Peshawar, 19 Settembre 2012. Tutto è pronto alla stazione dei pullman di Peshawar. Borse e bagagli cuciti in pesanti sacchi di iuta sono stati assicurati al tetto con delle corde. I passeggeri con i quali condividerò le prossime 16 ore di viaggio paiono eccitati, e sgomitano con discutibile cortesia sulla porta del veicolo per accaparrarsi il posto migliore. Il mezzo è un angusto pulmino a 15 posti, molto simile ad un fiat 238, nel quale in pochi istanti si fanno spazio 19 persone. Siamo stipati all’inverosimile, ma mi metto il cuore in pace. Le uniche due donne siedono a ridosso del finestrino sul lato destro del mezzo, nella seconda e nella quarta fila di sedili, a separarle dal resto del mondo è la presenza vigile dei rispettivi mariti, accomodati di lato. Nessuna di loro scenderà mai dal veicolo, per l’intera durata del viaggio. Dopo quasi un’ora di ritardo si parte, in direzione nord. La meta è Chitral, capitale dell’omonimo distretto, racchiusa tra la catena montuosa del Hindukush a nord e quella del Hindu Raj a est, ad una manciata di chilometri dal Nuristan afghano. Vi giungeremo domani a mezzogiorno, dopo aver attraversato i distretti di Swat e Dir, costeggiando per 352 chilometri la Linea Durand, il confine che taglia in due la terra dei Pashtun, nella provincia di Kyber Pakhtunkhwa (un tempo North-West Frontier Province), dividendo Pakistan e Afghanistan. (Galleria fotografica)

Nei mesi scorsi l’esercito pakistano ha subito diversi attacchi in Dir, messi a segno dai militanti del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), i Taliban pakistani, provenienti dalle loro basi in territorio afghano. “La situazione è abbastanza tranquilla lungo la strada, non dovrebbero esserci problemi”, mi assicura Aneef, ventiquattrenne ufficiale dell’esercito, di ritorno dalla famiglia a Chitral dopo tre mesi di servizio in una base del Nord Waziristan. La sua opinione non coincide con quella di Shahzada, commerciante di 56 anni di Mingora, incontrato in una sala da tè a Peshawar. “Inizialmente i Taliban dalle nostre parti, in Swat, erano moderati e nessuno si preoccupava – racconta –, presto iniziarono ad usare la violenza e metodi inaccettabili, creando profondo malumore tra la popolazione”. Shahzada e i suoi figli si sono arruolati in un Lashkar, impugnando le armi contro il TTP: “molti Taliban oggi sono pagati dai servizi segreti indiani che operano in Afghanistan. L’India sostiene i militanti in Pakistan per destabilizzare il paese e creare un nuovo fronte, lontano dal Kashmir”. Il commerciante di Mingora mi assicura che poche settimane prima gli uomini del suo Lashkar hanno catturato un combattente del TTP, il quale “ha confessato di essere armato e sostenuto dall’India”. Il presunto coinvolgimento dei servizi segreti indiani sul fronte pakistano resta una teoria, ma tanto basta a creare una profonda frustrazione tra i pakistani e i vertici dell’esercito, che vedono come fumo negli occhi il riavvicinamento tra Kabul e New Delhi.

Aneef siede sul posto più ambito del pulmino, vicino al finestrino di sinistra, a lato del guidatore. É in borghese, ma ad ogni posto di blocco scende per scambiare due parole di cortesia con i militari. In prossimità del confine tra Swat e Dir, lasciata la strada che porta a Mingora, ci fermiamo per l’ennesimo controllo. Un soldato mi illumina con la torcia chiedendomi di scendere. Vengo accompagnato da un superiore, che a sua volta mi inviata a seguirlo in un bunker sotterraneo, dove un paio di militari sonnecchiano, sbirciando di tanto in tanto l’inatteso ospite. L’ufficiale avvia una trafila di domande in urdu. Chiede con tono garbato la mia provenienza e la destinazione, poi accenna a qualche disagio sulla strada, ma intuisco mi stia informando sui pericoli del percorso. Dopo una mezzora Aneef spunta dalla botola e si siede al mio fianco. Passaporto alla mano velocizza le operazioni, avvicinandomi una penna e il registro stranieri da firmare. Prima di ripartire l’ufficiale lo prende da parte, dicendogli che da quel punto in poi sarò suo ‘ospite’, fino a Chitral. Per le dieci ore rimanenti Aneef non mi perderà mai di vista, tendendo fede al suo impegno di proteggermi. Ogni sosta sarà accompagnata da una tazza di tè verde e da una sigaretta, che il militare in licenza mi vuole assolutamente offrire, giustificando l’insistenza con un sorridente “Sir, ora sei mio ospite”. Sarà lui poi ad affittare per me una stanza e un letto per dormire a Dir città, durante quattro ore di sosta notturna, in attesa di ripartire per Chitral con le prime luci dell’alba.

