Srinagar, 1 Settembre 2011. In questi giorni, ho ricevuto un comunicato dal International People’s Tribunal on Human Rights and Justice (IPTK), che ritorna sul ritorvamento di migliaia di tombe senza nome e fosse comuni nel Kashmir Indiano. Nel documento viene sottolineata con piacere la “presa di coscienza” da parte della Commissione di Stato sui Diritti Umani del Jammu e Kashmir (State Human Rights Commission of Jammu and Kashmir, SHRC), dei risultati di un agghiacciante report curato da IPTK inerente le fosse comuni del Kashimir, diffuso lo scorso anno.

Come la storia insegna, l’evoluzione del processo di pace nello stato conteso da India, Pakistan e (parzialmente) Cina, avanza a rilento, tanto che una semplice “presa di coscienza”, risalente al luglio 2011, da parte delle istituzioni su una tragedia immane, avvenuta sotto gli occhi di tutti, risulta di per se una notizia da diffondere! A quanto pare, il contro-report del SHRC sembra confermare almeno in parte il precedente lavoro svolto dal IPTK tra novembre 2006 e novembre 2009, reso pubblico con il documento Buried Evidence. Nel corso della lunga e difficile ricerca, gli uomini e le donne del People’s Tribunal hanno individuato 2700 tombe e fosse comuni senza nome e senza identificativo alcuno, contenenti 2943 corpi. I ritrovamenti sono stati concentrati nei distretti di Bandipora, Baramulla, Kupwara e Handwara, in 62 luoghi diversi distribuiti su 55 villaggi.

Dopo aver a lungo atteso un primo riconoscimento ufficiale sull’esistenza delle fosse comuni, da cui si intuisce la portata delle violenze che da più di 25 anni stanno travolgendo il Kashmir, IPTK è pronta a proseguire nella sua ricerca. L’intenzione dell’organizzazione kashmira è quella di chiedere l’avvio di un processo diviso in tre fasi: Investigazione; Accusa; Riparazione.

Investigazione e Accusa: SHRC dovrebbe intensificare la propria attività investigativa, allargandola a tutte le zone segnalate da IPTK nei restanti 20 distretti non ancora sondati, in particolare ad Anantnag, Budgam, Ganderbal, Kulgam, Pulwama, Shopian e Srinagar in Kashmir, e Doda, Poonch, Rajouri e Reasi in Jammu. Assieme all’individuazione di nuove fosse comuni, dovrà iniziare un lavoro di laboratorio che preveda la determinazione del DNA delle salme rinvenute, da incrociare con quello delle persone scomparse negli ultimi anni. Nel corso delle analisi del DNA, è chiesto venga eseguita una sorta di autopsia per determinare le cause della morte di ciascuna vittima. Sarà di certo un lavoro duro, vista la scarsa (voluta) precisione con cui le autorità governative stanno trattando la materia. Un esempio il fatto che SHRC definisca 574 corpi identificati come cittadini locali inumati, mentre la polizia kashmira e l’esercito abbiano additato gli stessi quali militanti stranieri (pakistani) uccisi durante scontri a fuoco. Si tratta di una contraddizione palese, così come è palese il disinteresse delle autorità a ridare un nome e ricostruire le storie di migliaia di vittime della militarizzazione indiscriminata dell’area.

“Chiediamo che la questione delle tombe e fosse comuni senza nome venga sottoposta ad una investigazione rigorosa, indipendente e imparziale” si legge nel documento di IPTK. “Chiediamo che la storia di gueste tombe sia ricostruita interamente”, ovvero capire quali poteri appoggiarono la creazione di queti cimiteri? Come e quando? Per ordine di chi?

Riparazione: “la questione delle fosse comuni riguarda tanto i vivi quanto i morti”. Risposte e soluzioni servono a individui e collettività, così da strappare interi villaggi da un isolamento che dura da decenni. IPTK si oppone alla proposta di SHRC di compensare con 700.000 rupie i parenti prossimi dei kashmiri scomparsi negli ultimi anni. Ciò andrebbe a concentrare gli eventuali destinatari del risarcimento sul danaro, a scapito di un reale lavoro di ricostruzione storica dei fatti. Inoltre, la compensazione dovrebbe scaturire da un’attenta valutazione delle cause della morte, nonché considerare gli effetti che la scomparsa di un individuo ha causato alla famiglia.

Quanto sopra, è un’ovvia conseguenza delle leggi speciali in vigore in Kashmir, le quali offrono a soldati e paramilitari impunità assoluta. Leggasi libertà di commettere qualsivoglia crimine senza il rischio di essere condannati. Questa condizione, unita all’assenza di una reale rete di comando e controllo sul territorio, è alla base della violenza continua, imperante e dilagante che continua a funestare la vita dei cittadini kashmiri. Tale legge, secondo IPTK (parere condiviso pienamente da Indika) deve essere revocata senza condizioni, inoltre il Governo indiano dovrebbe ratificare la International Convention for the Protection of All Persons from Enforced Disappearance e la Conventions Against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degradin Treatment or Punishment.

Tra il 1989 e il 2011, l’azione delle forze schierate in Kashmir è all’origine di oltre 8.000 sparimenti di persone e 70.000 morti.

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