Havelock, 10 Aprile 2014.

Elephant Beach Havelock. Foto Emanuele Confortin.

Visto dall’alto, l’arcipelago delle Andamane e Nicobare appare come un insieme di frammenti sfuggiti alla deriva continentale asiatica e proiettati nel cuore dell’Oceano Indiano. Pur trovandosi a più di mille chilometri dalla costa dell’India, ma a meno di duecento chilometri da Myanmar, Tailandia e Indonesia, queste isole ricoperte di giungla rivestono un importante ruolo strategico per New Delhi, che qui ha creato imponenti basi militari, spesso sostituite ai bunker giapponesi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. Gli avamposti presidiati dall’esercito indiano sorgono in zone protette, classificate come ‘Restricted Area’ quindi inaccessibili ai civili, e fungono da testa d’ariete in quel gioco di forza che ha trasformato l’Oceano Indiano in un nuovo fronte con la Cina. Qui, lungo le coste che dal Golfo del Bengala si spingono fino allo Stretto di Malacca, la Tigre e il Dragone definiscono alleanze, stringono accordi di collaborazione con le altre nazioni, nel tentativo di aumentare la propria influenza lungo le rotte solcate dai bastimenti che fanno spola tra Oriente e Occidente.

Andamane e Nicobare non sono state interessate solo dagli spiegamenti di truppe, ma sin dai primi giorni seguiti alla Partizione (15 agosto 1947, creazione di India e Pakistan dalle ceneri dell’Impero britannico) hanno accolto ondate progressive di profughi e contadini indiani, molti dei quali di religione hindu in fuga dal neonato Pakistan Orientale (oggi Bangladesh) o dal poverissimo West Bengal indiano. Le migrazioni rivolte in particolare alle Andamane si sono affievolite solo verso la fine degli anni Ottanta, dopo l’imposizione di restrizioni volte a tutelare un territorio fortemente legato all’equilibrio del proprio ecosistema. Oggi, 66 anni dopo la Partizione, su queste isole fioriscono comunità di immigrati bengalesi, riuscite ad adeguarsi alle caratteristiche del territorio, creando un’economia basata sulla pesca artigianale, sull’agricoltura e sul moderato sfruttamento della giungla, capaci di risollevarsi in fretta anche dal devastante tsunami del 2004. Abbiamo trascorso alcuni giorni all’interno di una di queste comunità, nell’isola di Havelock, piccola striscia di terra posta a 40 chilometri di navigazione dal capoluogo Port Blair, a North Andaman. Qui vivono Rohit Mondal di 17 anni e Anath Crain di 18, entrambi nati nel villaggio di Kala Pattar (‘Roccia Nera’) il cui toponimo deriva da una imponente roccia basaltica che si staglia sulle acque color smeraldo, poco lontano dall’abitato. Malgrado la giovane età, Rohit rappresenta da anni un pilastro importante su cui poggia la sussistenza della propria famiglia, tanto da gestire assieme allo schivo fratello maggiore gran parte delle attività. Diversamente dal fisico ancora gracile da adolescente, il suo sguardo svela una maturità poco comune tra i ragazzi di quell’età, marcata da una vistosa cicatrice che solca la guancia destra, ferita indelebile che si aggiunge al pollice sinistro irrimediabilmente schiacciato e spaccato in due ormai da anni. Rohit accetta di buon grado la presenza di uno straniero, se pur con i limiti della comunicazione che non lasciano alternativa alla lingua hindi. “Non ho avuto modo di studiare molto a lungo – spiega con un sorriso, divertito e sollevato dalla possibilità di interloquire in hindi con uno straniero –, per questo il mio inglese è così povero”. Sono le 11 del mattino, e prima di preparare il gial, la rete circolare utilizzata per la pesca lungo riva o nelle secche, Rohit lega un anello di stoffa ai piedi e sale veloce lungo lo slanciato tronco di una palma da cocco, lanciando al suolo quattro noci selezionate bussando leggermente con le nocche nella mano. “È la nostra offerta di benvenuto – spiega mentre taglia la parte sommitale del frutto con un falcetto a mezzaluna -, bevi! È buona”. L’abitazione dei Mondal rispecchia lo stile andamano: base ampia ad un solo piano con tetto spiovente coperto da fronde di banano, eretta su un leggero terrapieno o lungo il pendio di un collina. Il cortile anteriore funge da luogo di incontro e socializzazione, magazzino in cui stoccare i raccolti, spazio destinato alla

