesso stabilimento per la produzione di alluminio, sulla cima della sacra collina di Niyamgiri in Orissa. Sebbena la vicenda abbia avuto un’eco internazionale, recentemente il Primo Ministro, pur istituendo una nuova commissione di vigilanza sull’impatto ambientale, si è espresso a favore della compagnia mineraria. Si veda il report di Survival International: http://www.survivalinternational.org/tribes/dongria

[4]  SI veda D. Bezzi, “Corridoio rosso”, in: Limes/Pianeta India, n°6, 2009,  pagg. 79-87.

[5] Segnaliamo l’importante archivio del NEFIN, Nepal Federation of Indigenous Nationalities: http://www.nefin.org.np/.

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