Il presente articolo è stato pubblicato nel febbraio 2010 dalla Rivista il Mulino (2/10 anno LIX – numero 448). Si tratta di una mia analisi sul conflitto del Kashmir, con riferimento alla condizione di conflitto che allora come oggi interessa l’Asia Meridionale. Ho atteso due anni prima di pubblicare questa analisi sulla base degli accordi con l’editore. Buona lettura.

Tra le contese territoriali più longeve dell’Asia e del mondo, un posto di primo piano spetta a quella Indo-Pakistana per il controllo del Kashmir. Il peso assunto nel tempo dall’ex regno himalayano è tale da aver condizionato, se non addirittura provocato, il concatenarsi degli eventi sfociati nell’attuale stato di conflitto permanente in Asia Meridionale, Pakistan e Afghanistan in primis. Nel contempo l’India, sebbene almeno in apparenza preservi una certa stabilità interna, è divenuta bersaglio di numerosi gruppi terroristici operanti a cavallo del confine Indo-Pakistano, legati alla lotta per la liberazione del Kashmir. È dunque un errore grossolano presentare il confronto tra le due potenze nucleari sulla Questione Kashmir alla stregua di una “guerra soft”, di quelle ormai prive di interesse, come talvolta azzardano male informati analisti e giornalisti occidentali. Limitandosi alle cartelle riassuntive proposte da Wikipedia, o ai link di qualche celebre motore di ricerca, non sarà mai possibile giungere alle radici di una disputa iniziata 63 anni fa, quando i primi calcolatori elettronici erano grandi come una stanza, e ‘internet’ un vocabolo privo di significato.

Ben più grave è l’errore commesso dalle onnipresenti agenzie di intelligence occidentali, colpevoli di aver chiuso più volte gli occhi di fronte al perdurare dello scontro tra Islamabad e New Delhi sul Kashmir. Il passare del tempo ha provocato il radicarsi del conflitto nella società indiana e pakistana come elemento imprescindibile per l’affermazione delle rispettive identità, hindu e musulmana, andato di pari passo all’evoluzione delle scelte geopolitiche attuate dai contendenti. Washington, Londra e tutti gli altri hanno preferito giocare sul Kashmir una partita a risiko basata sulle contingenze del momento storico, fregandosene delle ripercussioni che la loro non-interferenza stava avendo sui precari equilibri della Regione (intesa come Asia Meridionale).

Oggigiorno, qualsiasi relazione tra il governo indiano e quello pakistano è emanazione delle rispettive pretese sul Kashmir. L’India continua a rivendicare la potestà d’imperio su tutto il territorio, in base alla dichiarazione di Annessione sottoscritta il 26 ottobre 1947 dal maharaja kashmiro Hari Singh, hindu al potere in un regno a maggioranza musulmana. A New Delhi non basta l’attuale stato indiano ad amministrazione autonoma del Jammu & Kashmir, che costituisce il 45% del regno appartenuto al maharaja, ma punta a riprendersi anche l’Azad Kashmir, il ‘Kashmir Libero’ amministrato dal Pakistan, pari al 35% del totale; mentre il restante 20%, in gran parte composto dall’Aksai Chin, è oggetto di contesa tra Cina e India. Dal canto suo, Islamabad sostiene con forza il diritto all’autodeterminazione della popolazione kashmira tramite plebiscito, impugnando a suo favore la Risoluzione Onu numero 47 del 1948, in base alla quale spetterebbe ai cittadini decidere se far parte del Pakistan o dell’India. Allo stato attuale è lecito affermare che qualsivoglia governo indiano o pakistano sarebbe destinato a perdere il consenso popolare, o comunque a cadere per effetto delle spinte interne, nel caso concedesse troppo all’avversario sul fronte della Line of Control (LoC), l’ex Linea del Cessate il Fuoco, stabilita tra il Kashmir indiano e quello pakistano con l’Accordo di Shimla del 3 luglio 1972.