Havelock Jungle
La giungla di Havelock. Foto Emanuele Confortin

lavorazione dei prodotti agricoli, aia e all’occorrenza campo da cricket. Sul lato posteriore sale il pendio di una collina ricoperta da una foresta di palme da cocco, mentre il terreno piano a valle è accuratamente diviso in rettangoli adibiti alla coltivazione, spartito tra gli abitanti dell’area. Da una casetta simile situata poco lontano giunge Anath, amico di Rohit, con in pungo un falcetto simile a quello usato per tagliare i cocchi. Afferrata la rete, il paan (mistura da masticare a base di foglie di Betel, molto diffusa in India) e uno straccio da legare in vita, i due ragazzi si avviano per il sentiero che costeggia i campi prima di immettersi nella giungla. Anath e Rohit appartengono a famiglie di braccianti immigrate dal West Bengal negli anni Ottanta, che una volte giunte sull’isola hanno appreso l’arte della pesca e della raccolta. “Mio padre viveva nei dintorni di Calcutta – racconta Rohit, ponendo attenzione ai cenni di approvazione dell’amico –, ma li la vita era molto dura, quindi lui e mio nonno si sono trasferiti qui”. Mentre Rohit ha abbandonato presto la scuola per dedicarsi al lavoro, Anath ha scelto di continuare gli studi e di specializzarsi nell’attività agricola. Le attività di pesca sono regolate dalla marea, che da queste parti raggiunge anche i 3 metri di altezza, e varia a seconda del fondale e dell’area. La pesca con la rete avviene necessariamente sui fondali più bassi, e prevende il lancio del gial solo dopo aver avvistato una possibile preda, che rimane intrappolata nella maglia che scende rapidamente sul fondo per effetto dei pesi fissati lungo la circonferenza. “Utilizziamo il gial sia in acqua salata che all’interno del nala (la laguna)”, spiega Rohit avvolgendo la rete al braccio destro preparandosi al lancio. Dove l’acqua è più fonda o durante l’alta marea, viene praticata la pesca con una lunga lenza cui vengono applicati fino a 150 ami. Si tratta di una versione locale della traina, la cui pratica esige esperienza e la conoscenza dei fondali per evitare di impigliare la costosa attrezzatura. “In una giornata buona si possono pescare fino a 50 chili di pesce – spiega Rohit –, in genere si fanno due battute di pesca al giorno, una nel primo pomeriggio, l’altra la sera o di notte”.

Prima di raggiungere l’oceano è necessario attrezzare il donghi, la tipica imbarcazione a motore utilizzata sull’isola, evoluzione di quelle un tempo spinte a remi e ormai in disuso. Ogni villaggio di Havelock dispone di una darsena posta nel fitto delle mangrovie, localmente chiamate khari gaach ed estese per decine di chilometri quadrati nel mezzo della laguna frammentata da fiumi in cui proliferano molte specie di uccelli, animali e rettili, come il temuto coccodrillo marino che può raggiungere i 6 metri di lunghezza. All’epoca delle prime migrazioni la pesca costituiva un’attività necessaria al sostentamento familiare, praticata per offrire una valida integrazione alla dieta basata sui prodotti agricoli coltivati nei terreni sottratti alla giungla. La compravendita del pescato era limitata e sporadica, praticata perlopiù tra villaggi o isole vicine nella forma del baratto, per l’acquisto di altre mercanzie. Con il fiorire dei mercati internazionali però, cui seguì la crescita della domanda, anche la pesca non industriale praticata nelle Andamane iniziò ad attirare l’attenzione dei commercianti di Chennai e Calcutta, che offrirono nuovi sbocchi e opportunità di rendita ai pescatori locali. Le prime compravendite di pesce ad Havelock assunsero i toni di vere e proprie aste al ribasso, che in breve innescarono una spirale competitiva in cui cadevano i pescatori, costretti ad accettare prezzi stracciati pur di vendere il pescato e garantirsi delle entrate. Questo metodo ebbe vita breve, e fu presto sostituito da un’organizzazione consortile che prese vita per iniziativa degli stessi pescatori, i quali crearono l’odierno Fishing Department, cui spetta la definizione dei prezzi di vendita dei prodotti ittici, e l’emanazione di leggi e regolamenti condivisi da tutti i pescatori. Il Fishing Department di Havelock rappresenta una controtendenza rispetto al continente, dove, nelle zone rurali, sopravvivono modelli arcaici di gestione della proprietà terriera, basati sullo sfruttamento sistematico dei braccianti.

