Kabul, 28 Novembre 2012. Nel 2012 in Afghanistan aumenta nettamente la produzione di oppiacei. Lo rivela un rapporto denominato ‘2012 Opium Survey’ commissionato dalle Nazioni Unite assieme al ministero afgano dell’Antidroga, dimostrando ancora una volta come le politiche intraprese da Kabul per arginare il traffico di eroina e oppiacei siano del tutto inadeguate. Secondo Jean-Luc Lemahieu, responsabile del United Nations Office on Drugs and Crime for Afghanistan, l’aumento di produzione tra il 2011 e quest’anno è stato del 18%. Ancora eroina in Afghanistan, sembra questo il leit motiv che delinea in modo inequivocabile la realtà. Tra le cause principali dell’incremento ci sono l’aumento del valore di mercato dell’oppio dovuto alla domanda, l’inefficienza delle azioni preventive, l’instabilità dei territori coltivati, e di conseguenza la maggiore facilità di movimento e azione dei trafficanti. Sebbene a Kabul si continui a porre l’accento sullo spessore delle politiche dell’antidroga, definite “sempre più aggressive”, la realtà sul campo è totalmente differente. Gli agenti sottopagati cui spetta il compito di incrociare le armi con i grandi trafficanti, spesso scelgono di mantenere un profilo basso e di non prendersi troppi rischi. Il 2012 è stato un anno nero in tal senso, con 102 agenti dell’antidroga uccisi negli scontri con i contadini e con i trafficanti, e 127 feriti. Nel contempo, la corruzione diffusa contribuisce ad inficiare le politiche attuate dal governo, lasciando strada libera ad un business che per gli agricoltori afgani rappresenta una fonte di reddito sicura e tutto sommato semplice, quindi irrinunciabile. Per comprendere le proporzioni, un contadino medio in Afghanistan guadagna circa 120 dollari da un ettaro destinato a colture legali, mentre coltivando oppio sulla stessa superficie può guadagnare anche 10.000 dollari se l’annata è buona. Questi numeri giustificano la scelta di molti contadini di trasferire le loro piantagioni nelle zone desertiche meno controllate, lontane dalle verdeggianti vallate della provincia di Helmand, ormai fortemente pattugliata e meno sicura di un tempo per questa coltura. Secondo le Nazioni Unite (fonte NYTimes), anche i Taliban partecipano ai proventi del traffico di oppio, imponendo tasse sulle produzioni nelle aree in cui detengono il controllo. Le stime presentate dal ministro dell’Antidroga Zarar Ahmad Muqbil dicono che i combattenti islamici quest’anno avrebbero ricavato 155 milioni di dollari dal business, somma verosimilmente utilizzata per sostenere la loro lotta contro il governo Karzai e le truppe ISAF.

L’Afghanistan mantiene così il primato assoluto nella produzione di oppio mondiale, da cui viene ottenuto l’80% dell’eroina in circolazione. Il traffico miliardario degli oppiacei continua a fiorire, malgrado in Europa (tradizionalmente il maggiore mercato) si stia riducendo il consumo a favore di altri stupefacenti, in particolare cocaina e droghe sintetiche. A mantenere vive le rotte del narcotraffico di eroina e similari, sono i nuovi mercati, come India, Cina, Iran e Europa dell’Est, dove il consumo cresce in modo preoccupante. Prendendo il caso indiano: città come Calcutta e Mumbai sono dei poli di smercio e consumo cruciali per l’Asia Meridionale. Qui il prodotto importato dall’Afghanistan, dal Pakistan o dal Bangladesh viene ripetutamente tagliato, spesso con sostanze chimiche altamente tossiche, in modo da renderlo molto  economico sebbene letale. Le vittime della dipendenza da eroina in India si contano soprattutto tra i poveri, cui sono riservate le dosi più a buon mercato, perciò di qualità scadente. Ai giovani manager della classe media invece, viene servita l’eroina più costosa e pura, creando così una distinzione sociale netta anche nei meccanismi distributivi e di consumo degli oppiacei. Per maggiori informazioni sulle rotte del narcotraffico in partenza dall’Asia Centro-Meridionale si veda un precedente approfondimento pubblicato su Indika.

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