Di seguito proponiamo l’interessante analisi di Davide Torri, il quale prende in rassegna l’evoluzione della Jihad nel mondo in base alla strategia di Abu Musab al Suri. Torri parte dai grandi ‘nodi’ della geopolitica internazionale, in particolare i fronti del post 11 Settembre, arrivando poi alla polverizzazione dell’offensiva Jihadista la quale, negli ultimi anni, ha assunto una conformazione innovativa, tale da renderla un antidoto in grado di contrapporre “i droni al coltello da cucina”. Una guerra santa molecolare, frammentata, imprevedibile e spesso imprevista, volta a perseguire il progetto di un “fronte fluido”, così come auspicato da al Suri. …

L‘improvvisa sequenza degli attentati di Boston e Londra pare precipitare di nuovo l’Occidente nell’incubo del terrore. Un terrore, scriveva nei giorni scorsi Vittorio Zucconi su Repubblica, molecolare e perciò imprevedibile: gli ultimi eventi mostrano giovani e giovanissimi che, apparentemente da soli, o in gruppi ristrettissimi, pianificano di colpire la popolazione civile di tranquilli e sonnolenti sobborghi,  oppure di assassinare i militari mentre passeggiano in libera uscita.

Da un lato, verrebbe voglia di liquidare il tutto come improvvise esplosioni di follia. Dall’altro, il messaggio che questi giovanissimi jihadisti autodidatti riferiscono, invece, li ricolloca nel convulso universo che Jason Burke ha definito (è il titolo di uno dei suoi ultimi libri), “le guerre dell’11 settembre”: più che una guerra, una serie di conflitti in cui dimensioni globali e dinamiche locali appaiono legate in maniera inscindibile.

Da Boston a Londra, il messagio è chiaro, semplice e animato da una sua, ancorchè terribile, logica: una rappresaglia in risposta alle guerre in Iraq e Afghanistan. Ed anche le tecniche, in realtà, non sono una novità. Non si parla, e non si può parlare, in questi casi, di legami provati con la rete di Al Qaeda: laddove vi erano percorsi di indottrinamento e campi di addestramento dislocati in Sudan e Afghanistan, in cui gli aspiranti mujaheddin venivano preparati militarmente da addestratori, capi militari, guide spirituali ed ideologiche, si assiste invece, oggi, ad una militanza radicale che trae ispirazione principalmente – così si sostiene da più parti – dai mezzi di informazione.

È senz’altro vero, ma si dimentica, in questi casi, che dieci anni di guerre sanguinosissime – che trovano relativamente poco spazio nei nostri notiziari – hanno attraversato come un fiume carsico la cultura del primo decennio del Ventunesimo secolo, intersecandosi con le vite individuali di milioni di persone, in molti casi spezzandole. Come ho avuto modo di scrivere altrove, i mezzi di informazione ci hanno presto assuefatto alla violenza: ma la sua permanenza, in sottotraccia, a lungo andare non può che avere effetti nefasti. Esattamente come un fiume carsico, prima o poi torna in superficie. E chi si fosse documentato, in questi anni, sulle guerre post-11 settembre, saprebbe che quello a cui stiamo assistendo potrebbe non essere altro che l’avverarsi del sogno di Abu Musab Al Suri, personaggio ben noto della galassia jihadista, ma al quale ben poco spazio è stato dato sui media. La sua visione della Jihad, diametralmente opposta a quella di Osama bin Laden e di Al Zawahiri, potrebbe, dopo il fallimento di quella, costituire una nuovissima ed ancor più temibile minaccia.

Mustafa bin Abd al-Qadir Sitt Maryam Nasar, meglio noto col nome di battaglia Abu Musab al Suri,  nacque in Siria alla fine degli anni Cinquanta e, giovanissimo, entrò a far parte di una fazione militante (Avanguardia Combattente) vicina alla Fratellanza Musulmana. Nel 1982 partecipò alla insurrezione di Hama (Siria), in cui per ben 27 giorni i guerriglieri della Fratellanza Musulmana e l’esercito siriano si affrontarono in una battaglia campale che non risparmiò la popolazione civile: alla fine i morti si contarono a decine di migliaia.

