Da sempre, la questione castale è argomento delicato per la comunità indiana, di curioso interesse per quella occidentale. La Costituzione Indiana, entrata in vigore il 26 gennaio 1950, dichiara che tutti i cittadini hanno eguaglianza di status e di opportunità e, all’epoca, tale legge rappresentò un cambiamento rivoluzionario nella società indiana, poiché stava a significare una sostanziale revisione dell’intera struttura sociale del paese. Per l’esattezza, l’articolo 17 della costituzione ha abolito definitivamente l’intoccabilità, proponendosi di garantire aiuto e tutela a tutte quelle persone fino a quel momento private di benefici educativi, politici, economici e sociali. Con il fine, quindi, di impegnarsi ad assicurare i diritti basilari all’intera società indiana, il governo indiano si impegnò di riservare per i membri delle classi più basse il 22,5% (una quota lievemente inferiore alla loro proporzione rispetto alla popolazione indiana) dei posti pubblici e dei posti scolastici, incluse le Università e i centri d’eccellenza accademici.

L’origine delle caste

National Campaign on Dalit Human Rights (http://www.ncdhr.org.in/)

Al tempo dell’indipendenza (1947) l’India era divisa su più fronti. Da un punto di vista politico il paese si componeva di numerose province e di altrettanti stati principeschi, ma le divisioni erano anche di natura religiosa e regionale. A dispetto di un periodo molto lontano nel tempo, nel corso dei secoli il sistema castale ha subito una rigida cristallizzazione gerarchica, rappresentando tuttavia una stabile stratificazione della società, nella quale differenti caste e sottocaste operavano come gruppi funzionali, specializzati nel loro rispettivo contesto culturale. L’idea di fondo era che, se ciascun gruppo operava con successo al suo interno, la società avrebbe risentito positivamente di tale aspetto, con un risultato finale di maggiore armonia. La società indiana appariva come una struttura verticale in cui le caste individuali erano gerarchicamente classificate e tenute permanentemente separate e, allo stesso tempo, vincolate da obblighi ben definiti che le integravano all’interno del sistema sociale di villaggio. In tempi in cui il termine hindu non era ancora in uso, introdotto solo a partire dal XIII secolo d.C. dai conquistatori turchi di fede musulmana, ad indicare gli indiani che non si convertivano all’Islam, ciascuna persona si identificava proprio attraverso la casta di appartenenza, il villaggio, la regione di origine o anche la divinità adorata.

Ma qual è l’origine delle caste ? La tesi prevalente rimanda il sorgere di questa complessa elaborazione sociale all’arrivo delle popolazioni di ceppo indoeuropeo, gli Arya, giunti dal centro Asia nei territori della Valle dell’Indo attorno al 1500 a. C., e all’inevitabile incontro tra loro, conquistatori, e le popolazioni dravidiche, conquistate. Nel 1946 fu lo stesso Nehru, divenuto all’indomani della dichiarazione di indipendenza Primo Ministro della Repubblica Indiana nascente, a sostenere che, malgrado le popolazioni conquistate vantassero un patrimonio culturale straordinario e di antichissima origine, i nuovi arrivati si posero fin da subito in atteggiamento superiore, all’interno della tipica dialettica tra vincitore e vinto. Il solo modo per ottenere pieno controllo sulle terre occupate, senza doversi preoccupare di interagire con le popolazioni già presenti sul territorio, era  sottometterle. Molto probabilmente, la teoria delle quattro principali classi rituali, i cosiddetti varna (letteralmente “colore”) ha trovato la sua formulazione nel medesimo periodo, come sostengono autori quali Basham (1954) concordi a ritenere che la distinzione era prima di tutto di colore, essendo i “dravida” di pelle più scura dei cosiddetti “arya”, dalla pelle chiara.

La classificazione tradizionale prevedeva quattro varna, suddivisi nel modo seguente:

al primo posto i brahmani, a cui erano affidati doveri religiosi e studio dei Veda, e ai quali è associato il color bianco; al secondo posto gli kshatriya, re o guerrieri, dal colore rosso; al terzo i vaishya, mercanti o artigiani, di color giallo; all’ultimo posto gli shudra, dediti a servire le altre classi, inevitabilmente di color nero.

Il primo riferimento relativo alla casta è presente nel Rig Veda, il più antico delle quattro raccolte vediche, dove si narra il mito del purusha, uomo primordiale che emanò le quattro principali caste. Lo stesso riferimento lo si trova anche in altri importanti testi della tradizione classica indiana come la Manu Smriti, o Codice di Manu, testo sanscrito che raccoglie norme di comportamento, usi e costumi a cui ogni casta deve attenersi e che deve rispettare, o i Purana, testi includenti miti, leggende, metodi di devozione, dettagli geografici e storici.

