A pochi giorni dall’uscita del primo numero di Ambientenergia, pubblico oggi il mio servizio sulle strategie di approvvigionamento attuate dalla Cina in Africa. Non aspettatevi una condanna unilaterale verso Pechiono, bensì un’analisi basata su fatti reali, cifre e dati provati, dai quali credo si possa conoscere qualcosa in più sulla Cina, sull’Africa e sull’ipocrisia delle potenze occidentali che da decenni sfruttano spudoratamente le ricchezze del Continente Africano.

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All’alba del boom economico cinese, la parola d’ordine era “emergere”. Oggigiorno Pechino si pone il problema di “mantenere” i ritmi di crescita registrati negli ultimi 40 anni. Per riuscirci, il Governo del premier Wen Jiabao deve soddisfare l’implacabile fabbisogno energetico e di materie prime del proprio sistema produttivo, capace di catalizzare il 13% della domanda globale di petrolio, con un consumo previsto di 16,6 miliardi di barili al giorno entro un ventennio. Questo dato svela la portata dei consumi interni di energia, che entro il 2020 dovrebbero superare  i 7,7 trilioni di kW/h. L’inevitabile corsa alle risorse avviata da Pechino, punta fuori dai confini nazionali, in particolare verso il Sud del mondo, con il continente africano in testa alla lista. I segni della nuova strategia in Africa risalgono al 1996 (nel 1993 Pechino era passato da esportatore ad importatore di petrolio), quando la Cnpc (China National Petroleum Corporation), società petrolifera gestita dallo stato, siglò i primi accordi con il governo del  Sudan – da dove il 50% del greggio esportato volge verso le coste della Cina –, approfittando dell’allontanamento dei Paesi occidentali seguito alle sanzioni usa contro il regime di Khartum. Oltre alle forniture di petrolio (64% sul totale delle importazioni), le richieste di Pechino hanno incluso in particolare ferro (5%), cotone (4%), acciaio (3%), diamanti (3%) e legnami (3%), ma anche gas, oro, rame, platino, stagno, piombo, manganese, cobalto, bauxite, cromo e tanti altri minerali, poi fibre tessili, olio di palma, zucchero, cacao, caffè e le cosiddette ‘terre rare’ da cui si estraggono materie prime preziose e limitate in natura, come il disprosio, impiegato nella costruzione dei motori ibridi. La cerchia degli amici africani si è rapidamente estesa ad Angola, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo,  Zambia e Sudafrica, divenuti i principali partner del Dragone, assieme al Sudan, fino ad estendersi a 50 dei 54 Paesi del Continente Nero.

