Bhopal, 30 Novembre 20015. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 si consumò il più grave disastro chimico della storia (universalmente noto come Disastro di Bhopal), provocato da una perdita di 40 tonnellate di Isocinato di Metile (Mic), sostanza altamente tossica usata per la produzione del Sevin, pesticida agricolo, nello stabilimento della Union Carbide a Bhopal (India). Quella notte, a proiettarsi sul cielo della città fu un potente getto di gas, uscito da un camino dell’impianto lasciato in una condizione di incuria, perché non più produttivo. Spinta dal vento, la nube tossica si diresse verso il centro della città cogliendo gli abitanti nel sonno, a cominciare dalle abitazioni degli operai, ammassate oltre il cancello di ingresso. Il gas era talmente tossico da uccidere sul posto 8000 persone, poi avanzando mutò la composizione, così altre 20, forse 30.000 persone morirono nei giorni, settimane e mesi successivi. Oltre a mezzo milione di intossicati. Si cercò immediatamente di comprendere le cause, per attribuire le responsabilità. Rispetto ai 3 miliardi e 300 milioni di dollari chiesti come risarcimento, nel 1989 la multinazionale statunitense spuntò un accordo per 470 milioni, ma dopo la parcella degli avvocati (un terzo del totale) e i bocconi dei politici, rimasero appena 300 dollari a persona. Presto le cause civili e penali, così come le richieste di estradizione avanzate nei confronti dell’amministratore Warren Anderson, si trasformarono in una lotta contro i mulini a vento. Non ancora conclusa.

Pubblichiamo nei giorni del 31esimo anniversario, una serie di estratti dal reportage condotto nel 2009 a Bhopal, presso la Union Carbide e nei centri di cura per i bambini che costituiscono la Terza Generazione di vittime.

