Pubblichiamo oggi il reportage uscito nei giorni scorsi sul quotidiano L’Indro. Dopo una breve introduzione (aggiornata a giovedì 29 ottobre 2015), viene dato spazio ai racconti e alle drammatiche esperienze dei rifugiati incontrati lungo la Via dei Balcani. Sono storie di vita lontane anni luce dalla realtà in cui viviamo, dall’Europa che in questa seconda metà del 2015 sembra aver realizzato la portata delle tragedie in corso in Asia, Medio Oriente e Africa. La ‘sveglia’ è stata sbattuta in faccia a tutti noi da centinaia di migliaia di persone arrivate attraverso i Balcani, tracciando una scia nel fango che sicuramente rimarrà impressa nella storia del nostro tempo.

….. Speciale Balcani: la parola ai rifugiati.

Confine greco-macedone. Foto E. Confortin
Confine greco-macedone. Foto E. Confortin

Il ‘virus’ delle barriere contagia anche Austria e Slovenia. «Se gli accordi raggiunti domenica a Bruxelles non verranno rispettati, la Slovenia sarà costretta ad adottare misure per fermare il flusso dei migranti», ha dichiarato il premier Miro Cerar, minacciando, se necessario, di «costruire una barriera anche subito». Stessa toni più a nord, a Vienna, dove il ministro dell’Interno Johanna Mikl-Leitner tira in ballo non precisati scopi difensivi per giustificare il ricorso ad una «barriera tecnica». La priorità austriaca è mettere ordine al flusso di rifugiati nel Paese, ha precisato il ministro, assicurando che «non si tratta in alcun modo di una chiusura delle frontiere». Fatto sta,

a meno di una settimana dal vertice in cui si sono stabiliti tempi e modi per ottimizzare il transito dei rifugiati verso l’Europa, la situazione sembra già fuori controllo. È evidente come gli accordi presi nelle stanze del potere a Bruxelles siano scollegati dalla realtà di tutti i giorni, dai limiti pratici dovuti alla portata del flusso di rifugiati sulla Via dei Balcani. La catena della comunicazione non funziona: di fatto, alla decisione non segue l’azione stabilita, ammesso che la decisione sia quella giusta. Pertanto la reazione ‘naturale’ dei governi dinanzi all’ennesimo fallimento della politica è il ricorso a paline, rete metallica e filo spinato. Opzione criticata dal cancelliere tedesco Angela Merkel, secondo il quale la soluzione al problema passa per il controllo dei confini esterni alla Ue e per la cooperazione a livello europeo.

Tornando alla cruda realtà dei fatti, nelle stesse ore in cui a Vienna e Lubiana maturava l’opzione barriere, le acque del mare Egeo inghiottivano altre 5 imbarcazioni di profughi salpate dalla costa turca verso la Grecia. Mentre scriviamo le vittime accertate sono 11, inclusi 5 bambini cui si somma un numero imprecisato di dispersi. Lo riferisce la Guardia costiera greca, aggiungendo che 214 profughi sono stati tratti in salvo. Mercoledì notte un uomo e due bambini sono stati trovati morti. Al largo della spiaggia di Molyvos è morto un bambino di 6 anni, mentre due bambini e un uomo sono annegati più a sud, nelle acque dell’isola di Samos. Al largo dell’isolotto di Agathonissi si cercano tre bambini, due piccoli di 1 e 5 anni e una bambina di un anno.

I sopravvissuti all’ennesima tragedia dei mari saranno a breve trasferiti nel centro di raccolta di Atene, da dove inizierà la loro risalita lungo la Via dei Balcani. Da gennaio ad oggi, più di 500 mila profughi hanno percorso la lunga pista che porta in Europa attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Qui li abbiamo incontrati, e ascoltato testimonianze che riportano l’attenzione sul vero problema della crisi dei migranti: le guerre dalle quali stanno fuggendo.

L’Europa se ne frega

«È grottesco, ovunque tu vada sei nemico di qualcun altro, pertanto è impossibile, o decidi di combattere o sei costretto a fuggire!». Sono le parole con cui Ahmad cerca di riassumere l’immane tragedia in corso in Siria, fonte primaria dell’esodo di centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso le capitali europee.

