Tabriz, Settebre 2015. Siamo a Tabriz, antica città situata nella provincia azera dell’Iran, nonché principale centro urbano del nord a ridosso dei confini con Armenia, Azerbaigian e Turchia. Un tempo capitale del Paese, questo importante centro fonda le proprie radici nel 1500 a.C.,

Il Monastero di San Estephanos. Jolfa, Iran settentrionale
Il Monastero di San Estephanos. Jolfa, Iran settentrionale

presentando importanti influenze risalenti al dominio dell’impero mongolo, dei Safavidi e dei Qagiari. Le origini di questo luogo sfumano nel mito, tanto che alcuni archeologi sostengono qui si trovasse addirittura il Giardino dell’Eden. Ad ogni modo, da sempre Tabriz svolge un ruolo chiave nei commerci tra Oriente e Occidente, fungendo da snodo essenziale lungo la Via della Seta. Lo stesso Marco Polo trascorse un periodo in città, al pari di moltissimi altri viaggiatori, conquistatori e sovrani dell’antichità, tra i quali posso citare il mongolo Abaqa Khan che la trasformò in capitale di questa porzione dell’impero, scelta perpetrata anche dal suo successore Ghazan Khan. Prima ancora Tabriz fu la residenza scelta dai conquistatori yemeniti della tribù Azd, capeggiati dal sovrano Rawwad, che arrivarono fino a qui nella loro corsa alla diffusione dell’Islam. La ricchezza derivante dai commerci, unita alla pozione strategica lungo le rotte commerciali tra Est e Ovest, quindi il clima particolarmente favorevole attirarono eserciti da tutta l’Asia e dal Medio Oriente, che nei secoli ingaggiarono aspre battaglie per accaparrarsi il controllo della città e dei suoi ingenti forzieri. Il nostro primo approccio a Tabriz non può che iniziare dallo stupendo bazar coperto (patrimonio dell’Unesco), citato da Marco Polo ne Il Milione. Il mercato si sviluppa in una ragnatela di gallerie con soffitti a volta, illuminate da piccoli fori rotondi rivolti all’esterno, dai quali filtra la luce del sole. Di tanto in tanto massicci portoni in legno con pesanti borchie metalliche immettono in uno dei numerosi caravanserragli celati nel ventre di questo labirinto. Tra tutti i bazar iraniani, quello di Tabriz è probabilmente il più affascinante, e l’unico nel quale non siamo mai riusciti ad orientarci con precisione. Le aree commerciali sembrano apparentemente suddivise per categorie merceologiche, anche se ad essere sinceri non siamo riusciti a trovare una logica certa nella disposizione dei negozi. Il passeggio nell’ombra del bazar è l’attività più affascinante e divertente che si possa fare a Tabriz. Gli occhi vengono di volta in volta richiamati dalla miriade di prodotti esposti, dagli sguardi dei passanti tra i quali si possono distinguere gli habitué che marciano spediti con lo sguardo dritto davanti a loro, quindi chi giunge al mercato per fare acquisti, riconoscibile dagli occhi spiritati dall’iper-stimolazione del luogo, o ancora chi ne l’uno ne l’altro, come noi, persi in questo dedalo dove, cellulari e luci al neon a parte, il tempo sembra essersi ancorato ai secoli passati. Adoro soffermarmi sulle tecniche di vendita degli iraniani, impegnati in un’oratoria che decanta la qualità di questa stoffa, o di quel frutto, utilizzando un’intonazione chiaramente modulata su un’intensità tale da emergere sopra le voci della folla. Si origina così una tacita e pacifica competizione tra i commercianti, che subentrano gli uni agli altri in un alternarsi di richiami senza soluzione di continuità, donando voce e anima a questo luogo senza tempo. Malgrado la sia città stata più volte rasa al suolo da forti terremoti e invasioni devastanti, si possono ancora ammirare edifici di grande interesse storico e architettonico. Prima tra tutti la Moschea Blu (1465 d.C.) dove della struttura originale rimane soltanto lo iwan (entrata) principale, mentre il resto della struttura è stata pesantemente danneggiata in un devastante terremoto nel XVIII secolo. Alcuni scavi archeologici hanno rinvenuto nei livelli sottostanti resti di tombe risalenti al 1300 a.C., a dimostrazione della longevità di questa particolare città dell’Asia Centrale. Per il secondo giorno abbiamo predisposto un’uscita in auto verso il confine settentrionale, che corre seguendo il corso del fiume Aras, la cui sorgente si trova nei pressi di Erzurum, in Turchia. La valle fluviale è stata nell’antichità un importante via di transito per mercanti e pellegrini cristiani, mentre oggi costituisce una frontiera naturale tra Iran, Armenia e Azerbaigian. È questa un’area molto delicata a causa delle forti tensioni esistenti tra Armenia e Azerbaigian, che tra il gennaio 1992 e il maggio 1994 si confrontarono in una guerra le cui tracce sono oggi evidenti dinanzi ai nostri occhi, mentre costeggiamo l’argine dell’Aras. Dall’altra parte, in quello che un tempo era territorio azero e oggi chiamato Nagorno Karabakh, enclave abitata da una minoranza etnica armena, notiamo villaggi invasi dalla