Il reportage sui rifugiati pubblicato oggi, rientra nel dossier Il Benvenuto dell’Europa uscito su Area, bisettimanale svizzero di critica sociale. Il pezzo ripercorre parte del lavoro da me svolto lungo la Via del Mediterraneo Orientale, o Via dei Balcani, in particolare a Preševo, in Serbia. Nei prossimi giorni, seguirà un approfondimento integrativo con i ‘numeri’ dell’emergenza rifugiati, anche in questo caso tratto dal dossier di Area. Per scaricare i pdf del dossier di Area: dossier-apertura e dossier-corpo

Rifugiati in Europa, speciale sulla Via dei Balcani

Preševo Ottobre 2015, con i rifugiati. Il tassista arresta la sua corsa accostando sul ciglio della strada, dove sfrutta uno dei pochi spiazzi erbosi non ancora soffocati dal fango. Dinanzi a
Busnoi solo campi appesantiti dall’acqua e dal grigiore del cielo autunnale, sui quali torreggiano i tetti spioventi di alcune abitazioni. Siamo a Preševo, minuscola cittadina serba posta a ridosso del confine con il Fyrom (Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, comunemente detta Macedonia) e il Kosovo, abitata in larga maggioranza da albanesi musulmani. Alla nostra destra si estende un prato recintato sui lati lunghi da reti ormai arrugginite, tenute in piedi di stagione in stagione per rivendicare i confini e sancire un diritto di proprietà più volte negato delle guerre di un passato mai abbastanza lontano. Sul fronte opposto di questa distesa verde trovano spazio decine di autobus, parcheggiati alla meno peggio in attesa di riempire lo stomaco metallico con un altro carico di vite. Dopo un mese di passaggi, soste e partenze, questi mezzi hanno devastato la parte centrale del prato, creando con le ruote solchi profondi anche quaranta centimetri, trasformati dalle piogge insistenti degli ultimi giorni in un acquitrino fangoso. L’unica via praticabile per raggiungere a piedi l’altra sponda serpeggia sulla destra, a ridosso della recinzione dove un sistema di zolle e radici emerse permette di superare i ristagni d’acqua con una certa facilità. La lunga schiera di autobus nasconde come un sipario la via principale, che mette in collegamento il centro di Preševo, situato una manciata di chilometri più ad ovest, con la minuscola linea ferroviaria proveniente dal confine macedone, un centinaio di metri ad est.

Questo tratto di strada rappresenta il nodo dolente del flusso di profughi in fuga da guerre e violenze per noi inimmaginabili. Provengono dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia tentando la sorte attraverso il Libano e la Turchia, quindi su “zattere spazzatura” affrontano l’Egeo raggiungendo la Grecia, e da qui la via per la salvezza attraversa Macedonia, Serbia, Croazia e infine Ungheria, con l’Area Shengen. In migliaia, forse decine di migliaia si riversano sull’asfalto allagato di Preševo, ammassandosi nell’imbuto metallico costituito da un recinto di transenne, nella speranza di accedere al campo di accoglienza gestito da UNHCR con il supporto di MSF, Croce Rossa e di altre organizzazioni umanitarie. All’interno di questo centro viene prestata assistenza sanitaria di base, quindi una razione di cibo e acqua, prima di procedere alla registrazione di ogni singolo individuo, condizione necessaria per ottenere il documento sottoSid_confine_Serbia_Croaziascritto dalle autorità serbe, grazie al quale è possibile proseguire il viaggio verso la città di Šid, e quindi in Croazia. “Il numero di profughi in arrivo dal confine supera la capacità di ricezione del campo, pertanto gli assembramenti aumentano, e di conseguenza le attese, a volte per giorni”, spiega un volontario serbo incaricato di velocizzare il deflusso di quelli che hanno ottenuto timbro e firma sul nullaosta.