Ahmad è un ingegnere di mezza età, nato e cresciuto a Damasco dove per anni ha vissuto un’esistenza dignitosa, dedicandosi al lavoro, alla moglie e ai quattro figli minorenni che ha lasciato in Turchia, in attesa di potersi ricongiungere. Lo incontro a Idomeni, minuscolo villaggio greco situato a ridosso del confine con il Fyrom (Macedonia), sconosciuto agli stessi greci prima che finisse sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Attorno a noi si estendono campi coltivati a vite, qualche terreno incolto adibito al pascolo delle mucche, e diversi appezzamenti accesi dal colore dorato delle piante di mais, utilizzati da un mese a questa parte come latrine a cielo aperto a causa della mancanza di toilette. Qui, lungo un’esile striscia di terra e asfalto di un paio di chilometri nel mezzo della campagna greca, inizia la Via dei Balcani, divenuta nel 2015 la principale via di transito per i rifugiati diretti in Europa. Ahmad sosta a bordo strada assieme a Omar e Mohammad, taciturni compagni di viaggio accovacciati nell’erba in attesa di aggregarsi alla coda che immette nel campo di accoglienza al confine. Siamo nella parte posteriore della lunga fila di autobus, almeno una dozzina, giunti nelle ultime due ore con il loro carico di vite. Sui terreni attorno sono sparpagliate duemila persone, forse di più, divise in gruppetti spontanei nell’attesa di poter presto varcare la frontiera macedone. I mezzi giungono ad intervalli regolari dal principale centro di raccolta greco di Atene a 500 chilometri di distanza, nel quale vengono fatti confluire tutti i rifugiati approdati sulle isole del Mare Egeo al termine di una pericolosa traversata via mare. «La situazione in Siria è terribile», prosegue l’ingegnere esibendo un ottimo inglese affinato nel corso di ripetuti viaggi di lavoro in Olanda, dove spera ora di tornare per rifarsi una vita. «A Damasco e in molte altre città la gente è costretta a rubare ai vicini per mangiare. I rapimenti sono all’ordine del giorno, al pari dei soprusi e delle violenze, pertanto a migliaia siamo stati costretti ad avventurarci in questo viaggio assurdo, subendo estorsioni e privazioni, per poi salire su barche spazzatura nella speranza di raggiungere vivi la costa greca». L’invettiva di Ahmad continua per diversi minuti, rafforzata dai segni di approvazione dei suoi due compagni di viaggio, entrambi di Damasco, che si accendono d’un tratto quando la discussione tocca Russia, Stati Uniti e Unione Europea. Secondo Ahmad l’intervento militare russo in Siria non potrà che peggiorare le cose, provocando un’escalation di violenze senza precedenti: «fuggiranno tutti, i rifugiati siriani che avete visto da queste parti finora sono la punta dell’iceberg. L’Unione Europea avrebbe le capacità e soprattutto il diritto di intervenire in Siria, del resto la guerra sta inondando le città europee di rifugiati. Purtroppo i vostri leader non fanno nulla, si dichiarano amici dei siriani ma restano piegati al volere di Mosca e Washington. Sono ‘stronzate’, in realtà se ne fregano di noi». Prima di ripartire, l’ingegnere di Damasco si prende la briga di scusarsi per i toni accesi, rilasciando un’ultima dichiarazione, replicata nei giorni a venire da altri suoi connazionali: «in Europa dovete capire un cosa, noi siriani siamo persone pacifiche, non siamo terroristi o criminali. Ad Aleppo vive mezzo milione di cristiani, in armonia con i musulmani. Siamo tolleranti, amichevoli. Se la guerra in Siria finisse oggi, se avessi garanzie credibili di una pace duratura e di condizioni di sicurezza, farei immediatamente ritorno a Damasco. Voglio vivere come siriano nella mia terra, non come rifugiato in Europa!».

Il ruolo delle organizzazioni internazionali

Kore Rune Mossing
Kore Rune Mossing, responsabile del team norvegese di CR a Idomeni