vegetazione, sfigurati dalle bombe, dalle fiamme e dall’abbandono. Impossibile per ora riportare in vita questi centri urbani, a causa dello stato di tensione ancora evidente tra i due paesi, e non da ultimo per la pericolosità del terreno, cosparso di mine antiuomo e non ancora bonificato. Osservando oltre la linea di confine, notiamo un susseguirsi di recinzioni metalliche elettrificate, basi militari presidiate e armate, fortificazioni poste in tutti i principali rilievi rocciosi per controllare il territorio nel caso di un attacco. Anche la storica ferrovia militare sembra ancora in funzione, salvo poi osservare alcuni vagoni fermi in mezzo ai sassi e agli arbusti, con le lamiere forate dai colpi di artiglieria. Abbiamo davanti ai nostri occhi quello che viene definito un ‘non luogo’, un territorio in cui la vita ha arrestato il suo corso, dove la storia trattiene il respiro in attesa che l’inerzia sospesa abbia soluzione, nel caso peggiore sfociando in un’altra guerra. Possibilità quest’ultima non proprio remota, visto che poco più di un anno fa, nell’agosto 2014, gli scontri scoppiati tra gli eserciti rivali avevano fatto temere la ripresa del conflitto, così come dichiarato all’epoca dal ministro della Difesa armeno Seeran Oganian. Arriviamo al confine dopo aver raggiunto lo splendido rudere del Forte di Babak, arroccato sulla cima di uno sperone roccioso a 2900 metri di altezza. È questo un luogo di grande importanza per l’identità iraniana, in quanto qui lottò l’eroe Papak Khorramdin, comandante che guidò una strenua resistenza contro le truppe del califfato Abbaside, le quali attesero 35 anni prima di avere la meglio sui soldati asserragliati tra queste cime rocciose. Superata la foresta di Arasbaran, scendiamo nella valle del fiume Aras, e per due ore costeggiamo la linea di frontiera, dove spicca l’asprezza della conformazione del territorio, porta di ingresso verso l’Asia Centrale. Pareti di roccia friabile si alzano a lato della carreggiata, allungandosi a sud in un susseguirsi di rilievi riarsi dal sole, dove la sopravvivenza deve essere anche oggi molto difficile. La vita malgrado guerre e confini, sembra resistere solo lungo la riva dell’Aras, con piccoli terrazzamenti lavorati da secoli in cui crescono piante da frutto e qualche ortaggio. Di tanto in tanto le cime più alte sono sormontate dai resti di antiche fortificazioni, con mura lunghe e talvolta ancora in buono stato di conservazione. Questi resti sono testimoni silenziosi di un passato quanto mai violento, segnato da invasioni e scontri continui per il controllo del territorio. Dopo un paio d’ore di auto a velocità molto sostenuta, raggiungiamo lo splendido monastero di San Stephanos, un meraviglioso esempio di architettura armena, situato a pochi chilometri da Jolfa, a ridosso del confine azero. Le origini di questo importante centro religioso risalgono alla prima generazione dopo Cristo, precisamente al 62 d.C., anno le cui San Bartolomeo avrebbe fondato una chiesa proprio nel sito in cui in seguito fu eretto il monastero. La costruzione della struttura così come oggi la possiamo ammirare risale al XIII Secolo, e per i due secoli successivi costituì un centro di grandissima rilevanza storica, artistica, filosofica oltre che religiosa. Fu con l’invasione ottomana dell’Armenia che il monastero di San Stephanos dovette affrontare un rapido declino, dovuto alle violenze e agli scontri in corso nell’area, e alla decisione dello Shah Abbas I di evacuare la regione dai propri abitanti (1604). Bisognerà attendere il tardo XVII Secolo per assistere al ritorno dei fedeli e alla ripresa delle attività religiose in questa zona di confine, per arrivare poi ad una prima ricostruzione e ampliamento tra il 1819 e il 1825. La strada per Tabriz riprende nel secondo pomeriggio. Probabilmente siamo in ritardo sulla tabella di marcia del nostro driver, pertanto la sua guida si fa ancor più agguerrita, e non bastano nuvole nere, fulmini e acqua a catinelle per intimorirlo. Mentre l’asfalto sfreccia fuori dal finestrino, osservo un fiume di acqua e fango scendere dalle cime orientali, diramandosi in decine di condotti simili a trincee, scavati negli anni e dalle piogge. Lo spettacolo è talmente impressionante che lo stesso autista arresta l’auto per qualche istante, proprio sopra ad un ponte lambito dai flutti, per osservare meglio la scena. Sarà questa l’ultima pausa prima di fare rientro in città, al termine di una giornata faticosa ma entusiasmante, in una delle zone più isolate dell’Asia Centrale. A breve ripartiremo, stavolta in direzione di Kandahan, antico villaggio scavato nella roccia in quella che viene definita la Cappadocia iraniana, ma questa è un’altra storia.

Tabriz, nell’Azerbaigian iraniano. Alle porte dell’Asia Centrale

11 Responses to "Tabriz, nell’Azerbaigian iraniano. Verso l’Asia Centrale"

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.