Tuzla, 26 Gennaio 2016. Rilancio il doppio reportage scritto per Area, bisettimanale svizzero di critica sociale. Il contenuto riguarda la vicenda di Zijo Ribić , 30enne rom ‘nero’ conosciuto lo scorso novembre a Tuzla assieme a Federico Milani e Pierpalo Penzo. Quella di Zijo è la storia di un bambino di 7 anni costretto a diventare uomo nell’arco di una notte, nel luglio 1992, quando perse la sua famiglia e la comunità in cui viveva per mano dei paramilitari serbi. E’ anche la storia di un ragazzo di 30 anni, talmente umano da trovare la forza di “perdonare”, e di “non odiare” quei carnefici.. coraggioso al punto da fronteggiare da solo una causa penale per ottenere giustizia. E’ infine la storia di una famiglia perduta e ritrovata, 23 anni dopo …

Zijo Ribić, «qualcuno resta sempre in vita»

Accostiamo l’auto sulla minuscola piazzola posta a margine di una strada sterrata senza nome, poco lontano dal villaggio di Skočić e dalla carrabile per Zvornik. Siamo in Repubblica Srpska, entità territoriale della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba. Poco più a valle osserviamo il corso della Drina, e più in là i primi centri urbani Zijo Ribić ripercorre la notte in cui perse la famiglia, con lo sguardo diretto alla propria abitazione di Skočićdella Repubblica di Serbia. Attorno a noi si estende un minuscolo agglomerato di case abbandonate, in gran parte ricoperte da vegetazione spontanea fuori controllo. Arriviamo da Tuzla assieme Zijo Ribić, unico superstite di una famiglia di ‘rom neri’, musulmani, distinti dai ‘rom bianchi’ di fede ortodossa. «Questa è casa mia, ci vivevo con i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino», spiega, soffermandosi su un edificio ormai fatiscente, oltre il ciglio della strada. «Nelle altre case attorno abitavano altri rom e parenti. Qui invece funzionava un negozietto, lì una locanda», aggiunge procedendo lento nella luce nitida deli pomeriggio autunnale. «Gli adulti lavoravano duro. Non eravamo ricchi ma la sera ci si riuniva, c’era sempre della musica, si viveva bene. Finché arrivarono loro, con il buio, da quella direzione».

La storia di Zijo è una di quelle che non vorresti mai ascoltare. Così forte e brutalmente reale da appiccicarsi all’animo, lasciando una traccia indelebile, soprattutto se ascoltata dalla voce del protagonista. Tutto è accaduto in questo abitato di Skočić, la notte tra l’11 e il 12 luglio 1992, quando un gruppo di paramilitari serbi fece irruzione nel villaggio. Era l’alba della guerra in Bosnia, quindi l’inizio di un triennio sconvolto da atrocità indicibili, perpetrate alle porte dell’Europa, rimasta colposamente passiva mentre l’utopia della Grande Serbia consumava una vita dopo l’altra. La pulizia etnica fu attuata in modo seriale, casa per casa. Il lavoro sporco compiuto dai cetnici fu agevolato da Belgrado, e nel caso di Skočić a guidare gli aguzzini c’era Simo Bogdanović detto Simo il Cetnico. All’epoca Zijo aveva soli 7 anni ma il ricordo è vivido: «per sentirci più sicuri ci eravamo riuniti tutti in questa casa, una trentina di persone. Poi vennero i paramilitari,La casa in cui i 30 rom della comunità di Skočić si rifugiarono prima di essere catturati dai cetnici e uccisi con i camion». Sotto la minaccia delle armi, uomini, donne e bambini furono fatti uscire nel cortile. «Hanno violentato mia sorella davanti ai nostri occhi», poi fecero lo stesso con altre due ragazze. Un uomo fu giustiziato con un colpo alla testa. Le sevizie fisiche e psicologiche proseguirono fino a quando il gruppo fu cacciato sui camion, separando gli uomini da donne e bambini. La corsa nella notte si arrestò ai margini del vicino villaggio di Malešići, e qui, uno alla volta, i rom furono avvicinati ad una fossa, quindi freddati con una pallottola o il coltello. Dopo un’attesa straziante giunse anche il turno di Zijo. «Mi spararono, colpendomi però al braccio», spiega, sollevando leggermente la manica per mostrare una cicatrice sul bicipite sinistro, all’altezza del cuore. «Siccome ero ancora vivo mi finirono con una coltellata dietro la nuca, gettandomi nella fossa». Zijo restò immobile per qualche minuto sui corpi senza vita dei suoi parenti, poi risalì il bordo opposto fuggendo nel bosco. «Morirono 23 persone. Ho perso tutto. Mia madre incinta di otto mesi, mio padre, sei sorelle e un fratellino di due anni».