Il centro di transito di Idomeni sorge sulla terra nuda di un lieve rialzamento esteso per un migliaio di metri quadrati in prossimità del confine. Sul lato occidentale dell’accampamento, oltre la rete metallica stesa di recente passano le rotaie della linea ferroviaria che collega Salonicco a Skopje, la capitale macedone che diede i natali a Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu meglio nota come Madre Teresa di Calcutta. Malgrado le dimensioni ridotte, il sistema di tende, uomini e mezzi funziona a pieno regime, giorno e notte, smaltendo una dopo l’altra le migliaia di rifugiati che da inizio settembre si assembrano senza sosta nell’area antistante. Qui incontro Kore Rune Mossing, norvegese responsabile dello staff della Croce Rossa cui spetta la gestione del centro assieme ad UNHCR e Medici Senza Frontiere. «La capacità di accoglienza è di 1500, forse 2000 persone – spiega Kore –, ma solo oggi ci sono almeno 3000 persone in attesa, e nei giorni passati abbiamo superato i 10 mila arrivi in un giorno. Per questo non è sempre facile gestire la situazione, si creano tensioni dovute alle attese di 10 e più ore, malgrado gli operatori svolgano turni di lavoro estenuanti, di giorno e di notte». I rifugiati in arrivo a Idomeni provengono principalmente dalla Siria, ma sono molte le persone in fuga dalla violenza permanente in Afghanistan, quelle pachistane giunte dallo Azad Kashmir, il ‘Kashmir libero’ sotto il controllo di Islamabad, poi altri dal Bangladesh, e ancora Congo, Iraq, Eritrea, Yemen, Libano, persino Albania. «Qualcuno dalla Siria è arrivato sino a qui con ferite di arma da fuoco – precisa il responsabile CR –, cerchiamo di offrire a tutti assistenza medica primaria, mentre i casi più seri sono trattati in una struttura dedicata tra le tende, qui a lato. Distribuiamo anche cibo, bevande, vestiti se disponibili, assistenza organizzativa». All’interno dell’area recintata trovano spazio numerose toilette e alcune docce a disposizione di quelli che riescono a ritagliarsi il tempo per l’igiene intima. Pochi sfortunatamente, tanto che la scabbia è uno dei problemi più diffusi, assieme a malattie respiratorie e a problemi alle articolazioni o escoriazioni ai piedi dovute alle lunghe marce sotto il sole e la pioggia, alle code infinite in attesa di passare oltre. Le situazioni più delicate riguardano i bambini soli, soprattutto siriani appartenenti a famiglie povere, dove i soldi bastano appena per un viaggio della speranza. Pertanto madri e padri disperati preferiscono mandare avanti i figli, pregando Dio affinché riescano a raggiungere la tanto agognata Europa. «I minorenni soli sono i più vulnerabili allo sfruttamento o a situazioni ancora peggiori» conclude Mossing, pertanto alcune organizzazioni attive lungo la Via dei Balcani si occupano esclusivamente della tutela dei più piccoli.

A piedi dall’Afghanistan

La cittadina serba di Preševo sorge in una vasta conca agricola circondata da montagne, a ridosso del confine macedone. Bastano alcuni passi nel caos della via centrale per realizzare il carattere estremo di questo luogo. Estremo perché qui migliaia di profughi languono arenati tra le transenne, tormentati dal vento, dalla pioggia e dal freddo, nell’attesa di ottenere dalle autorità serbe il nullaosta con cui proseguire verso la Croazia. Estrema è poi l’impreparazione manifestata dal governo nella gestione dell’emergenza rifugiati, costretti a marciare per chilometri dal confine, con il fango alle caviglie, prima di raggiungere la bolgia al campo di raccolta. Estremo perché in poche centinaia di metri agiscono fianco a fianco mercanti senza scrupoli, tassisti improvvisati, criminali, operatori umanitari, poliziotti ed emissari governativi, ciascuno con un interesse preciso verso la matassa umana che si accalca sulla strada. Infine, estreme sono le testimonianze che si possono ascoltare avvicinando i rifugiati. È il caso di tre afgani sui vent’anni provenienti dall’antica città di Gazni. Si fermano a parlare nella bolgia, tra gli autobus in partenza con il loro carico di rifugiati per Šid, sul confine croato. Sono dei giovani robusti e di bassa statura, caratteri che rispecchiano la corporatura degli abitanti di ‘quelle’ montagne aride e scoscese, estese ben oltre il confine con il Pakistan. Hanno il viso pulito, lo sguardo marcato da evidenti tratti mongoli, e malgrado la stanchezza non smettono mai di sorridere, svelando una cortesia d’altri tempi. Non sono timidi ma si rifiutano di dare i loro nomi, «non vogliamo rischiare conseguenze, essere identificati», dicono, ma un istante dopo posano di buon grado per una foto (che non pubblichiamo). La decisione di partire è stata covata a lungo, e a fine luglio hanno rotto gli indugi, iniziando il loro viaggio verso l’Europa. Del resto, da quando sono venuti al mondo non hanno ancora vissuto un giorno senza guerra! «Abbiamo raggiunto il confine con l’Iran e qui siamo passati clandestinamente – raccontano –, evitando di essere presi dalla polizia di confine. Ci hanno sparato. Alcuni di noi sono stati arrestati dalle autorità iraniane, altri uccisi dai proiettili». A questo punto si sono avventurati a piedi attraverso l’Iran, puntando al confine turco. Più di 1500 km tra montagne e vallate, nel pieno della feroce estate iraniana. Spaventanti, non sapendo di chi fidarsi hanno evitato il contatto con la popolazione, nascondendosi di continuo. «Mangiavamo quanto riuscivano a reperire in natura, le provviste che avevamo con noi sono finite presto». Quaranta giorni dopo sono giunti a Bagarzan, in prossimità del confine turco, e qui per una seconda volta hanno sconfinato illegalmente, correndo un rischio ancora maggiore a causa della situazione instabile dovuta al conflitto tra esercito turco e ribelli curdi. La loro odissea è proseguita per altri 1800 chilometri «perlopiù percorsi a piedi», assicurano, fino a raggiungere la costa dell’Egeo. «Abbiamo pagato 1500 dollari per avere un posto in barca, ma ad un certo punto ci siamo rovesciati a causa del mare e siamo finiti tutti in acqua. Eravamo in sessanta provenienti da diversi paesi, due persone hanno perso la vita affogando davanti ai nostri occhi». Finalmente in Grecia, i tre giovani di Ghazni sono stati indirizzati verso il centro di raccolta di Atene, quindi in autobus è iniziata la risalita lungo la Via dei Balcani. «Siamo felici, il peggio è passato – dichiarano prima di salire sul loro autobus –, siamo diretti in Belgio, o in Svezia, forse in Germania … Lei ci sa dire dove è più facile trovare lavoro? ».