All’inizio, il concetto di casta si collegava più alla professione che alla nascita (jati) ed esisteva anche l’intercambiabilità tra caste; in concomitanza all’emergere di nuove e sempre più diversificate attività lavorative vi fu il conseguente sorgere di ulteriori caste e sottocaste, dando luogo ad una frammentazione minuziosa della struttura sociale. Ai quattro varna ufficialmente riconosciuti si aggiunse una quinta categoria, detta a-varna, “senza colore”, che raggruppava tutti coloro che, tanto erano considerati inferiori da non possedere nessun colore, depositari del più alto livello di impurità, e per questo, isolati ed emarginati. In altre parole, gli intoccabili (paria) in India non erano solo di casta bassa, ma esclusi ad accedere a programmi educativi ed occupazionali, poiché la loro impurità era fonte di allontanamento e di esclusione dalla società. Nel corso della storia sociale e politica dell’India, furono molti i riformatori e gli intellettuali che alzarono la loro voce contro la rigidità del sistema castale e contro il trattamento “inumano” nei confronti delle caste basse. In tempi recenti riformatori come Raja Ram Mohan Roy e Gandhi, per citare i più celebri, si sono battuti perché l’intoccabilità cessasse. Fu proprio Gandhi a “ribattezzarli” con l’appellativo di harijan, “figli di Dio”.

Le dinamiche contemporanee

Con l’intervento legislativo costituzionale, la pratica dell’intoccabilità, così come la discriminazione sulla base della casta, dell’etnia, del sesso o del credo religioso, furono abolite. Di conseguenza, avendo da questo momento in poi tutti i cittadini diritto di voto, la competizione politica risultante fu molto vivace. Owen M. Lynch ed altri studiosi ritengono che nell’espansione dell’arena politica indiana le caste stiano diventando sempre più politicizzate e forzate a competere per benefici sociali e politici. Nelle città sempre più in crescita e in espansione, le tradizionali interdipendenze castali sono ormai pressoché trascurabili. L’India indipendente ha cercato, sull’onda dei tentativi britannici, di rimediare ai problemi relativi alle caste più basse e agli intoccabili garantendo alle Scheduled Castes e Scheduled Tribes (gruppi castali e tribali più discriminati) benefici sul campo politico, educativo e occupazionale. Nell’agosto del 1990, il governo allora al potere decise di far rispettare le raccomandazioni della Backward Classes Commission, la commissione d’inchiesta Mandal, nata nel dicembre 1980 e largamente ignorata per un decennio. Tale commissione, nel tentativo di combattere povertà economica e discriminazione sociale, propose l’introduzione anche per le Other Backward Classes (OBC), gruppi castali arretrati appartenenti all’ordine degli shudra, l’ultimo delle quattro classi rituali di riferimento, di quote riservate sia nella burocrazia statale sia nel sistema di istruzione pubblica. Di fronte a tali provvedimenti, spesso le caste alte e più agiate si dimostrarono contrarie a tale tipologia di politiche sociali, poiché, essendo la disoccupazione uno dei maggiori problemi in India, molti pensavano di essere esclusi a priori per la candidatura di determinate posizioni professionali, nonostante la maggiore qualifica.  L’affermarsi dei diritti per le caste più basse ha portato a conflitti intercastali, soprattutto in Bihar, dove il movimento dalit (nome che sta ad indicare l’aspetto politico degli intoccabili) si propone di supportare i diritti dei paria e delle Scheduled Castes. Come atto di protesta molti intoccabili hanno rigettato l’Induismo per il suo rigido sistema e, seguendo l’esempio del loro grande leader Ambedkar, convertitosi al buddhismo 4 anni prima della sua morte avvenuta nel 1956, milioni hanno abbracciato la via buddhista. Altri si sono convertiti al Cristianesimo, ottenendo in questo modo un avanzamento del loro status socio-economico. Ancora oggi, nonostante i provvedimenti presi, una buona percentuale di loro vive nelle aree rurali dove lavora come bracciante. Anche la più equa distribuzione della terra, voluta dalla sinergia tra Governo centrale e governi statali, sembra non essere in grado di fronteggiare le tattiche evasive dei proprietari terrieri che cercano di evitare la ridistribuzione delle terre ai contadini.

Nell’India rurale contemporanea, il lavoro manuale si trova di fronte una maggiore concorrenza da parte dell’impiego di macchine agricole specializzate e l’espansione dei mercati commerciali danneggia i tradizionali obblighi reciproci tra committente e cliente. L’aumento dell’urbanizzazione inoltre, sta avendo una profonda influenza sulle pratiche di casta, non solo nelle città ma anche nei villaggi. Nella massa anonima degli spazi pubblici urbani, le affiliazioni di casta sono ormai sconosciute e l’osservanza della purità e impurità quasi trascurabile.