Il prolungarsi della contesa è sfociato nella iper-militarizzazione del Jammu & Kashmir, dove New Delhi ha concentrato gran parte delle proprie truppe, giunte nei momenti più critici a 570 mila uomini, l’equivalente di un militare ogni 11 civili. Sul fronte pakistano, invece, assieme al progressivo schieramento di uomini e mezzi dell’esercito, necessari per controbilanciare la minaccia armata dell’India, sono sorte diverse organizzazioni islamiche a sostegno dei kashmiri ‘indiani’ nella lotta contro l’occupazione di New Delhi. Questi gruppi, in buona parte inseriti nella lista nera dei terroristi internazionali, dipendono direttamente dall’ Inter Services Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani, che forniscono finanziamenti, armi e addestramento. Di conseguenza, sia nel Kashmir indiano che in quello pakistano stanno crescendo generazioni di ragazzi nati e vissuti in un clima di violenza e incertezza, le cui uniche prospettive di realizzazione passano per l’aggregazione ai movimenti islamici di liberazione, oppure dipendono dal trasferimento in qualche metropoli lontana dalla loro terra.

Un altro grave risvolto della “Questione Kashmir” è stato la proliferazione nucleare, tuttora viva in India e in Pakistan, entrambi dotati di vasti arsenali cui minacciano di ricorrere in caso di conflitto o di non chiare “necessità”. Mentre l’India sul nucleare è riuscita a ritagliarsi un’immagine più moderata di “partner responsabile”, ratificata dal New Deal sulla proliferazione a scopo civile siglato con gli Stati Uniti di Bush nel 2008, ciò che preoccupa i governi occidentali, in particolare americani e inglesi, è la rete clandestina messa in atto dal Pakistan sin dagli anni Settanta, grazie ad Abdul Qadeer Khan, il padre dell’atomica pakistana. Khan riuscì a realizzare il progetto della bomba attraverso il sostegno di Cina e Corea del Nord, sviluppando poi, pochi anni più tardi, un traffico di tecnologie e piani nucleari Made in Pakistan verso Iran, Libia e ancora Corea del Nord. Lo spettro della ‘Bomba Islamica’ desta molta preoccupazione a Washington e Londra, convinti come sono che le organizzazioni del terrorismo internazionale, al-Qaeda tra tutte, qualora fossero dotate di armi di distruzione di massa, non esiterebbero ad usarle contro l’Occidente. Non è forse Bin Laden ad aver definito “un obbligo religioso” il fatto di doversi munire di armi nucleari per “creare una Hiroshima americana”? Considerando che due componenti dello staff di Abdul Qadeer Khan incontrarono in più occasioni proprio Bin Laden e Ayman al-Zawahiri, è comprensibile se le parole del leader di al-Qaeda sono state prese molto sul serio.

L’evenienza di un nuovo confronto armato non è affatto remota, come visto in seguito all’attentato terroristico al Parlamento indiano del dicembre 2001, quando New Delhi allineò l’esercito a ridosso della LoC (da dove provenivano gli attentatori), dando avvio a manovre militari che fecero temere l’inizio del quarto Conflitto Indo-Pakistano. L’assembramento delle truppe indiane lungo il confine fu seguito dalla replica di Islamabad, che richiamò uomini e mezzi schierati su richiesta di Washington nelle aree tribali ad amministrazione federale (FATA) e nella NWFP, a ridosso dell’Afghanistan, agevolando la penetrazione dei taliban e degli uomini di al-Qaeda in fuga dalle truppe americane oltre la Linea Durand, in Pakistan. La minaccia della guerra si protrasse fino al maggio 2002, e fu scongiurata in seguito alle pressioni degli Stati Uniti, che privati del supporto dell’esercito di Musharraf sul confine afgano, stavano perdendo efficacia contro i taliban. Per Washington, inoltre, lo scenario di una nuova guerra in Asia Meridionale avrebbe comportato la perdita delle preziose basi militari dislocate in territorio pakistano, senza tralasciare l’incubo di un’escalation nucleare facilmente estendibile e impossibile da controllare.