Terre agricole e il business della fame

Agli occhi di Pechino e dell’Occidente, l’Africa gioca un ruolo strategico cruciale anche in ambito di sicurezza alimentare, grazie alla disponibilità di sconfinati terreni incolti svenduti al prezzo di 300/350 dollari all’ettaro, 10 volte meno di quanto sarebbero pagati in Argentina, per esempio. Ad agevolare l’accesso a queste terre contribuiscono anche l’assenza di sistemi agricoli in grado di sfruttarli, e governi ben disposti a cederli, magari facilitando le cose con qualche espropriazione forzata. È accaduto in Uganda, dove secondo un rapporto del Land Parntership Matrix, la società britannica di legnami New Forest Company ha recentemente acquisito vasti terreni, provocando l’esproprio e la deportazione da parte delle autorità locali di 22.500 persone, talvolta costrette ad andarsene con metodi coercitivi. L’equazione che sottostà al business delle terre in Africa è semplice: con l’aumento demografico cresce la domanda di cibo, mentre cambiamenti climatici e urbanizzazione sottraggono di anno in anno terreni all’agricoltura. La forbice che ne deriva si chiama “fame” ed è il business del futuro, per il quale a Wall Street, durante il Global Ag Investing del 2009 già si stimavano rendite certe del 20/30% annuo. Tanto è bastato per rompere gli indugi degli investitori stranieri, come la statunitense Blackrock, gestrice di un fondo agricolo da 200 milioni di dollari, poi dalla Russia la Investor Renaissance Capital, la Deutsche Bank tedesca e la banca statunitense Goldman Sachs, tutti interessati ai terreni dei Paesi in via di sviluppo, in Africa e nel resto del mondo, al pari di uno stuolo di altri istituti bancari, di hedge funds, di commercianti agricoli internazionali e di multinazionali. Questa corsa alle superfici libere, o meglio economiche e facilmente espropriabili, prende il nome di ‘land grabbing’, ‘sottrazione delle terre’, cui la Cina sta partecipando attivamente, al pari dei rivali europei e degli Stati Uniti. Il fenomeno si è intensificato a partire dal nuovo Millennio, accelerando ulteriormente nel 2008, come conseguenza della crisi dei prezzi dei generi alimentari. Secondo Oxfam , ong internazionale impegnata a sostegno delle popolazioni povere nelle aree di crisi, dal 2001 ad oggi sono stati venduti, affittati o concessi globalmente 227 milioni di ettari di terreni. Non tutti sono casi di land grabbing, ma dall’analisi condotta su 1.100 accordi di cessione per totali 67 milioni di ettari (il 50% di questi siglati in Africa, per una superficie vasta quanto la Germania), è stata rilevata un’altissima incidenza di irregolarità, o comunque l’assenza di procedure partecipate a discapito delle comunità locali, spesso costrette a reinventarsi altrove, cambiando radicalmente stili di vita. Se non bastasse, molte di queste terre acquisite sono destinate a rimanere inutilizzate in attesa che la domanda di alimenti, di olio di palma, di legnami ecc. cresca. In Mozambico, tra il 2007 e il 2009 solo il 7% delle superfici concesse per investimenti agricoli (32.000 ettari su 433.000) fu effettivamente destinato alla produzione di beni alimentari, malgrado il 35% delle famiglie locali stentassero ad avere un pasto sicuro al giorno. Gran parte dei terreni finirono per ospitare colture più redditizie, in particolare l’olio di palma usato nell’industria alimentare e come biocombustibile, la cui domanda raddoppierà entro il 2050, andando ad occupare 24 milioni di ettari di aree agricole, pari a 6 volte la superficie dell’Olanda. “Lo scandalo è che l’80% delle terre accaparrate rimane inutilizzato” spiega Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia. “Questa nuova corsa all’oro si intensificherà nel futuro, a causa della crescente domanda di cibo, dei cambiamenti climatici, della scarsità d’acqua e dell’incremento della produzione di biocarburanti, che sottrae migliaia di ettari alla produzione di cibo”. Va poi notato come le nuove ‘destinazioni d’uso’ dei terreni africani possano influenzare le risorse idriche esistenti. Secondo lo studio del tedesco GIZ (Gesellschaft fur Internationale Zusammenarbeit), i nuovi programmi di irrigazione studiati per i terreni acquisiti in Mali, Niger e Nigeria andranno a ridimensionare in modo drastico le riserve idriche cui da secoli attingono gli agricoltori locali. Similarmente, l’economista statunitense Lester Brown sostiene che le nuove strategie decise dai rispettivi governi per vasti terreni in Etiopia e nel Sud Sudan, sono destinati ad influenzare il corso del Nilo. Negli ultimi 3 anni, dal 2007 al 2010, nello stato del Sud Sudan imprese straniere, governi e singoli individui hanno acquisito almeno 2,64 milioni di ettari di terreni per destinarli all’agricoltura, alla produzione di biocarburanti, a progetti forestali e alla floricoltura.