“Questo sistema garantisce a noi tutti pagamenti certi ed equi – commenta Rohit –, e aiuta a mantenere rapporti pacifici all’interno della comunità grazie a regole accettate e condivise da tutti”. Le quotazioni di mercato del pescato ad Havelock variano a seconda della stagione e della specie di pesce, ma in genere oscillano tra le 140 e le 300 rupie al chilo. La borsa del pesce ad Havelock si trova a Bijainagar, noto anche come Village N.3, considerato il cuore dell’isola, dove ha sede il Fishing Department, il mercato delle

Imbarcazione da pesca, Havelock. Foto Emanuele Confortin

verdure e l’unica struttura scolastica. Malgrado le misure introdotte a tutela dei prezzi dei prodotti ittici, i guadagni derivanti dalla pesca ‘artigianale’ non bastano a soddisfare i fabbisogni quotidiani di una famiglia. Per questa ragione, l’attività di Rohit e Anath include anche il lavoro nei campi, lo sfruttamento dei frutti della giungla e in particolare la raccolta delle noci di cocco. La coltivazioni dei terreni ha finalità prettamente locali. Buona parte dei raccolti viene consumata in casa, mentre una minima parte finisce al sabzii bazar (mercato delle verdure) a Bijainagar, e distribuita all’interno dell’isola. “Una parte importante del nostro lavoro riguarda il cocco”, spiega Anath maneggiando il falcetto a mezzaluna che nelle zone rurali di Havelock sembra faccia parte del corredo indispensabile quando si esce per lavoro. Le noci di cocco vengono raccolte e accumulate nell’aia antistante le abitazioni. Una volta estratta la noce vera e propria dalla buccia fibrosa, viene tagliata a metà e messa ad essiccare, quindi ammassata e trasportata presso centri di raccolta in cui il prodotto viene pesato e immagazzinato. Al raggiungimento dei quantitativi minimi, i cocchi vengono spediti via nave a Calcutta dove ha luogo la lavorazione finale per l’estrazione di olio, e la produzione di cosmetici. Interpellati sulla redditività di questo commercio, i due ragazzi iniziano a snocciolare cifre svelando un’abilità insospettabile. “Un cocco vale circa 10 rupie. Da una raccolta completa di due settimane si ottengono 1.500 frutti, da cui otteniamo circa 15.000 rupie. Poi servono 2 mesi prima della maturazione successiva. Otteniamo anche 6 raccolti all’anno, il che ci garantisce ricavi di 90.000 rupie, per noi molto importanti”.

Nel villaggio di Anath e Rohit e nelle altre isole dell’arcipelago, qualche metro quadrato di terra in più fa la differenza tra opportunità e rassegnazione. I due amici raccontano di coetanei che hanno avuto la chance di iscriversi ad un college nel Continente. “Alcuni di noi possono continuare gli studi, e una volta in India raramente scelgono di ritornare ad Havelock”. L’idea di avere poche scelte non sembra turbarli più di tanto, del resto anche sull’isola, come nell’India rurale, il lavoro e la famiglia sono ancora imposti dalla nascita e difficilmente un individuo riuscirà a svincolarsi dal proprio karma. Così è anche per Rohit e Anath, indissolubilmente legati alle stagioni e alle maree di Havelock, e forse consapevoli di quanto l’India del miracolo economico disti da loro molte vite: “piacere o non piacere, questo è il nostro lavoro.. non ci chiediamo se è bello o meno”.

Emanuele Confortin

 

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