Una situazione simile si è riproposta nel 2008, dopo gli attacchi del 26 novembre a Mumbai messi in atto dal Lashkar-e-Toiba, organizzazione in lotta per la liberazione del Kashmir, legata all’ISI e alla rete di al-Qaeda. Sebbene all’epoca New Delhi non avesse diretto i propri contingenti militari verso il confine, come era accaduto nel 2001, decise di troncare di netto il Composite Dialogue, il processo di normalizzazione delle relazioni avviato nel 2003 dall’allora premier indiano Atal Bihari Vajpayee, del Bharatya Janata Party, e da Pervez Musharraf, capo dell’esercito pakistano, giunto alla guida del governo con un colpo di stato nell’ottobre 1999.

Mentre il Composite Dialogue (ripreso nel 2009 con molti più ‘ma’ e ‘però’ di prima) continua a rappresentare il vestito buono con cui India e Pakistan si presentano all’Occidente, la sostanza nei rapporti tra i due paesi rimane immutata. Per entrambi è fondamentale implementare nell’intera Regione efficaci strategie geopolitiche volte all’indebolimento reciproco. Un avversario in difficoltà è più vulnerabile, fatica a mantenere la stabilità interna e ad affermarsi come nazione in grado di emergere e di influire sui meccanismi decisionali internazionali. Inoltre, cosa più importante, riduce inevitabilmente le pretese sul Kashmir. In questo gioco il Pakistan ha adottato scelte più spregiudicate e rischiose, affidando le mosse ai potenti servizi segreti nazionali, dipendenti dall’élite militare che detiene il vero potere nel paese, dotata di una profonda autonomia nei confronti del governo, tanto da essere considerata un interlocutore a parte. Tale dualismo è venuto meno durante il regime di Musharraf, personificazione del potere militare e di quello esecutivo, condizione apprezzata in particolare dagli Stati Uniti, da dove giunsero svariati miliardi di dollari diretti verso Islamabad, pur di assicurarsi il supporto dell’esercito nella guerra ad al-Qaeda e ai taliban. Sebbene la guida del governo sia oggi in mano a Yousaf Raza Gilani e Asif Ali Zardari, il rapporto con Washington è cambiato poco o nulla, per cui gli USA continuano a servirsi delle truppe pakistane nell’offensiva in Swat e nelle Sud Waziristan, a ridosso delle FATA. Ad essere cambiati, in peggio, sono gli effetti collaterali di questa alleanza armata, causa della più grave ondata di violenze e terrore della storia pakistana, cresciuta del 48% nel 2009 (dati del Pakistan Institute for Peace Studies), con 12.600 vittime, in gran parte civili, 3.021 delle quali rimaste uccise in attentati ormai estesi all’intera nazione. Per dare il giusto peso ai numeri, è utile confrontarli con quelli dell’Afghanistan, dove secondo le Nazioni Unite, nei primi 10 mesi dello scorso anno, sono rimaste uccise 2.000 persone, mentre nello stesso periodo, l’Iraq Body Count stima che in Iraq abbiano perso la vita 4.500 civili.