La ricetta cinese per la rinascita africana

L’interesse di Pechino per l’Africa, non si limita allo sfruttamento delle risorse o all’acquisizione di terreni, ma per la prima volta una potenza economica straniera si è sforzata di vedere nei cittadini africani dei possibili consumatori. La nascita di nuove industrie, e l’obbiettivo di quadruplicare l’economia entro il 2020, hanno reso inevitabile per la Cina l’individuazione di nuovi mercati in cui far affluire le proprie merci, e più di recente servizi, know-how e forza lavoro in esubero. Ecco che dal Sudafrica al Sudan, dalla Mauritania alla Somalia, stanno approdando in particolare prodotti dell’industria tessile, beni consumabili, macchinari, motociclette, scarpe, strumentazioni elettroniche di uso comune e un’infinità di articoli a basso valore, recepiti dai mercati locali grazie alla competitività dei prezzi e all’assenza di industrie interne in grado di confrontarsi con il Made in China. I vantaggi in termini di fioritura dei commerci, goduti in particolare dai trader cinesi, sono stati bilanciati dall’inesorabile deriva delle industrie locali, a partire dal tessile (escluse le attività di produzione di fibre e tessuti, ancora attive), come testimoniato dall’esperienza del Kenya, dove tra le 200 società del settore esistenti una decina di anni fa, ne sono sopravissute appena 10, spesso grazie ad accordi distributivi con delle controparti asiatiche.

Lo stesso vale per le opere infrastrutturali, i cui appalti stanno finendo sistematicamente nelle mani delle società para-statali cinesi, ben disposte ad offrire prezzi stracciati per strade, ponti, porti, ferrovie, ma anche ospedali (il governo cinese sostiene di averne edificati 30 in Africa), scuole (300), stadi, cinema e centri congressi, in cambio di accordi blindati a medio o lungo termine sulle forniture di petrolio e materie prime. Malgrado le accuse di colonialismo giunte da un Occidente sempre meno padrone in terra africana, Pechino è approdato nel Continente Nero offrendo opportunità di sviluppo concrete con le proprie banche, in particolare Exim Bank (China Export Import Bank), ma anche China Development Bank e China Agricultural Development Bank, e  negli ultimi 2 anni ha elargito più prestiti ai paesi poveri della Banca Mondiale. Tra il 2007 e il 2009 ha offerto nel complesso 5 miliardi di dollari in crediti agevolati ai governi, destinati per il 79% all’intensificazione degli investimenti in infrastrutture, al rilancio industriale e alla costruzione di ‘zone economiche speciali’. Altri 10 miliardi di dollari sono previsti tra il 2010 e il 2012. Sulla base di queste cifre, Pechino sostiene di avere contribuito con la propria azione all’annullamento del debito di 37 nazioni africane, rilanciando i commerci bilaterali (Cina – Africa) cresciuti del 43,5% annuo dal 2000 ad oggi, superando i 114,5 miliardi di dollari nel 2010. Nel contempo, il governo cinese è riuscito a reinvestire parte dei 3 mila miliardi di dollari di riserve in valuta estera di cui dispone, andando a creare nuove opportunità per le grandi compagnie di costruzioni nazionali, cui sono state appaltate parte delle grandi opere africane.

‘Risorse per infrastrutture’