«Ieri abbiamo vinto la partita. Il capitano mi ha fatto andare alla battuta per primo, non era mai successo. Che emozione, nel cricket i primi a salire sul beating crease (pedana di battuta) sono i migliori della squadra. Il lanciatore avversario aveva il record delle eliminazioni, ma con me non l’ha spuntata. Dopo due lanci e un nullo sono riuscito a colpire, ho messo tutta la mia forza e il shot è stato fortissimo, la palla è volata lontano, sempre più lontano, finendo fuori campo. Abbiamo guadagnato 4 runs (punti), riuscendo a mantenere questo distacco fino al termine della partita, e i miei compagni mi hanno festeggiato portandomi sulle spalle». È questo il racconto di Sunil, bambino indiano di 10 anni, che condivide la propria passione per il cricket con centinaia di milioni di connazionali. Qui in India, così come in Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, il criket è lo sport nazionale, eredità del Raj Britannico, diffuso come una febbre tra giovani e vecchi, ricchi e poverissimi, immancabilmente assiepati davanti ad un vecchio televisore, o vicino alla radio per assistere alle gesta dei propri idoli durante le partite. In ogni indiano, vive l’ambizione di giocare negli stadi più importanti, come Mumbai, Bangalore o New Delhi, davanti a folle esaltate dal lancio più veloce, o da un fuoricampo all’ultima battuta. Non ci sono palline o sassi in India, a non essere stati raccolti e lanciati almeno una volta in avanti, dopo una breve rincorsa, facendo roteare sulla testa il braccio teso, così come provato e riprovato ‘a vuoto’ emulandCricket a Bhopal o i campioni.
Sanjay è un lanciatore, indossa gli stessi colori di Sunil, e come il compagno di squadra è nato e cresciuto a Bhopal, a sud di Union Carbide Road, strada che prende il nome da una importante fabbrica statunitense di pesticidi, ormai dismessa. Anche lui racconta di tiri imprendibili, punti decisivi e vittorie memorabili. Ogni notte, Sanjay e Sunil giocano assieme la stessa partita, in sogno, esorcizzando così un’esist3enza di dolore e sofferenza, dovuta alle gravi malformazioni con cui sono nati. Per loro sarebbe impossibile scendere in campo. Faticano a reggersi in piedi e proprio non possono camminare, figuriamoci correre o lanciare! In India di bambini ammalati ce ne sono tanti, troppi, ma la città di Bhopal ha qualcosa di ‘speciale’, un record che con lo sport ha poco a che spartire. Qui, la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 si consumò il più grave disastro chimico della storia, provocato da una perdita di 40 tonnellate di Isocinato di Metile (Mic), sostanza altamente tossica usata per la produzione del Sevin, pesticida agricolo, nello stabilimento della Union Carbide. Quella notte, a proiettarsi sul cielo della città fu un potente getto di gas, uscito da un camino dell’impianto lasciato in una condizione di incuria, perché non più produttivo. Spinta dal vento, la nube tossica si diresse verso il centro della città cogliendo gli abitanti nel sonno, a cominciare dalle abitazioni degli operai, ammassate oltre il cancello di ingresso. “Il gas era talmente potente da uccidere sul posto 8000 persone – spiega Sathyu, coordinatore dell’associazione per la tutela delle vittime, Sambhavna Trust –, poi avanzando mutò la composizione, così altre 20, forse 30.000 persone morirono nei giorni, settimane e mesi successivi. Oltre a mezzo milione di intossicati”. Si cercò immediatamente di comprendere le cause, per attribuire le responsabilità. “A provocare l’incidente fu un sabotaggio”, si legge nella mezza pagina dedicata alla vicenda nel sito della Union Carbide. Poi ancora “fu una terribile tragedia, che continua ad evocare grande emozione. La Union Carbide ha lavorato diligentemente per predisporre immediato e continuo aiuto alle vittime, soddisfacendo tutte le richieste e ottenendo l’approvazione della Corte Suprema dell’India”. Rispetto ai 3 miliardi e 300 milioni di dollari chiesti come risarcimento, nell’89 la multinazionale statunitense spuntò un accordo per 470 milioni, ma dopo la parcella degli avvocati (un terzo del totale) e i bocconi dei politici, rimasero appena 300 dollari a persona. Presto le cause civili e penali, così come le richieste di estradizione avanzate nei confronti dell’amministratore Warren Anderson, si trasformarono in una lotta contro i mulini a vento. Non ancora conclusa.
Sono trascorsi 25 anni dalla notte del disastro, e lo stabilimento in rovina continua a provocare gravi contaminazioni e vittime. Per capirne di più siamo andati sul posto, dopo aver ottenuto il permesso dal Collector di Bhopal. L’ingresso della “Bella Fabbrica” – così come fu battezzata alla fine degli anni ’70, quando rappresentava una promessa per migliaia di lavoratori, al motto di “safety first” (la sicurezza per prima) –, si trova in Union Carbide road. Al cancello veniamo accolti da un poliziotto di nome Prakash, munito del bastone in bambù in dotazione alle forze dell’ordine. Legge a fatica le motivazioni della nostra visita, tuttavia, convinto dai timbri governativi ci invita a seguirlo. Procediamo sulla destra, lungo una strada scura in catrame arroventa dal sole. Su ambo i lati crescono sterpaglie di ogni tipo, alte fino a 3 metri, da dove sbuca un piccolo gregge di capre, seguite da una famigliola di pastori vestiti di stracci. Altri 400 metri, e dopo un boschetto scorgiamo i casermoni grigi osservati dall’esterno. Era questo il centro produttivo principale, e più ci avviciniamo, più realizziamo l’imponenza del complesso, composto da almeno 5 strutture satellite rivestite in gran parte di pannelli in eternit. «Laggiù vivono altri quattro poliziotti – spiega Prakash, indicando un basso edificio 50 metri più a sud –, di giorno dormono, ma la notte devono sorvegliare l’area in quanto la fabbrica è composta da materiali costosi, e verrebbe smantellata in poco tempo». Cerco di capirne di più, scoprendo che a sud della città si concentrano le abitazioni dei più poveri, gente che vive alla giornata e che vede nei pannelli in eternit una possibilità di guadagno, o almeno del buon materiale per rinforzare i tetti delle baracche. Del resto, in un’India in cui ancora oggi le donne si guadagnano da vivere lavorando l’amianto a cottimo, direttamente in casa per accudire i figli, il termine ‘cancerogeno’ non ha alcun significato! Qui ci soffermiamo a lungo, entrando negli edifici, dove domina un groviglio di tubature arrugginite, avvolte da resti di isolanti a brandelli, con materiali di ogni sorta sparsi al suolo. Cisterne in disuso portano ancora scritte leggibili: “Reactor 1”. Camminiamo calpestando del materiale granuloso, di colore beige, composto da frammenti della forma del tutto innaturale vagamente simili alla sabbia lavica. «Lì è proibito andare» mi avvisa Prakash, a causa del mercurio, che a 25 anni dalla chiusura dello stabilimento resta in superficie. Ci dirigiamo ora verso il confine meridionale, delimitato dalle rotaie e da un piccolo agglomerato di baracche, dalle quali spuntano un paio di bambini incuriositi, un po’ più giovani dei nostri campioni di cricket, che reclamano una foto. Siamo nell’area dove più si fa sentire la contaminazione del suolo e dell’acqua, vicino alle case di Sunil e Sanjay. Sul terreno nascosto dalla vegetazione, spiegano alla Sambavna Trust, sono sparse circa 10 mila tonnellate di rifiuti chimici e metalli pesanti, soprattutto mercurio, benzene, nichel, piombo, cloroformio, tetracloruro di carbonio e altro ancora, segnalati in documenti ufficiali sin dall’82. Sostanze altamente tossiche, che con le piogge stagionali scorrono andando ad inquinare i pozzi e le riserve idriche da cui ogni giorno attingono 25 mila persone. In particolare piombo e mercurio, rilevate addirittura nel latte materno, mentre nell’acqua i livelli di inquinamento da metalli pesanti sono 5 milioni di volte oltre i limiti. Non stupisce dunque, se soprattutto a sud dello stabilimento continuino a registrarsi casi di gravi patologie tra i neonati, identificati come la “Seconda Generazione di Bhopal”. «Nell’84 tantissimi bambini e ragazzini sani furono esposti alla contaminazione – spiega Tarun Thomas, volontario del Chingari Trust, ong che fornisce assistenza ai bambini nati con malformazioni –, alcuni si ammalarono, altri per lungo tempo non manifestarono sintomi particolari. Tuttavia, molti dei figli di quella generazione nascono con deformità, ritardi mentali, cecità, problemi di cuore, poi casi di cancro precoce con incidenza ben superiore alla media. Purtroppo il problema non sembra destinato ad esaurirsi, colpa della contaminazione delle falde acquifere, all’origine di nuovi casi, e di gravi patologie dovute all’avvelenamento». È all’interno di questa struttura che abbiamo incontrato Sunil e Sanjay, nella sala riabilitazione, dove ogni giorno vengono prestate cure a decine di bambini colpiti da deformazioni e problemi alle articolazioni. “Per quanto piccola e attrezzata con strumenti un po’ obsoleti – conclude Tarun –, riusciamo ad alleviare le sofferenze dei nostri piccoli pazienti, sollevando anche le famiglie da costi che non riuscirebbero mai a coprire”. Intanto una nuova notte si avvicina, e i campioni di Bhopal si preparano a scendere in campo.

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