Islamabad, 13 Maggio 2013. Con le elezioni generali di sabato, vinte dal PML-N di Nawaz Sharif, in Pakistan si è aperto un nuovo capitolo che in molti si augurano porti verso la democrazia. E’ la prima volta infatti, che un partito al governo è riuscito portare a termine (il 16 marzo scorso) il suo mandato, e per la prima volta in 66 anni di storia, con le votazioni di sabato è stato sancito un passaggio di consegne con un altro governo democraticamente eletto (dal PPP uscente, alla PML-N). Viene così ad interrompersi quell’alternanza tra potere politico e militare che sin dal dopo Jinnah ha ripetutamente reciso ogni barlume di aspirazione democratica, affidando per ben 32 anni complessivi e dopo ripetuti colpi di stato, la guida del paese a diversi governi militari. Ciononostante, le elezioni di sabato 11 maggio non basteranno ad insediare in Pakistan una democrazia solida e duratura, in quanto sono ancora troppi i limiti esistenti. In particolare la diffusione del terrorismo dal nord al sud, la crescita delle violenze verso le minoranze religiose, la pesante recessione che ha quasi arenato la crescita economica, la disoccupazione, la crisi energetica, l’offensiva anti-Taliban, la permissività verso gli USA in particolare sulla guerra dei droni. L’insieme di questi elementi rendono un quadro allarmante, impossibile da ignorare e se letto in ottica democratica, svela la fragilità insita nel governo che a breve dovrà insediarsi e possibilmente prendere le redini del Paese. Nawaz Sharif durante il suo discorso da vincitore, ha garantito la volontà di mantenere tutte le promesse fatte in campagna elettorale, tuttavia la situazione in Pakistan è talmente fragile che difficilmente avrà la spinta necessaria a contenere le falle esistenti e rilanciare il Paese.

Uno dei primi obbiettivi di Sharif dovrà essere la riconquista della fiducia dei cittadini, i quali secondo un’analisi di Gallup, dubitano che un governo democratico possa essere utile al Pakistan. Lo scorso novembre, appena il 23% della popolazione vedeva positivamente un governo democratico, rispetto al 31% nel 2010, 54% nel 2008, 58% nel 2006. Il dato rilevato nel 2012 è controbilanciato dalla preferenza diffusa per il potere militare, scelta benvoluta dall’88% dei pachistani, disposti a sostituire la cravatta del premier con le stelline d0rate di un generale. Questa sfiducia scaturisce dalle politiche perseguite dal governo uscente (PPP, Pakistan People Party), in particolare dalla scelta di supportare gli Stati Uniti nell’offensiva anti-Taliban, che oltre a minare pesantemente la fiducia degli elettori verso i fondamenti della (debole) democrazia pachistana, ha di fatto annientato ogni speranza di successo per il partito della famiglia Bhutto. A nulla è infatti servito l’intervento di Bilawal Bhutto, figlio della compianta Benazir, il quale ha fallito in pieno nel tentativo di risollevare le sorti del PPP, arrivando addirittura a riesumare il celebre slogan elettorale introdotto dal nonno materno Zulfica Ali Bhutto, che recitava “roti, kapra aur makan” (cibo, vestiti e casa).

Il rischio di un futuro colpo di stato e l’imposizione di un’autorità militare è tangibile. Non a caso Sharif è già stato deposto dall’esercito, e sostituito dal generale Pervez Musharraf nel 2008. Qualora il livello già alto di ingovernabilità dovesse crescere ancora, un nuovo golpe potrebbe essere inevitabile. Partiamo dall’assunto che Sharif non sarà mai in grado di porre fine alle violenze religiose che imperversano il Paese, non riuscirà mai a scardinare la folle legge sulla blasfemia in base alla quale un comportamento denigratorio verso l’Islam è un reato penale punibile con la pena di morte, come accaduto nel 2012 alla cristiana Asia Bibi, la prima donna ad essere colpita dalla legge sulla blasfemia e condannata alla pena capitale. A questi elementi si sommano la corruzione dilagante, il sistema giuridico inefficiente, la pesante crisi economica, energetica e dell’occupazione, e non da ultimo il sempre maggiore scollamento tra potere centrale e i diversi (potenti) gruppi fondamentalisti attivi nel paese, per i quali la tacita alleanza con Islamabad si è rotta nel 2001, con l’apertura di Musharraf verso la collaborazione nella lotta al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti a ridosso della Linea Durand. E’ vero che Sharif, rispetto ai leader del PPP, gode di maggiori consensi presso l’ortodossia islamica, tuttavia solo un governo militare potrà riportare entro limiti accettabili la deriva anti-governativa intrapresa dalle organizzazioni islamiche del Paese in particolare nel 2009, anno in cui Islamabad ha lanciato l’offensiva militare anti-Taliban in Swat e Dir, poi estesa lungo il confine afgano fino al Sud Waziristan e in Baluchistan.

L’approssimarsi del passaggio di consegne in Afghanistan è ormai vicino (2014), quindi difficilmente assisteremo ad un colpo di mano militare in Pakistan prima di allora. Per Islamabad e soprattutto per l’auctoritas militare pachistana è cruciale essere coinvolti nel processo di pace in Afghanistan, quindi ottenere un ruolo che permetta loro di agire concretamente a Kabul e dintorni, dove New Delhi ha già posto radici solide minando di fatto la profondità strategica tanto cara al Pakistan e necessaria nel caso di un conflitto con il nemico di sempre, l’India.

Per Sharif sarà dura, ma a suo favore ci sono almeno un anno di tempo, le aspettative dell’Occidente che pretende ‘moderazione e democrazia’ (almeno nominale), una crisi economica talmente profonda da richiedere un intervento concreto. Per quanto riguarda l’avverarsi del sogno democratico  in Pakistan riparliamone tra cinque anni.

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