Tra il 1996 e il 2003, Pechino ha elargito tramite la Exim Bank 2,7 miliardi di dollari al governo del Sudan per la costruzione di tubature, centrali per l’estrazione del gas e raffinerie, realizzate dalla Cnpc. Lo stesso è avvenuto in Angola, ad opera delle società para-statali cinesi Huawei (telecomunicazioni) e China National Oli Company (grandi impianti), con la sottoscrizione nel 2004 del patto ‘Oil for Infrastructures’, ‘Petrolio per infrastrutture’. L’accordo è stato suffragato ancora una volta dalla Exim Bank, che ha messo sul tavolo un prestito da 2 miliardi di dollari a tassi agevolati per la costruzione di pozzi petroliferi, tubature, raffinerie, collegamenti stradali e porti, necessari per velocizzare il trasporto dell’oro nero dall’entroterra a Luanda (capitale dell’Angola), quindi via mare alla volta del Mar Cinese. La collaborazione di Pechino ha dotato in pochi anni Sudan e Angola delle infrastrutture necessarie a sfruttare le riserve petrolifere interne, e a proporsi sul mercato internazionale come esportatori di greggio. Diametralmente opposta l’esperienza della Nigeria, altra nazione ricca di giacimenti petroliferi, ancora costretta ad importare combustibili a causa della mancanza di raffinerie in grado di soddisfare i consumi interni, malgrado 50 anni di presenza dell’olandese Shell. Sempre in linea con il principio ‘risorse per infrastrutture’, il cioccolato del Ghana, il ferro del Gabon e il petrolio del Congo, sono diventati merce di scambio con cui ripagare la costruzione di grandi dighe affidate alla cinese Sino Hydro. Nella Gola del Fiume Bui, a sud del Bui National Park, l’anno prossimo entrerà in funzione il primo generatore della più grande diga del Ghana (400 MW), costata l’allagamento del 21% del parco, e il trasferimento forzato di 1.216 persone. La spesa complessiva di 622 milioni di dollari è stata finanziata solo in parte dal governo di Accra (60 milioni), mentre 270 milioni sono giunti dalla Exim Bank ad un tasso di interesse del 2%, e 292 milioni come credito commerciale, ripagato con 30.000 tonnellate di cacao. Sempre la Sino Hydro, nel 2010 ha avviato la costruzione della Grand Poubara Dam sul fiume Poubara, in Gabon. La centrale dovrebbe entrare a regime nel 2013, e i 160 MW prodotti andranno ad alimentare le miniere di manganese a Moanda e Franceville, i cui consumi superano i 110 MW (il 10% dell’assorbimento nazionale). Anche in questo caso parte dell’investimento di 400 milioni di dollari è stato finanziato dalla Exim Bank (100 milioni) e il rimanente come credito commerciale che sarà ripagato con forniture di ferro, uranio e manganese. L’inevitabile intensificazione delle attività di estrazione e raffinazione di questi minerali, rischia di intervenire ulteriormente sugli equilibri ambientali del Gabon, già fortemente compromessi da 50 anni di sfruttamento della francese Areva, che gestisce 4 miniere del prezioso combustibile nucleare. Secondo il portale web Brainforest, a Mounana i residui radioattivi dei presidi Areva hanno inquinato terreni e corsi d’acqua. Durante i primi 15 anni di operazioni, le scorie venivano riversate direttamente nei fiumi, provocando la scomparsa della fauna ittica, deforestazioni e l’aumento di patologie tra le popolazioni locali.

Al fine di ottimizzare il proprio accesso alle risorse africane, Pechino sta coordinando la realizzazione di zone economiche speciali (zes). Una delle più note si trova a Chambishi in Zambia, con un distaccamento a Lusaka, ed è stata sviluppata dal CNMG (China Nonferrous Mining Group) su una superficie di 11,58 kmq. La creazione della zes di Chambishi, è servita a rilanciare le attività della ‘Copper Belt’, la ‘Cintura di Rame’ dello Zambia su cui la Cina ha messo le mani quasi in esclusiva (acquisisce l’85% del minerale), organizzando nuovi presidi estrattivi soprattutto nelle miniere di Chambishi, con riserve per 33 milioni di tonnellate e ulteriori 100 milioni di tonnellate stimate. Un volta estratto allo stato minerale, il rame viene  raffinato direttamente negli stabilimenti della zes, gestiti al 60% dal CNMG. Questo passaggio aumenta del 300% il valore aggiunto del metallo, incidendo per altri 300 milioni di dollari sul valore delle esportazioni, anche grazie ad un costo del lavoro esiguo, con minatori locali pagati (quando lo sono) tra i 30 e 50 dollari al mese e costretti a subire la forte competizione degli operai cinesi a basso costo, ‘importati’ dalla holding incaricata dei progetti. Altre importanti opere realizzate dalla Cina sono la ricostruzione del vecchio collegamento ferroviario tra Dar es Salaam a Kapiri Moposhi in Tanzania, e la sistemazione della celebre Benguela railway lunga 1.344 km, che collega il porto di Lobito in Angola alle zone di estrazione del rame in Congo.