Nella strategia di indebolimento dell’India, l’ISI si è concentrato sin da subito sul sostenimento dei focolai di rivolta nel Jammu & Kashmir. Dal 1989 – anno in cui è iniziata la sanguinosa rivolta nel Kashmir indiano, costata quasi 70 mila vittime, e dichiarata (ottimisticamente) conclusa nel 2004 –, l’ISI ha appoggiato senza esitazioni l’insurrezione, creando numerosi campi di addestramento in Pakistan. Dapprima l’intelligence pakistana ha sostenuto le organizzazioni nazionaliste laiche del Jammu & Kashmir, ma presto queste sono state giudicate troppo moderate e rimpiazzate da gruppi islamici, per i quali la cacciata degli indiani rappresentava una guerra islamica di libertà nazionale, non jihad. L’ago della bussola si è poi spostato nuovamente a metà degli anni Novanta, quando l’attenzione è giunta ai gruppi estremisti della corrente deobanda dell’Islam sunnita, aprendo al Kashmir le porte del jihad. L’ISI punta quindi sul Lashkar-e-Toiba, autore di numerosi attentati in India, come quello di Mumbai del 26 novembre 2008; sul Jaish-e-Mohammed, che il 20 aprile 2000 compì il primo attentato kamikaze a Srinagar, presto emulato da altre organizzazioni; sul Hizb-ul-Mjahideen, movimento tra i più efficaci in Jammu & Kashmir, con base a Muzaffarabad, in territorio pakistano. Rapportandosi con queste e altre organizzazioni minori comunque attive lungo la LoC, l’ISI ha optato per un controllo basato sul ‘dosaggio’ attento di fondi, armamenti e libertà d’azione, volto a rendere ciascun gruppo un’entità autonoma legata alle direttive dei servizi segreti. Così facendo, l’auctoritas militare pakistana è riuscita a mantenere un basso profilo nell’intensità degli attacchi nel Kashmir indiano, tale da non giustificare una risposta armata di New Delhi, e da non provocare prese di posizione dei governi occidentali. L’azione dei servizi segreti pakistani è giunta anche in Bangladesh, e si è rivolta a gruppi non islamici. Da Dacca, continua ad essere fornito appoggio ai ribelli indipendentisti dell’United Liberation Front of Asom (Ulfa) nel Nordest dell’India, e ai guerriglieri Naxaliti-Maoisti che stanno minando la stabilità interna della democrazia più popolosa al mondo, portando avanti dal 1967 una guerra contro il governo nelle giungle dell’India Centrale.

La collusione dell’ISI con le organizzazioni islamiche più estremiste ha aperto un nuovo capitolo negli equilibri della Regione. In questa fase, Islamabad punta a Kabul, oltre la Linea Durand, dove il governo uscito dal conflitto con i russi sta rafforzando i propri legami con New Delhi, che di lì a poco aprirà un’ambasciata e alcuni consolati. Per Islamabad si tratta di una sconfitta strategica, si vede accerchiata dal nemico più temuto, il quale, attraverso il Research and Analisys Wing (RAW, l’agenzia di intelligence indiana), sfrutta la piattaforma afgana per promuovere interferenze transfrontaliere. Al pari dell’ISI in Bangladesh, il RAW offre appoggio ai ribelli beluci e ai nazionalisti sindhi del Baluchistan pakistano, originando un’estesa fascia instabile lungo il confine con l’Iran, in un territorio ricco di gas e vitale per il fabbisogno energetico della nazione. Ecco che i soldati pakistani vengono a più riprese distolti dalle ‘aree calde’, per essere schierati contro i guerriglieri del Baluchistan Liberation Army (BLA), autori di numerose incursioni dall’Afghanistan meridionale e dall’Iran, dove trovano rifugio. La strategia indiana, dunque, riesce a ridurre la minaccia pakistana sulla LoC, ma punta anche ad ostacolare le mire della Cina verso il Mare Arabico, potenza incontrastata in Asia, già in guerra con l’India nel 1962 per le contese territoriali ancora irrisolte sui  4.600 chilometri di frontiera, nota come Line of Actual Control (LaC). L’azione del BLA prevede il sabotaggio di infrastrutture e gasdotti, l’eliminazione degli esponenti del governo pakistano, infine colpisce in più occasioni anche il personale tecnico cinese impegnato nella costruzione del porto da 260 milioni di dollari a Gwadar, sulla costa di Makran, finanziato per il 70% da Pechino, che come vedremo a breve è divenuto il principale alleato di Islamabad.