Sfruttando un passaggio fangoso che segue una dorsale rialzata tra macerie e rifiuti, sulla sinistra delle transenne, riesco a raggiungere un punto di osservazione migliore. La situazione è drammatica, chiaramente fuori controllo. Colpa delle precipitazioni che nei giorni scorsi hanno imperversato sui Balcani, colpa del numero di disperati in transito, di giorno e di notte, con il sole o con la pioggia, a piedi, in autobus o in taxi. Colpa, come detto, delle strutture ricettive inadeguate che dilatano i tempi, trasformando i minuti in ore e le ore in giorni. Non da ultima c’è l’impreparazione del governo serbo preso alla sprovvista dalla mole degli arrivi, cui non riesce a reagire in modo adeguato, magari organizzando meglio le colonne di disperati ammassate lungo le strade. O forse, come lamentano alcuni residenti, si tratta semplicemente di
noncuranza: “qui siamo a maggioranza albanese, i serbi che ci governano da Belgrado se ne fregano di questa parte di territorio, figuriamoci se mettono una toilette in più per i rifugiati!”.

Responsabilità a parte, la colonna di profughi in attesa di “passare” è lunga almeno duecento metri per trenta di larghezza. Uomini, donne e bambini si accalcano in una massa umana apparentemente immobile, soggetta alla pressione che giunge incessante da dietro, dai nuovi arrivati illusi di poter fendere la muraglia umana e guadagnare un metro in più. “In Serbia sono organizzati malissimo rispetto a Macedonia e Grecia – spiega Muhammad Musulmani, ventenne siriano di Homs, che incontro all’esterno di una locanda –, ho trascorso tre giorni sulla strada, qui fuori, in attesa di raggiungere il campo oltre le inferiate e avere il mio documento”. Muhammad è stato costretto a dormire all’aperto, sull’asfalto infradiciato dalla pioggia, tra i rifiuti, senza cibo o acqua salvo quella acquistata nei market locali aperti per l’occasione giorno e notte, dove Due euro e mezzo per un chilo di bananela merce viene venduta a prezzi gonfiati anche 10 volte. Una forma legalizzata di sciacallaggio, comune lungo tutta la via di transito dei profughi, dalla Turchia all’Europa. “La notte scorsa ho dormito in fila sotto la pioggia, praticamente in ginocchio pur di non perdere il posto, e finalmente oggi ho avuto la mia carta”, conclude Muhammad. Per tutti la priorità è passare, andare oltre lasciandosi alle spalle il caos di Preševo, la fame, i rifiuti, il freddo e la stanchezza, poi le bottiglie da mezzo litro d’acqua a 3 euro l’una, le scarpe da ginnastica di terza mano a 100 euro il paio, le banane a 2 euro e mezzo al chilo, le corse in taxi a 25 euro a persona per una decina di chilometri. Quindi quei criminali serbi parcheggiati in un terreno defilato a mille metri di distanza, dove organizzano auto collettive garantendo il passaggio in Croazia anche senza nullaosta ufficiale. Bastano 300 euro a persona, una buona dose di fiducia e il gioco è fatto. Un rischio enorme per i migranti che accettano, secondo i quali l’attesa di giorni nella bolgia di Preševo è un destino peggiore dell’ennesimo sconfinamento illegale. Mi addentro tra quegli autisti clandestini, ma l’allontanamento è immediato: non vogliono giornalisti. “Cammina italiano, vai a mangiare” mi è detto nella mia lingua da un ragazzo rasato che coordina arrivi e partenze. Giusto il tempo di conoscere la sua provenienza, Belgrado, poi nulla, solo uno spintone, meglio lasciare stare.