La metà oscura della luna

Sulle strategie adottate dalla Cina in Africa sono stati spesi fiumi di inchiostro, e sembra quanto mai difficile tratteggiare il confine tra le luci e le ombre. Pechino ha di certo offerto un rapporto ‘win to win’ ai partner africani, delineando una strada concreta verso lo sviluppo e lo svincolo dalle catene del Terzo Mondo. Non possiamo però dimenticare, come il governo cinese si sia in più occasioni guadagnato i favori di questa o quella dittatura, ponendo pragmatismo e non interferenza quali fondamenti della propria politica estera. “Noi riteniamo che le popolazioni in territori e nazioni diverse, incluse quelle in Africa, hanno i loro diritti e le capacità di gestire le loro questioni” ha affermato il premier Wen Jiabao il 16 giugno 2006, giustificando implicitamente forniture di armi e sostegno internazionale ad amici discutibili, in cambio di condizioni di favore per lo sfruttamento di giacimenti e miniere. È il caso dello Zimbabwe, dove sono noti i rapporti tra il dittatore Robert Mugabe e il People Liberation Army, l’esercito cinese, alla base dei quali ci sono commerci di arsenali in cambio dei diamanti disponibili nel Sudest del paese, in particolare a Marange, dove si trova la più grande miniera a cielo aperto mai scoperta nella storia, con un potenziale oltre i 900 miliardi di dollari. L’intera area è stata dichiarata zona militare e viene presidiata dai soldati di Mugabe, addestrati sulle più efficaci tecniche di guerriglia e tortura direttamente in Cina, dai colleghi del PLA. Per loro l’ordine è di uccidere chiunque cerchi di superare le recinzioni che circondano la miniera, e spesso l’esecuzione avviene a calci e bastonate, oppure aizzando i cani da guardia addestrati che accompagnano le pattuglie. Esempio concreto del ‘deal’ insanguinato tra la Cina e la corte di Mugabe risale all’aprile 2008, quando la nave portacontainer cinese An Yue Jiang fu respinta dalle autorità portuali di Durban in Sudafrica, in quanto si rifiutarono di scaricare la merce. Nel container, destinato alla capitale dello Zimbabwe, c’erano 3 milioni di proiettili per AK-47, 3.000 granate e 1.500 mortai. L’episodio fece molto scalpore e dopo una sosta sulle acque dell’Oceano Indiano, il vascello della COSCO fu fatto ritornare in Cina, ma prima fece una rapida sosta in Angola per scaricare la merce destinata a Luanda. Secondo il quotidiano africano Canal de Moçambique, sembra che alla fine il carico di armi sia giunto a destinazione passando per il porto di Pointe-Noire in Congo, e trasportato ad Harare da un aereo della britannica Avient Ltd. I diamanti dello Zimbabwe, sono valsi a Mugabe anche il sostegno di Pechino presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Cina (e la Russia) ha posto il veto ad una risoluzione che imponeva forti sanzioni al dittatore africano e a 13 dei suoi generali, inclusi l’embargo e restrizioni sui finanziamenti.

