New Delhi, 28 Dicembre 2008. Continua a crescere il numero dei suicidi tra i contadini e i piccoli proprietari terrieri indiani.  Stando ai dati pubblicati dal National Crime Records Bureau, il 2009 si rivelato l’anno nero dal 2004 ad oggi. Sono almeno 17.368 i contadini ad essersi tolti la vita per disperazione lo scorso anno, 1.172 in più del 2008, portando a 216.500 casi accertati dal 1997, anno in cui il NCRB iniziò ad elaborare le statistiche. L’incidenza del fenomeno, in merito al quale i governanti di New Delhi e i principali media indiani parlano poco e male, preferendo i dati dell’economia ai numeri dei suicidi, è particolarmente allarmante in 5 stati dell’India Centrale, ribattezzati ‘Suicide Belt’ (Cintura dei Suicidi): Maharashtra, Karnataka, Andhra Pradesh, Madhya Pradesh e Chhattisgarh. In questa zona particolarmente soggetta a carestie e siccità, è ancora diffuso un sistema di gestione dei terreni agricoli di stampo medievale, basato sullo sfruttamento spietato dei contadini fino al loro indebitamento e assoggettamento nei confronti del proprietario terriero, che sfocia in un raporto di schiavitù tramandato di padre in figlio. L’insieme di queste condizioni ha originato 10,765 di suicidi nella sola Cintura, pari al 62% sul totale nazionale, dove la maglia nera spetta al Maharashtra, stato la cui capitale è Mumbai, capitale economica dell’India e simbolo dei progressi del Paese. Allarmante l’opinione dell’economista indiano K. Nagaraj, intervistato dalla rivista The Hindu, secondo il quale i numeri del problema “stanno crescendo malgrado la riduzione della popolazione contadina, confermando che la crisi agraria è ancora in atto”. Sulla base dei dati raccolti dal NCRB negli ultimi 6 anni, si evince che ogni giorno nelle campagne indiane si tolgono la vita 47 contadini, almeno uno ogni 30 minuti.  Solo in 3 dei 28 stati dell’Unione Indiana si è registrato un trend decrescente, con una media annuale di 350 casi, rispetto ai 1.650 suicidi stimati in ciascuno dei 5 stati della Cintura.

Nel considerare i dati riportati in questo articolo, è doveroso sapere che il metodo di calcolo è fortemente arbitrario e parziale, in quanto esclude le donne suicide, considerate casalinghe e non ‘operatrici agricole’ solo perché dopo 10 ore piegate sotto il sole in mezzo ai campi, ne passano altre 6 ad accudire casa e figli. Dai tabellini numerici mancano anche i fuoricasta, i tribali e soprattutto gli agricoltori non registrati, quelli che lavorano in nero.

Importante poi osservare come gli agricoltori indiani non si tolgano la vita in modo omogeneo durante l’anno, ma scelgano periodi particolari, durante i quali si verificano delle ondate di suicidi. Il primo picco avviene tra gennaio e febbraio, quando i contadini cercano di vendere i raccolti, e spesso si rendono conto che i prezzi di mercato sono calati, oppure è scesa la produzione, per cui quanto guadagnano non basta a pagare i debiti (e gli interessi, spesso a tassi da usura) contratti l’anno prima. La seconda ondata di suicidi avviene tra Aprile e Maggio, nel periodo in cui servono soldi per acquistare sementi, attrezzature, pagare affitti e tutto il resto, per cui vengono contratti gli stessi debiti saldati o ridotti pochi mesi prima, i quali spesso vanno ad aumentare ulteriormente il capitale dovuto ai creditori. Infine, l’ultimo picco si concentra tra settembre e ottobre, quando le piante sono cresciute e i contadini si muniscono di pesticidi per preservare i raccolti dalle aggressioni degli insetti, cadendo poi nella tentazione di togliersi la vita usando gli antiparassitari come veleno.

Indika desidera segnalare due film sul tema trattato:

– The Damned Rain, 2009. (http://www.thedamnedrain.com/#)

– Peepli Live, agosto 2010.