Per contenere la minaccia indiana in Afghanistan, considerata il male peggiore, a metà degli anni Novanta l’ISI inizia a sostenere i taliban di ispirazione deobandista nelle loro spinte verso Kabul. Partendo dai punti di appoggio nelle FATA, i taliban riescono a penetrare progressivamente oltre l’indefinita Linea Durand, conquistando il potere in Afghanistan, dove l’India chiude le proprie rappresentanze diplomatiche. Il momentaneo successo della strategia pakistana sposta il baricentro verso Kabul, così i militanti in lotta per la liberazione del Kashmir vengono dirottati nei campi di addestramento afgani, avvicinandosi progressivamente ai taliban e alla rete di al-Qaeda, organizzazione quest’ ultima che, come insegna la storia, qui ha trovato terreno fertile. La situazione si complica di nuovo dopo l’11 Settembre 2001, quando Musharraf è costretto a smussare i toni della sua dittatura e a confutare le (comprovate) accuse di collusione con il terrorismo, portandolo a schierarsi con Washignton nella caccia a Bin Laden e agli uomini di al-Qaeda. Il protrarsi dell’offensiva americana in Afghanistan costringe i taliban alla ritirata nel Pakistan settentrionale, dove godono ancora di appoggi validi. Di conseguenza a Kabul si rovesciano nuovamente gli equilibri politici, tornando a favore di New Delhi, che riapre ambasciata e consolati, e mette progressivamente a disposizione di Hamid Karzai ingenti capitali e personale tecnico necessari a ricostruire la nazione. Per Islamabad lo scenario si complica e assume la conformazione attuale: a nord si riapre il ‘fronte’ afgano con l’India; nelle FATA e nella NWFP si intensifica l’offensiva dell’esercito a fianco degli americani contro i taliban, con la conseguenza che gran parte delle organizzazioni terroristiche create e a lungo gestite dall’ISI sfuggono al controllo, finendo sotto l’ombrello di al-Qaeda.

È evidente come le scelte radicali adottate negli anni dai governi pakistani non abbiano pagato. Oggigiorno, Islamabad deve tenere le redini di un paese alla deriva, sempre più povero e instabile, mentre New Delhi si presenta come una potenza moderna e matura, con un’economia in rapida crescita, pronta ad affiancare l’Occidente contro il terrorismo, schierando, se necessario, le proprie truppe in Afghanistan. L’India si è poi guadagnata il ruolo di alleato principale degli Stati Uniti in Asia Meridionale, soprattutto in ottica anti-cinese, relegando il rivale pakistano ad una funzione strumentale nell’offensiva armata contro i taliban. L’inevitabile sentimento di frustrazione provato da Islamabad ha favorito il rafforzamento dei già buoni rapporti con Pechino, divenuti un contrappeso indispensabile per ridimensionare il binomio India-Stati Uniti. La Cina si è presentata ai pakistani offrendo numerosi progetti di cooperazione allo sviluppo, come quello del porto a Gwadar, che per Pechino rappresenta non solo un punto di appoggio cruciale verso il petrolio arabo e africano, ma anche un ponte verso i giacimenti di gas del Baluchistan. Più di recente, il premier cinese Hu Jintao ha ribadito la volontà a proseguire nella costruzione congiunta con Islamabad di nuove infrastrutture nell’Azad Kashmir. Si tratta in particolare della super diga Diamir-Bhasha da 12,6 miliardi di dollari, lungo il fiume Indo, che sarà realizzata grazie alla collaborazione tra il ministero delle Acque e dell’Energia di Islamabad e la China’s Three Gorges Project Corporation. Appoggio confermato anche per l’ampliamento della Karakorum Highway, l’autostrada più alta al mondo che unisce i due alleati, vista da Pechino come un accesso privilegiato su Gwadar e il Mare Arabico. A New Delhi però, i progetti in Azad Kashmir sono un vero affronto, in quanto sembrano legittimare l’autorità pakistana nel territorio, preteso con forza dall’India.