Dopo una notte solo in una casa vuota, Zijo ottenne aiuto da due soldati dell’esercito jugoslavo che lo scortarono nell’ambulatorio di Kozluk: «all’esterno vidi i cetnici di Simo, così mi aggrappai alle gambe dei soldati, non volevo più lasciarli». Uno dei militari jugoslavi chiese e ottenne un mezzo di trasporto dagli aguzzini, rifiutando di lasciare Zijo in loro ‘custodia’. A quel punto il giovane rom fu trasportato a Zvornik e consegnato nelle mani degli osservatori Onu, quindi ricoverato nell’ospedale cittadino. «Lì ho trascorso due anni e otto mesi, poi sono stato trasferito in un centro di riabilitazione in Montenegro». Nel 2000 il ritorno in Bosnia, all’età di 16 anni, nell’orfanotrofio di Tuzla, e a 18 il trasferimento nella vicina Casa Pappagallo, struttura in cui sono ospitati giovani senza casa e famiglia. Zijo ha così proseguito gli studi alberghieri, ultimati con uno stage a Rimini, dove ha imparato l’italiano. Oggi lavora come cuoco al Tuzla Hotel, il più importante albergo della città bosniaca.

«Ogni volta in cui nella storia avviene un’esecuzione di massa, qualcuno resta sempre in vita… per testimoniare quanto accaduto». Zijo si salvò assieme a tre ragazze usate come serve dai cetnici. «Non odio quegli assassini, li ho perdonati. Voglio però siano riconosciute le responsabilità». Per questo dal 2009 è il teste principale in un processo nel ‘tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia’, a Belgrado, dove ha rivisto i carnefici. La sentenza in primo grado ha stabilito oltre ogni dubbio le responsabilità degli imputati, tuttavia, durante il ricorso alcune contraddizioni in fase di riesame dei testimoni sono bastat
e a modificare la sentenza per l’impossibilità di attribuire le singole colpe. Ora il processo è concluso, spetta al tribunale operare una revisione tecnica e confermare il secondo grado, o tornare alla sentenza di primo grado.

Ferite aperte in Bosnia, la famiglia ritrovata

Dopo la tragica notte del luglio 1992, la risalita di Zijo Ribić è passata attraverso ospedali, un centro riabilitazione, l’orfanotrofio e la Casa Pappagallo di Tuzla. Malgrado il trauma dell’esperienza vissuta, il giovane rom ha avuto la forza di rimboccarsi le maniche per garantirsi un giorno «una vita normale, con una moglie e dei figli». Prima però, si è creato una profesIl memoriale di Potocari, alle porte di Srebrenica, dove vengono seppelite le vittime dell'eccidio dopo il ritrovamento delle fosse comuni e l'identificazione tramite analisi del DNAsionalità come cuoco, attività che svolge nonostante la soffocante crisi bosniaca, e malgrado lo stipendio arrivi con cadenza imprevedibile, ammesso arrivi. Tra le aspirazioni di Zijo, c’è da sempre la volontà di riunire la famiglia ritrovando i corpi dei parenti scomparsi. Sebbene dopo l’eccidio dei cetnici, i corpi dei suoi congiunti fossero stati sepolti a Malešići, finita la guerra le salme vennero rimosse dai colpevoli e seppellite in altre fosse, lontane, nel tentativo di occultare le prove dei crimini commessi. «Le fosse comuni originarie sono state aperte e i corpi spostati in fosse secondarie, o terziarie», spiega Nedim Durakovic del Komemorativni Centar di Tuzla, organizzazione dedita all’identificazione delle vittime senza nome, attraverso l’esame del DNA.