Il secondo giorno inizia nel peggiore dei modi. La stellata che ieri sera aveva lasciato sperare in un po’ di sole, viene spazzata via da vento e pioggia. Sulle strade e nell’imbuto metallico tra le transenne regna un silenzio surreale, eccezion fatta per il rollio dell’acqua che martella incessantemente ogni cosa creando un sottofondo impenetrabile. Un centinaio di ragazzi intirizziti sono in fila dall’alba, in attesa venga aperto l’accesso al campo. La temperatura è scesa a 10 gradi centigradi e il vento peggiora le cose, ciononostante nel mucchio si notano ancora pantaloni corti e piedi nudi. I corpi fasciati alla meno peggio nei sacchi neri per i rifiuti si stringono gli uni Tutti_passano_per_la_ressa_di_Presevocon gli altri, cercando di rubare al vicino un po’ di calore e rendere più sopportabile l’attesa. “Nel negozio qui di fronte vendono pessimi impermeabili a 10 euro l’uno”, mi confida sdegnata la proprietaria della struttura in cui alloggio. Due stanze ricavate al piano terra, oltre le vetrine di quello che un tempo doveva essere un ufficio, da un mese trasformato in bilocale spartano ma asciutto. Condivido il pavimento e gli spazi angusti della sala con un giovane libanese e tre siriani, per i quali un pernottamento al riparo vale la spesa di 20 euro. Qui incontro Muhammad, siriano di 58 anni fuggito a inizio 2013 da Aleppo. “Ho trascorso due anni ad Istanbul, con moglie e due figlie, nell’attesa di poter rientrare in Siria, ma le cose peggiorano ogni giorno, quindi ho deciso di imbarcarmi per la Grecia, da solo”, racconta sventolando il suo nullaosta timbrato dalle autorità serbe. Muhammad è diretto in Germania, al pari di moltissimi connazionali. Li è convinto di trovare protezione, una casa e soprattutto un lavoro per poi ricongiungersi al resto della famiglia. “In Siria non ero povero, lavoravo come cassiere in una società, ero anche elettricista, poi sono dovuto partire abbandonando tutto; nella guerra ho lasciato due case da trecento mila euro, ora devo ripartire da zero”. Al pari di tutti i siriani incontrati nel fango dei Balcani, anche Muhammad dimostra un amore incrollabile per la propria terra, per la vita che si lascia alle spalle: “se mi garantissero che la guerra è finita oggi, farei immediatamente ritorno ad Aleppo. Li c’è tutta la mia vita, la Siria è un grande paese, malgrado questa fuga continuo ad amarlo”.

Cammino sul bordo delle transenne scambiando qualche parola con i rifugiati in attesa. Ormai anche i poliziotti serbi e gli uomini in Forze_di_Polizia_Presevomimetica delle forze speciali di polizia si sono abituati alla mia presenza, pertanto non mi spingono più oltre una seconda recinzione, a distanza di sicurezza, ma tollerano il passaggio. Alcuni agenti sono arrivati addirittura al punto di salutarmi, e di tanto in tanto manifestano una certa compassione per i profughi, con i quali condividono puzza, freddo e fango. Frugando con gli occhi all’interno di questa massa umana avvolta nella plastica nera, resa lucida dalla pioggia, capita di incrociare sguardi vuoti, incatenati in quell’attesa che sembra precedere la rassegnazione. La vita però continua, con forza, del resto è lo spirito di sopravvivenza ad aver trascinato ciascuno di loro fuori dal fango delle guerre, fino alla bolgia di Preševo. E proprio qui, una delle immagini più emblematiche è una donna siriana schiacciata dalla folla contro le transenne, con un seno scoperto al quale un bimbo di pochi mesi si attacca avidamente, incurante del freddo e della pioggia che gli schiaffeggia il volto. Una madre e un figlio anonimi, in fuga dalla Siria, al pari di tanti altri profughi spinti da un’irrefrenabile voglia di vivere, di esistere in pace. Questa gente è animata da una sorta di istinto primordiale, una forza istintiva diluita e perduta nell’agio delle città europee, cui nessuno riuscirà a porre un freno, nemmeno il blocco della frontiera ungherese decretato in questi giorni, o ancora le matasse di filo spinato spianate sui confini, tantomeno le proteste dei troppi europei che vorrebbero ricacciare zattere e disperati verso le coste da cui giungono.

 

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