Riparato prima in Francia e quindi in Spagna, al Suri decise infine di unirsi alle forze jihadiste in Afghanistan e raggiunse il paese nel 1987, appena in tempo per partecipare all’offensiva finale contro le forze sovietiche.

Nello stesso periodo entrò a far parte della cerchia di militanti che all’epoca faceva capo ad Abdallah Yusuf Azzam, palestinese, una delle più influenti figure del movimento jihadista degli anni Ottanta, già mentore e guida di Osama bin Laden. Dopo la morte di Azzam, avvenuta nel 1989 in circostanza mai del tutto chiarite, bin Laden e al Suri  collaborarono per quasi tutti gli anni Novanta: nel 1992 al Suri rientrò in Europa e visse in Spagna e a Londra, da dove organizzò alcune delle rare interviste rilasciate da Osama bin Laden ai reporter occidentali, tra cui quella della CNN a Peter Bergen del 1997.

Sempre nel 1997, al Suri rientrò in Afghanistan e aprì un proprio campo di addestramento. Risalgono a questo periodo alcune divergenze con la rete di bin Laden: già dal 1998 al Suri cominciò a criticare bin Laden e la sua strategia mirante a colpire gli Stati Uniti e a trascinarli in un conflitto con le forze jihadiste mettendo in pericolo, come poi avvenne, l’esperimento dell’Emirato talebano in Afghanistan.

Dopo l’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan, i movimenti dei leader jihadisti si fanno confusi e di loro tende a perdersi ogni traccia per qualche anno. È tuttavia proprio in questi anni che si diffonde uno scritto di al Suri destinato a divenire uno dei caposaldi ideologici del movimento jihadista contemporaneo: in un imponente documento politico di oltre millecinquecento pagine  al Suri propone la sua visione per una jihad globale.

Il suo approccio lo accomuna ad altri teorici di rivoluzioni politiche del passato, caratterizzate da spontaneismo e situazionismo, decentramento e autonomia. Come ha scritto di recente l’analista e politologo Brinjar Lia, lo slogan di al Suri si può, molto semplicemente, riassumere con l’espressione “nizam, la tanzim”: la rivoluzione jihadista è un sistema, e non una organizzazione.

Vale la pensa soffermarsi sull’articolo di Lia e citarlo più estesamente, poiché  la sua analisi apre un importante spiraglio per l’interpretazione degli eventi degli ultimi giorni:

“Un sistema, non un’organizzazione. In altre parole, ci dovrebbe essere un sistema operativo, una sorta di protocollo, disponibile a chiunque abbia voglia di partecipare alla jihad globale sia da solo che assieme ad un piccolo gruppo di compagni fidati, al posto di una organizzazione operativa. Per questo, il movimento jihadista globale dovrebbe scoraggiare ogni legame organizzativo diretto tra leadership ed unità operative. La leadership dovrebbe limitarsi a linee guida di carattere generle, e i leader operativi dovrebbero esistere solo a livello delle singole cellule. Il collante di questo movimento altamente decentrato non è altro che un obiettivo comune, una condivisa dottrina programmatica ed un vasto percorso di (auto-)educazione” (Brynjan Lia, ‘The Al-Qaida strategist Abu Musab al-Suri: A Profile’, 2006, pag. 17).