Lo scenario si complica ulteriormente se, come accaduto, a parlare di “area contesa” – in riferimento al Kashmir-  è la Cina, potenza internazionale con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la quale rivendica ben 90.000 metri quadrati di territori all’India, in particolare quelli corrispondenti all’Arunachal Pradesh. È palese come, appoggiando il Pakistan nell’Azad Kashmir, Pechino stia colpendo indirettamente la supremazia indiana in Asia Meridionale, divenuta un ostacolo per le strategie geopolitiche cinesi oltre i confini occidentali.

Sul fronte kashmiro, in tempi recenti, sono giunte anche provocazioni meno velate da parte di Pechino, come gli sconfinamenti del People Liberation Army, che in più occasioni ha varcato la LaC, penetrando in Ladakh, distretto del Jammu & Kashmir. È quanto risulta da un rapporto ufficiale diffuso lo scorso gennaio, in cui il governo ammette “la perdita sostanziale” di terreni lungo la LaC, passati in mano cinese a causa della sorveglianza ridotta delle truppe indiane. Per ovviare alla propria inadeguatezza e ristabilire l’equilibrio con la Cina, a fine 2009 il governo indiano ha annunciato lo stanziamento di ben 100 miliardi di dollari entro il 2020, destinati al rafforzamento degli arsenali dell’esercito. I primi adeguamenti riguarderanno l’aeronautica, con 10,4 miliardi da spendere per l’acquisto di 126 nuovi caccia da combattimento, seguiti da elicotteri da guerra, cui si aggiungeranno sottomarini, navi, artiglieria pesante e sofisticate attrezzature per il monitoraggio dei confini. Sebbene siano pochissimi a credere nella possibilità di un conflitto tra India e Cina, per le quali ci sarebbe troppo da perdere e ben poco da guadagnare, la corsa al riarmo (ripresa anche da Pechino) dice molto sulle percezioni delle due potenze asiatiche, per le quali il mantenimento dei progressi compiuti fino ad oggi dipende anche dalla capacità di persuasione dei rispettivi eserciti.

In conclusione, è doveroso capire quanto l’Asia Meridionale sia vicina al baratro. A partire dal Pakistan, dove lo sforzo bellico contro al-Qaeda e i taliban sta velocizzando la deriva interna al paese. Ne è una dimostrazione l’ondata di violenze in corso su tutto il territorio, legata secondo molti all’appoggio che Islamabad sta dando agli Stati Uniti, convinzione diffusa anche tra i tanti pakistani laici, dei quali quasi mai si parla, sostenitori di una linea di governo più vicina all’Occidente. Qualora si intendesse davvero ristabilire l’equilibrio, non sarà di certo per mezzo delle armi, tanto meno massacrando migliaia di civili con i droni teleguidati. Servirà, invece, offrire reali prospettive alle future generazioni, attraverso il rilancio dell’economia, il ripristino di un sistema scolastico alternativo alle 12.000 madrasa pakistane, l’attuazione della redistribuzione delle terre svendute dal governo agli ufficiali dell’esercito, la rifondazione dell’apparato giudiziario e molto altro ancora. Per riuscirci, dovrà sin da subito essere inserito un programma di alleggerimento militare nei territori contesi come prima voce nell’agenda politica internazionale, al fine di ottenere da New Delhi e da Islamabad un impegno serio verso il dialogo reciproco. Un ruolo chiave spetta sin da subito al governo indiano, attualmente in una condizione di netto vantaggio, cui tocca lo scotto di adattarsi al nuovo scenario, contribuendo al ripristino della situazione in Pakistan. Il premier indiano Singh e la sua squadra non possono ignorare le conseguenze di un’eventuale caduta del governo pakistano, la cui onda d’urto scuoterebbe anche la patria di Bollywood e del miracolo economico. Sta all’India, dunque, dimostrare di essere una grande potenza, assumendosi la responsabilità di concedere qualcosa lungo la LoC, rendendo il Kashmir un ponte per il nuovo inizio.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.