Un altro amico scomodo di Pechino è Omar Hasan Ahmad al-Bashir, presidente del Sudan, con il quale sono state firmate importanti concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, in cambio della non interferenza nelle questioni interne, e forniture di armi e aerei usati dai janjawid, i miliziani filogovernativi operativi in Darfur. Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’88% delle armi sudanesi provengono dalla Cina, e i traffici sono cresciuti 140 volte tra il 2001 e il 2006. Più in generale, Pechino sta fornendo armamenti a tutte le nazioni africane, mentre l’esercito cinese si occupa della formazione e della riorganizzazione delle milizie, anche quelle più sanguinarie, come visto per Zimbabwe e Sudan, in modo da garantire una certa stabilità per i governi alleati. Secondo il ricercatore David H. Shinn, almeno 1 milione di dollari di armi cinesi sono state vendute fino al 2006 in Benin, Botswana, Burkina Faso, Cameroon, Gibuti, Egitto, Libia, Mozambico e Zambia. Contratti più corposi hanno riguardato l’Etiopia (8,2 milioni di dollari), Kenya (1 milione), Namibia (2,3 milioni), Niger (1,2 milioni), Sud Africa (2,6 milioni), Sudan (2,9 milioni), Tanzania (1,8 milioni), Uganda (2,5 milioni) e Zimbabwe (3,6 milioni).

Progresso africano marcato Made in China

Non pochi interrogativi riguardano il concetto di progresso offerto da Pechino alle nazioni africane, visto che ponti, strade e gran parte delle infrastrutture sono stati realizzati per mano esclusiva delle industrie cinesi, maldisposte ad avvalersi della manovalanza locale, privata nel contempo di un reddito da lavoro e di un know-how fondamentale per l’avvenire. Qualora vengano assunti operai autoctoni, non è quasi mai garantito un salario adeguato e nemmeno condizioni di lavoro sicure, come testimoniato dall’esplosione di una miniera di rame in Zambia, alcuni anni fa, che causò la morte di 51 minatori locali, seguita da grandi proteste internazionali. Nelle stesse aree dello Zambia, sono serviti 2 anni di attesa e proteste affinché gli operai fossero dotati degli elmetti protettivi per il lavoro in miniera. In Ghana poi, sono stati denunciati dalla Trade Union Congress abusi nei confronti degli operai locali impiegati nella costruzione del Essipo Stadium, nella città di Sekondi, progetto da 38,5 milioni di dollari affidato allo Shanghai Construction Group of China. Per quanto agli occhi dell’Occidente le tragedie nelle miniere africane e lo sfruttamento dei lavoratori paiano incredibili, per Pechino costituiscono non più di incidenti di percorso. Del resto ogni anno in Cina perdono la vita 6.700 minatori, circa 17 al giorno. Risulta quindi difficile aspettarsi che le corporation cinesi facciano meglio tra le montagne africane, in materia di sicurezza sul lavoro, nella salvaguardia dei diritti umani, ma anche sul fronte della tutela ambientale (i fiumi cinesi sono tra i più inquinati al mondo).

Allo stesso modo, i detrattori africani hanno posto l’accento sulla qualità dell’offerta Made in China. Collegamenti stradali spazzati via dalle piogge, come la Lusaka-Chirundu in Zambia, costruita dalla China Henan. Edifici fessurati e costruiti con materiali scadenti, come il celebrato Luanda General Hospital in Angola, un progetto da 8 milioni di dollari realizzato dalla cinese Covec, avvalendosi per il 90% di manodopera locale. La struttura da 100 posti letto fu chiusa nel 2010 a seguito di evidenti cedimenti, causando il trasferimento dei pazienti in una tendopoli costruita nei paraggi. Lo stesso vale per i prodotti di consumo ‘no name’ smerciati nei mercati africani, spesso di qualità infima e privi di garanzie sulla sicurezza dei componenti. Il perdurare di questo sistema ha provocato un malcontento generale, a partire dallo Zimbabwe, dove i prodotti cinesi hanno provocato una campagna di protesta, durante la quale è stato usato il termine “zhing zhong” per denigrare la qualità delle merci distribuite. Dal Rwanda in giù, ogni nazione africana ha manifestato a proprio modo nei confronti di qualche impresa cinese, mentre nello Zambia, il leader dell’opposizione Michael Sata ha fatto del sentimento anti-cinese un elemento chiave della sua strategia politica.