Incontriamo Nedim all’esterno del Tuzla Hotel, e in pochi minuti raggiungiamo la sede operativa al civico 31 di via Kojšino. «Qui conserviamo i corpi esumati dalle fosse comuni. Ad oggi abbiamo identificato 6.585 persone confrontando il loro DNA con quello dei parenti in vita. Solo a Srebrenica, l’11 luglio 1995 furono uccise 8.372 persone, ma in tutta la Bosnia ci sono 30 mila dispersi». I resti rinvenuti dagli scavi trovano spazio in un magazzino climatizzato, chiusi dentro sacchetti numerati, ordinati sui ripiani di enormi scaffalature metalliche. Sulle mensole superiori sono allineati dei sacchetti di carta contenenti abiti e oggetti personali trovati sui cadaveri, lavati in un’area dedicata del centro, quindi usati per facilitare l’identificazione. Talvolta un parente riconosce una stoffa, il bavero della giacca o una cucitura sul vestito. Impossibile recuperare documenti o preziosi, perché sistematicamente rimossi dagli assassini come bottino.

L’iter di ritrovamento e identificazione è oltremodo complesso. «La rimozione frettolosa delle salme avvenne con i bulldozer. Molti corpi furono danneggiati o distrutti», aggiunge Nedim «spesso in una fossa troviamo solo metà corpo, magari il resto è stato seppellito a chilometri di distanza, e non sempre riusciamo a trovarlo. Ci èNedim Durakovic del Komemorativni Centar di Tuzla. Alle sue spalle un dettaglio del magazzino in cui sono conservati i resti esumati delle vittime bosniache capitato di ricomporre un corpo con resti rinvenuti in cinque fosse diverse». Ogni ‘pratica’ si chiude con la consegna dei resti ai familiari, ammesso accettino i risultati delle analisi. «Quando mancano delle parti, alcuni parenti preferiscono aspettare, in modo da riavere il corpo integro. Oggi custodiamo 200 salme identificate ma non ancora seppellite perché parziali, quindi rifiutate dai parenti. Poi ci sono 150 corpi accettati ma in attesa di sepoltura, e ancora 100 casi in cui manca il DNA corrispondente di congiunti vivi, ammesso siano sopravvissuti».

Grazie al lavoro del Komemorativni Centar, dopo 23 anni, a fine dicembre sono stati identificati i resti delle sorelle di Zijo, i cui corpi provenivano da una fossa secondaria a Kozluk, a soli 5 chilometri dalla fossa primaria. La notizia è stata recepita con gioia e commozione da Zijo, e dai numerosi amici, compresi molti italiani, che di fatto costituiscono una sorta di famiglia allargata, il cui legame è rinsaldato di giorno in giorno attraverso i social media e ai frequenti incontri a Tuzla o in Italia. Al momento, il processo di identificazione è stato concluso per quattro sorelle, mentre continuano le analisi per ricomporre integralmente i resti delle due rimanenti, e per identificare il corpicino del fratellino di due anni. La sepoltura di Zlatija, Zijada, Suvada e Almasa Ribić, questi i loro nomi, si è svolta domenica 17 gennaio nel cimitero di famiglia, vicino a Skočić, in presenza di autorità civili e religiose, e di centinaia di amici giunti anche da molto lontano per manifestare la propria vicinanza a Zijo, il cui sogno di riunificare la famiglia non è mai stato così vicino.

    

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