Questo è il tempo in cui si scrive e si vive di attualità, di quei fatti e di quelle situazioni che non appena saranno allontanati dal tempo diventeranno storia, di tutti. Ci sono però situazioni, esperienze che per quanto intense e profonde sono legate al vissuto di ciascuno di noi, quindi spesso non vengono raccontate, restando così mute nei ricordi. Tapovan e la valle del Gange rientra tra queste storie. Era il 2001 quando andai in India per la seconda volta, con Monica e Lia. Eravamo giovani studenti universitari, intenzionati a fare pratica di hindi, la lingua di

Un asceta si avvia sui prati di Tapovan, al cospetto del monte Shivling
Un asceta si avvia sui prati di Tapovan, al cospetto del monte Shivling

indirizzo scelta a Lingue e Civiltà Orientali, e per farlo abbiamo scelto Mussoorie, una piacevole e tranquilla cittadina posta a 2000 metri di quota alle pendici dell’Himalaya indiano. Un anno prima avevamo tentato il primo viaggio in India, per rientrare in Italia dopo una trentina di giorni (in anticipo rispetto ai 3 mesi preventivati) dal Rajastan, a causa della malaria che colpì il sottoscritto e Monica, e altri acciacchi più o meno gravi capitati un pò a tutti. 1 a 0 per l’India… L’anno seguente, dopo alcune settimane trascorse a Mussoorie, abbiamo deciso di partire alla volta delle montagne, dell’Himalaya che personalmente sognavo sin da bambino. Destinazione Gangotri e poi su, lungo la Valle di Bhagirathi che porta a Gaumukh, la cosiddetta ‘Bocca di Vacca’ considerata la vera sorgente del sacro Gange, e ancora oltre, attraverso la frastagliata morena del ghiacciaio sino a Tapovan, un luogo a dir poco magico posto ai piedi dello straordinario monte Shivling, la montagna di Shiva dal profondo valore religioso per centinaia di milioni di devoti hindu. Questione di fortuna o di un pizzico di voglia in più, malgrado la fatica, a Tapovan ci sono arrivato solo,  assieme a Shivendra, un portatore garhwali, mentre gli altri (Monica, Lia e una coppia di francesi che viaggiavano con noi) si sono fermati alle sorgenti per poi rientrare a Gangotri. Sull’altopiano di Tapovan ho trascorso ore indimenticabili, pernottando dentro la grotta di un eremita hindu, ascoltando il silenzio di questo straordinario angolo di Himalaya, illuminato da un falcetto di luna che difficilmente potrò mai scordare. Venendo al dunque, 15 anni dopo ho avuto la possibilità di raccontare, anche se brevemente, questa esperienza nelle pagine de Il Manifesto in Movimento, pescando tra i ricordi e tra gli appunti lasciati in quei giorni nel taccuino di viaggio. Il pezzo è il seguente, integrato da alcune foto scattate all’epoca con una compattina a rullino che in fin dei conti ha fatto il suo dovere. Con l’occasione invito tutti a leggere il Manifesto in Movimento, l’inserto de Il Manifesto dedicato alla montagna e a tutti i modi possibili per viverla, attraverso lo sport, la cultura, la storia ..

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Il monte Meru (6.660 me) con al centro la celebre 'shark fin', si innalza oltre la morena dello Shivling
Il monte Meru (6.660 me) con al centro la celebre ‘shark fin’, si innalza oltre la morena dello Shivling

Narayan ha poco meno di trent’anni, giunge da Benares e ora vive solo, isolato in una cella scavata nella nuda terra sotto ad un enorme masso, uno dei tanti sparsi sulla distesa erbosa. Lo incontriamo a Tapovan, altopiano color smeraldo circondato dalle morene glaciali ai piedi dello Shivling, montagna sacra in cui trova forma l’energia vitale del dio Shiva, proteso con i suoi 6.543 metri nel cielo del Garwhal, il cuore dell’Himalaya indiano. È questo il centro dell’universo in cui cielo, terra e inferi si incontrano; l’axis mundi che per hindu, giaina e buddisti attraversa l’imponente labirinto di granito, seracchi e laghi turchesi del vicino Monte Meru, la ‘montagna d’oro’ sospesa sul ghiacciaio Gangotri. Narayan è un saṃnyāsin, ovvero un ‘rinunciante’ hindu che ha scelto la difficile via dell’ascesi, del distacco dalla realtà materiale e della ricerca interiore, condizioni necessarie per attingere il mokṣa, la liberazione dal ciclo inconcludente e penoso delle rinascite, il saṁsāra. Il giovane asceta ha vissuto quanto basta, sperimentando i tre fini dell’esistenza umana. Uno è kāma, il piacere e la soddisfazione del desiderio sessuale, cui segue artha, il successo, il benessere e l’esperienza politica. Quindi dharma, il perseguimento dei valori morali inclusi il dovere rituale e quello religioso. Divenendo asceta, Narayan punta a realizzare il quarto e ultimo fine, il mokṣa che trascende tutto il resto.