L’opinione

In conclusione, per riuscire a cogliere le sfumature della campagna cinese in Africa, ed inquadrare meglio le critiche lanciate dalle democrazie occidentali, abbiamo chiesto un contributo a Davide Torri, ricercatore dell’Università di Chester (UK) esperto di dinamiche dei conflitti, politica e dinamiche del cambiamento sociale. Secondo Torri, alla luce delle opportunità di sviluppo create dalla Cina in Africa, si può parlare di allarmismo occidentale, se non addirittura di ipocrisia: “l’Africa è un continente ricchissimo, che secoli di sfruttamento da parte delle ex-potenze coloniali prima, e del Fondo Monetario internazionale poi, hanno ridotto in uno stato pietoso”. Se non bastasse, il saccheggio dell’Africa da parte dell’Occidente è tutt’ora in atto, come dimostra la quota di esportazioni a fronte del PIL (il 45% rispetto al 15-25% calcolato per gli altri continenti). Per non parlare degli ‘aggiustamenti strutturali’ che il Fondo Monetario Internazionale ha sempre richiesto, a fronte dell’erogazione dei prestiti: liberalizzazione selvaggia e smantellamento dello stato sociale. “La ragione della diffidenza dell’Occidente è tutta teoria, frutto delle analisi geopolitiche ‘neorealiste’ di Kenneth Waltz e Robert Gilpin e dei loro teoremi sul conflitto ed il dominio del sistema-mondo. Secondo tale scuola di pensiero – continua Torri – i grandi attori della scena geopolitica internazionale (gli stati) si muovono gli uni verso gli altri unicamente secondo una dinamica conflittuale. In questo senso, la crescita della presenza cinese in Africa è vista come una minaccia, un atto destabilizzante che mira ad una redistribuzione del potere a livello globale. Sicuro indice, quindi, di futuri conflitti”. Che la Cina stia influendo in modo pesante sul destino dell’Africa è fuori discussione, ma non per questo dobbiamo assolvere il Mondo Libero dai peccati di ieri e di oggi, almeno secondo Torri: “L’Africa ha sicuro di che temere di questi tempi, a mio avviso. Ma il pericolo non viene dalla Cina, bensì dagli epigoni del Colonialismo”.

Ad ogni modo, oltre a ‘giocarsi’ le proprie mosse nello scacchiere geopolitico mondiale, e dopo essersi assicurate lo sfruttamento delle risorse naturali ancora disponibili, prima o poi le grandi potenze orientali e occidentali saranno costrette a fare i conti con la salute di un Pianeta sempre più impoverito, inquinato e sconvolto. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo decenni di sfruttamento sistematico e sconsiderato, l’Africa risulta essere il continente più colpito da gravi squilibri ambientali. Il 24% dei decessi annuali in Africa (2,4 milioni di persone, 36% delle quali bambini sotto i 14 anni) sono dovuti, stando all’OMS “a fattori di rischio legati al deterioramento dell’ambiente, con conseguenze particolarmente gravi sui più poveri e i più vulnerabili”. I governi africani stanno timidamente tendano di coalizzarsi per evitare il sacrificio del Continente e dei suoi abitanti, e la Dichiarazione di Libreville del 2008 (rettificata il 26 novembre 2010 in un summit a Luanda) è stata un primo passo in questa direzione. Non è ancora abbastanza! È evidente come gli obbiettivi del Millennium Development Goals (Obbiettivi di Sviluppo del Millennio, cui si ispira la Dichiarazione di Libreville), in particolare i punti 1, 4, 5 e 7 (fame e povertà estrema, mortalità infantile, salute materna, sostenibilità ambientale) rimarranno parole al vento senza un concreto aiuto da parte delle grandi potenze, le stesse che con una mano sottoscrivono programmi di sviluppo e trattati di facciata, e con l’altra continuano a spedire container di rifiuti tossici verso i porti africani, e a sostenere sistemi di sfruttamento incontrollati e devastanti, per l’uomo e l’ambiente.

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