Siria – Germania, sola andata

Muhammad Musulmani ha 20 anni, proviene da Homs importante città siriana situata a metà strada tra Aleppo e Damasco. Lo incontro nei locali del Kolar, modesta locanda gestita da un onesto signore albanese, tra i pochi ad aver mantenuto stabili i prezzi malgrado migranti e rifugiati continuino ad alimentare l’Età dell’Oro di Preševo. Muhammad è fuggito dagli orrori della Siria attraverso il Libano, sconfinando assieme ad altri che come lui hanno scelto la strada per Beirut. «Sono stato arrestato dalla polizia libanese quasi subito – racconta – mi hanno detenuto per due giorni, sono stato picchiato ripetutamente. Ho potuto proseguire solo dopo aver pagato 1000 dollari». Con altri 200 dollari è riuscito ad imbarcarsi per la Turchia, e da qui ha raggiunto via terra la costa egea per cercare un nuovo barcone e salpare verso la Grecia. «Ho pagato altri 1500 dollari per una piccola imbarcazione stracolma di gente, fino all’isola di Chios». L’attracco è avvenuto su una lingua sabbiosa, tra le rocce, nella parte meridionale dell’isola, da dove è iniziata una lunga marcia verso la città portuale più vicina, raggiunta dopo un giorno e una notte. «Eravamo senza cibo e senz’acqua – racconta –, costretti a dormire per terra, a bordo strada, con i cani che ci tormentavano». Una volta raggiunto un campo di raccolta allestito sull’isola, Muhammad ha atteso sotto il sole per due giorni prima di ottenere il documento di passaggio, quindi si è imbarcato su un traghetto verso Atene. «Dalla Grecia sono salito in autobus fino alla Macedonia, e poi oltre, fino a qui, in Serbia. In questa città non funziona nulla, è pieno di mafia. Dei tizi da quella parte mi hanno proposto di partire con un’auto anche senza documento, per 300 euro, promettendomi l’ingresso in Croazia». Respinta l’offerta del transito illegale, Muhammad ha trascorso due giorni in fila, per passare oltre le transenne e ottenere il nullaosta dalle autorità. «Ho dormito in ginocchio, per strada sotto la pioggia pur di non perdere il posto in coda». Prima che la sua Homs diventasse «un inferno», Muhammad giocava da semi-professionista con una squadra di calcio locale e stava ultimando gli studi in contabilità. «Ora è tutto finito» protesta manifestando il suo rammarico. «L’area in cui vivevo era controllata dai freedom fighters, i combattimenti proseguivano giorno e notte. Mio fratello è morto, anche mio zio. Fortunatamente mia madre e mio padre sono riusciti a fuggire, si trovano in Libano e attendono mie notizie». Malgrado la spavalderia dei vent’anni, nello zaino di Muhammad grava in pieno la responsabilità verso i genitori: «voglio arrivare in Germania per trovare un lavoro e una casa. A quel punto, con i primi soldi farò partire anche mia madre e mio padre. Non so proprio se faremo mai ritorno in Siria!».

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