Costumi sociali che si sorreggevano grazie ad una forte e decisa distinzione di casta, si stanno sempre più modificando ed affievolendo, così come la trasformazione dei nomi delle basse caste, sebbene esse rimangano pressoché endogame e l’accesso all’occupazione spesso avviene attraverso connessioni intercastali. In altre parole, le restrizioni riguardanti le interazioni tra gruppi castali stanno cominciando a diventare sempre più rilassati e, allo stesso tempo, l’osservanza  delle regole legate al principio di purità rituale sta declinando.

Il punto di vista antropologico

L’intoccabilità è sempre stata un problema chiave dell’antropologia indiana. Ma il problema di fondo è che, come per altre questioni di altrettanta importanza, l’intoccabilità è stata trattata sempre come un concetto astratto, come se esistesse fuori dal tempo. L’antropologo francese Deliège sottolinea come i primi teorici che si sono occupati del tema castale, non avevano la conoscenza diretta di intoccabili, e tendevano a basare le loro teorie su testi sacri hindu che avevano poco a che fare con la vita reale. Uno dei problemi maggiori, infatti, relativo allo studio dell’intoccabilità è stato quello di approcciare la questione in modo indiretto. Più tardi, i primi studi di villaggio concentrati sull’insediamento di intoccabili si avvicinò maggiormente alla realtà relazionandosi maggiormente con le alte caste, le quali sottolineavano il carattere piuttosto armonico della società di villaggio e la perfetta integrazione di intoccabili nell’organizzazione sociale. In altre parole ad una deformazione operata dai testi succedette un altro tipo di deformazione, operata dalle caste alte. Nel corso degli ultimi anni si è assistito al sorgere di un altro tipo di mutamento che, a parere di Deliège, si può definire “militante”. Non sono più i testi o le caste alte a detenere la chiave di lettura relativa agli intoccabili, bensì i militanti delle organizzazioni “dalit”. L’integrazione dei paria nella società indiana è un problema complesso che necessita una specificazione storica. Oggi sembra si possa parlare di un vero paradosso dell’intoccabilità: mentre gli intoccabili non sono mai stati integrati nella società indiana, essi sono divenuti molto più rivendicativi, fino a far valere una propria identità e ad opporsi, a volte con la violenza, al resto della società.

Si è pensato spesso che la società indiana fosse ferma, immobile, destinata al non – cambiamento, ma tutto questo, ancor più oggi, risulta erroneo. L’India post-indipendente ha conosciuto dei cambiamenti significativi e, a tratti, più veloci del previsto. Le discriminazioni legate all’impurità rituale rappresentano un problema ormai marginale per i membri delle caste più basse. Di certo tali pratiche non sono scomparse totalmente, alcune alte caste continuano ad applicare condotte discriminatorie, ma non si tratta più di una caratteristica fondamentale delle relazioni sociali, esse sembrano piuttosto l’espressione di un fenomeno nuovo, invece che reminiscenze di un passato lontano. La società nel suo insieme è cambiata. È senza dubbio vero che una parte sostanziale di intoccabili rimane povera, ma la povertà è una condizione economica non è un affare di casta. Il problema della povertà in India supera largamente quello dell’intoccabilità. Dal momento in cui fu possibile, le caste più basse lottarono con forza e coraggio per migliorare la loro condizione e posizione in seno alla società indiana. L’abolizione formale dell’intoccabilità nella Costituzione indiana non fu sufficiente ad eliminare completamente il problema, ma ha prodotto delle conseguenze di ampio spessore. In generale, le discriminazioni non cessano dall’oggi al domani.

Le difficoltà che le fasce inferiori della società indiana odierna devono affrontare non sono legate per forza alla casta. I processi di modernizzazione, come la meccanizzazione dell’agricoltura, o la liberalizzazione dell’economia sono a tutt’oggi importante argomento di dibattito e non è certo che le classi inferiori per forza ne risentiranno. Ma è certo che se degli effetti nefasti si faranno sentire, colpiranno i più poveri, qualsiasi sia la loro casta. E questo non sembra essere una peculiarità indiana.

Casta e intoccabilità nell’India di oggi

3 Responses to "Casta e intoccabilità nell’India di oggi"

  1. Indika it  22 gennaio 2019

    Grazie a lei e al suo interesse.

  2. Maria Grazia Luffarelli  22 gennaio 2019

    Bellissimo ed istruttivo articolo, grazie.

  3. Pingback: 60 dalit indiani pronti al suicidio

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