Nel suo libro The 9/11 Wars (2011), Jason Burke descrive un momento preciso, nella storia dell’ultimo decennio, in cui le idee di al Suri parevano sul punto di deflagrare con violenza nel cuore dell’Europa: diversi atti di violenza spontanea, solo tenuemente o niente affatto legati tra loro, ma evidentemente collegati ai conflitti in Iraq e Afghanistan. Nell’omicidio di Van Gogh, ucciso a coltellate in una tranquilla strada olandese, nelle banlieues di parigi in fiamme per giorni, nel fallito attentato all’aeroporto di Glasgow del 2007, nel massacro di Fort Hood degli Stati Uniti, così come negli accoltellamenti di strada in Israele e nel tentativo di far esplodere un ordigno alla caserma Santa Barbara di Milano nel 2009, Jason Burke scorge il possibile inverarsi del sogno di al Suri: una violenza capillare e diffusa, spontanea e non diretta da alcuno, capace di paralizzare l’Occidente come, e forse più, degli attentati più spettacolari a cui abbiamo assistito in questi anni. L’obiettivo strategico resta quello classico di Al Qaeda e di altre frange del movimento jihadista: la creazione di uno stato islamico radicale. La tattica: una mobilitazione generale delle masse islamiche che vivono nell’Occidente, un fronte aperto e fluido costituito non più da militanti inquadrati in una organizzazione verticistica, ma in spontaneisti dediti all’azione estemporanea ed organizzati in gruppi di affinità, o, ancor meglio, da soli. Per tornare alla metafora usata da Vittorio Zucconi, dalla cellula alla molecola, dalla molecola all’atomo.

Ricercato dagli Stati Uniti e con una taglia di cinque milioni di dollari sulla sua testa, al Suri viene catturato in Pakistan, a Quetta, nell’ottobre 2005. Un mese dopo, le autorità pachistane lo consegnano agli Stati Uniti. Di lui si perde a quel punto ogni traccia, all’interno del sistema carcerario segreto allestito degli Stati Uniti. Secondo alcune fonti, viene tenuto prigioniero nella base navale statunitense Diego Garcia nell’Oceano Indiano, luogo di detenzione, assieme a molti altri, sfuggito all’attenzione generale dei media concentrati prevalentemente su Guantanamo (si veda il libro di David Vine, pubblicato nel 2009, Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia).

Dato che al Suri è, dagli anni Ottanta, cittadino spagnolo, il noto giudice Baltazar Garzon chiede nel 2009 ufficialmente agli Stati Uniti dove sia detenuto, ma riceve solo risposte vaghe e confuse: secondo Human Rights Watch al Suri si trova, all’epoca, in un centro di detenzione segreto.

La storia di al Suri potrebbe forse finire qui, se non fosse che all’improvviso gli Stati Uniti dichiarano di averlo consegnato alle autorità della Siria. E le autorità siriane, come risulta da diversi articoli apparsi su quotidiani locali ed internazionali del febbraio 2012, nonché sui siti web di ispirazione jihadista, lo rimettono in libertà verso la fine di dicembre 2011. Appare un poco strana la decisione del governo siriano di rimettere in libertà una delle più influenti figure jihadiste proprio nel periodo in cui la situazione nazionale andava precipitando e le manifestazioni anti-Assad cedevano il passo alle azioni delle formazioni ribelli armate, ma questa è un’altra storia e seguirla ci porterebbe troppo addentro la guerra civile siriana.

Tornando invece agli episodi di Londra e di Boston, diversi commentatori in questi giorni hanno usato  espressioni quali Jihad-fai-da-te e simili. Possono anche andare bene e rendere l’idea. Ma è senz’altro meglio rendersi conto che questi episodi altro non sono che la materializzazione di una dottrina jihadista che ha trovato ampia diffusione negli ultimi dieci anni e che potrebbe non essere il canto del cigno della Jihad globale, ma un suo nuovo inizio.

L’appello per la jihad globale di al Suri è un invito rivolto a chiunque ne condivida i motivi a combatterla, qui ed ora, con ciò che si ha a disposizione. Il suo messaggio non chiama al pellegrinaggio militante in Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia …e l’elenco potrebbe andare avanti a lungo, poiché, in questo intersecarsi di dimensione locale e globale, sono molti i fronti sui quali combattono migliaia di mujaheddin (centinaia dei quali europei): è rivolto invece a tutti gli altri, quelli che restano a casa, affinché la combattano con tutto quello che hanno a disposizione ed è proprio questo l’elemento che incute più timore, oggi, ai governi occidentali.

La guerra non è mai stata così asimmetrica: da un lato l’impiego sempre più massiccio di sistemi altamente tecnologici e computerizzati, i droni, le squadre  speciali; dall’altro gli oggetti di cucina ed altri utensili di uso quotidiano.

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