Narayan sosta sotto il sole pomeridiano fuori dalla cella in cui trascorre gran parte dell'anno
Narayan sosta sotto il sole pomeridiano fuori dalla cella in cui trascorre gran parte dell’anno

La recita dei testi sacri continua per ore, giorno dopo giorno. Nella penombra del pomeriggio himalayano, il saṃnyāsin rincorre con le dita uno spartito di inchiostro blu tracciato in sanscrito sulla carta del suo vecchio quaderno a quadretti. Un flusso continuo di formule giunge dal diaframma, deformandosi in ronzio nell’impatto con le labbra socchiuse, animate da una vibrazione incessante
che pervade gli spazi angusti della cella sotterranea. L’asceta è immobile, schiena ritta e gambe incrociate nella postura del loto, trasposizione della montagna stessa, di quello Shivling ben visibile oltre il foro all’ingresso, vicinissimo e splendente nella luce dell’ultimo sole. Yoga citta-vṛtti-nirodhaḥ, ‘lo yoga è l’annullamento delle fluttuazioni mentali’ è il concetto cardine del sāṁkhya, l’antica corrente filosofica indiana basata sul principio del dualismo tra puruṣa, il ‘maschio primordiale’, e praḳriti, la ‘materialità’ dal cui squilibrio si manifesta il mondo a partire dal suo centro, in Himalaya. L’estenuante ritiro spirituale di Narayan ha lo scopo di annichilire corpo e mente, di ridurre l’azione al minimo attraverso meditazione e yoga, veicolando l’energia nella ricerca interiore, quindi, dopo un numero imprecisato di morti e rinascite, forse otterrà il mokṣa. Tapovan è il luogo ideale per provarci. Qui, a 4.100 metri sulla vasta distesa erbosa abitata da daini e asceti, al cospetto della montagna di Shiva e del Meru, si concentra la carica devozionale di oltre un miliardo di fedeli hindu. L’importanza dell’area è testimoniata dalla presenza di molti santuari, uno tra tutti è il villaggio di Gangotri, posto ad un giorno di marcia lungo una pista sconnessa, 25 chilometri a valle. Ben più vicino, ad un paio d’ore in discesa si trova Gaumukh, un enorme foro sul ghiacciaio, la ‘bocca di vacca’, dove nasce il Gange, il Fiume sacro degli hindu che qui inizia il suo percorso di 2.500 chilometri fino al golfo del Bengala. Secondo il mito, le acque del Gange sono una manifestazione della dea Gaṅgā, precipitate dal cielo himalaiano in tre torrenti impetuosi, che avrebbero sommerso la terra se Shiva non li avesse trattenuti usando la sua intricata chioma. La simbologia del mito è evidente in questo straordinario angolo del Garwhal, con la maestosa cuspide ghiacciata dello Shivling, immobile, rappresentazione del capo di Shiva, proteso quasi ad ammansire lo scorrere dell’acqua a Gaumukh, situata alla base della montagna. Lungo il loro corso, le sacre acque del Gange animano di città in città la straordinaria gestualità devozionale hindu. L’acqua discesa dall’Himalaya è vita, sorgente preziosa per i raccolti, ma soprattutto strumento di purificazione, utilizzato da ogni fedele per la preghiera individuale al pari dei brahmani nel culto collettivo, la gaṅgā ārtī.

Malgrado la concretezza tangibile delle sue pareti chilometriche, lo Shivling e i vicini giganti di roccia e ghiaccio possiedono un significato metafisico, centrale nella millenaria tradizione indiana sin dai Veda, i più antichi testi sacri dell’India. La montagna, l’intero Himalaya fungono da dimora degli dei (deva bhūmi), ma soprattutto sono il centro dell’universo, concetto riprodotto sistematicamente in India, dai villaggi nascosti nelle valli, fino alle comunità di pescatori sulle coste dell’estremo Sud, rivolte all’Oceano Indiano. Ecco che la struttura stessa del tempio hindu imita le architetture simboliche della montagna, divenendo un microcosmo, l’axis mundi del villaggio, dove attraverso il rito e le pratiche devozionali viene mantenuto lo ṛta, l’ordine cosmico che impedisce alla comunità di sprofondare nel caos.

La prospettiva del caos è comunque rimandata e inevitabile. In principio l’Himalaya e le montagne erano piramidi perfette, poi iniziò l’età del ferro, il Kaliyuga (la peggiore delle quattro età del mondo), l’era ‘perdente’ destinata a durare 432 mila anni. Assieme alla forma pura delle montagne iniziò a corrompersi anche la rettitudine dell’uomo, così come descritto nei testi antichi: “la terra si fa avara, carestia e siccità si alternano a piogge eccessive; il ritmo delle stagioni è sempre meno attendibile; nubi coprono in permanenza il sole, terribili incendi devastano le foreste; l’uomo sradica sistematicamente parchi e boschi sacri; fame e malnutrizione si propagano, la dieta carnea si diffonde; si fa larghissimo uso di alcolici; memoria e intelligenza degenerano; la ricchezza diviene l’unico metro per misurare virtù e nobiltà, la forza il solo criterio di giustizia; impuri, fuori casta e barbari prendono il posto dei guerrieri e saggi, e ottengono posizioni di potere, sottomettendo la popolazione, imponendo tasse sempre più onerose”. In questo contesto, l’unica via di uscita concepita ai piedi del sacro Shivling è il mokṣa, la liberazione dal nodo delle rinascite. Il sentiero scelto da Narayan, le cui dita continuano a scorrere, di giorno in giorno sullo spartito sacro, nell’intimità della sua cella pervasa dalla stessa vibrazione: “oṁ namaḥ śivāya”, ‘si, mi abbandono adorante a Shiva’.

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