L’ospitalità lungo la Linea Durand è una cosa seria, legata a doppio filo all’onore del singolo e del clan cui appartiene, tanto da valere più di qualsiasi contratto scritto. Non è un caso se gran parte dei super-ricercati dalle truppe ISAF in Afghanistan, sono fuggiti in Pakistan facendo affidamento sulle relazioni famigliari e sulla parola di chi ha concesso protezione, a costo della vita. Secondo una delle teorie più accreditate, anche Osama bin Laden sarebbe fuggito all’offensiva americana attraverso il Dir settentrionale, per raggiungere Abbottabbad seguendo le piste tracciate dai pastori sulle montagne dello Swat, quindi verso Shangla, Buner e Thakot. “Durante la sua latitanza in Pakistan, l’ex leader di al-Qaeda è rimasto sotto la protezione di due fratelli Pashtun, Arshad e Tariq Khan”, spiega Rahimullah Yusufzai, noto giornalista pakistano che incontro a Peshawar. Sono loro ad aver messo a disposizione l’ormai celebre compound in cui bin Laden è stato intercettato e ucciso il 2 maggio 2011.

La città di Chitral sorge a 1500 metri di altezza lungo l’omonimo fiume, che una decina di chilometri più a valle prosegue il suo corso in Afghanistan, dove è chiamato Kunar. Saluto i miei compagni di viaggio prima di inoltrarmi nel centro cittadino, animato da un bazar nel quale spiccano barbuti Pashtun con il tipico cappello calato in testa. Il gestore dell’albergo in cui alloggio mi suggerisce di registrarmi alla vicina stazione di polizia. “Sir, quanto intende fermarsi?” chiede un gentile agente in borghese. “Qualche giorno” rispondo, “devo andare nella Kalash Valley”. “Sir, si accomodi su quella sedia” replica “le chiamo la scorta, è necessaria per la sua sicurezza”. Una decina di minuti più tardi mi viene presentato un giovane in divisa, armato con un fucile AK47, l’arma più diffusa in Asia centro-meridionale. Ha 22 anni, i capelli biondi e gli occhi azzurri, tanto da assomigliare più ad un nord europeo che a un pakistano. Il suo nome è Malik e sarà la mia ombra per l’intera permanenza a Chitral. Superato l’imbarazzo delle prime ore, scopro in Malik una profonda curiosità verso l’occidente. Vuole conoscere la città da cui provengo, i membri della mia famiglia, il numero delle sessioni di preghiera quotidiane. Sembra felice di andare a Bumboret, una delle tre vallate che formano la Kalash Valley, per lui un ottimo diversivo alla routine della vita di città.

Il viaggio in jeep inizia alle prime luci dell’alba. Sul termometro appeso al muro fuori dall’albergo sono segnati due gradi, e la vista delle portiere del mezzo, in tela cerata non promettono nulla di buono. I primi chilometri sono i peggiori, flagellati da forti spifferi d’aria gelida che mi intirizziscono le gambe, mentre Malik, seduto dietro, se la cava riparandosi contro lo schienale del sedile. La vista del maestoso Tirich Mir (7706 m), a nord, è magnifica e vale la scusa per una sosta al sole. Lasciata la direttiva principale, l’autista infila un pittoresco ponte sospeso sul fiume, proseguendo sulla sponda opposta lungo una strada sterrata che risale la dorsale montuosa. Qui la velocità di marcia cala bruscamente. Di tanto in tanto dobbiamo accostare sul ciglio sassoso della carreggiata, per lasciare il passaggio ai mezzi provenienti dalla direzione opposta. All’imboccatura del ponte sul fiume Ayun ci fermiamo ad un checkpoint della polizia. Esibisco il passaporto e l’autorizzazione ottenuta il giorno prima all’ufficio di Chitral, lascio il mio nome nell’ennesimo registro, e il viaggio riprende in direzione di Bumboret.

I Kalash sono un’enclave politeista in una delle roccaforti dell’Islam più ortodosso, racchiusa al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan. Le origini degli abitanti risalgono all’antichità, e sembra siano migrati in queste zone nel 200 a.C., provenendo dall’Asia Centrale. L’eredità letteraria del Raj britannico e gli studi antropologici successivi, classificano i Kalash come una popolazione autoctona di lingua Indo-Iranica. Il loro regno si estendeva sul Chitral e sul vicino Nuristan, in Afghanistan, ma il susseguirsi di invasioni, guerre e conversioni forzate all’Islam, in particolare quelle operate dall’Emiro di Ferro Abdur Rahman Khan sul finire del XIX secolo, confinarono gli ultimi Kalash nelle aree di Bumboret, Rumbur e Birir, dove costituiscono un gruppo tribale protetto dal governo pakistano. “Questa gente è molto cordiale, qui è possibile parlare anche con le donne, e bere il vino locale”, racconta Malik mentre la jeep risale la pista sconnessa. In effetti, i primi contatti con i Kalash li ho con un gruppo di donne venute ad accogliermi curiose all’ingresso del villaggio. Indossano abiti tradizionali privi di velo sul viso, composti da un pesante mantello di lana nera ricamato con elaborate fantasie geometriche. Sulla testa portano un vistoso copricapo ornato di conchiglie, tessuti, piume e intarsi colorati. “Sono gli abiti tradizionali, le donne Kalash vestono così – aggiunge Malik, orgoglioso della cultura locale –, gli uomini usano abiti Pashtun”. Tra i Kalash non esiste alcuna forma di separazione tra i generi, e le donne godono di un certo ruolo decisionale, in casa e nella società. L’unica eccezione è l’istituzione del bashaleni, una sorta di gineceo costruito ai margini del villaggio, in cui alloggiano le mestruanti durante i giorni di impurità.

La vita nella valle sembra serena, ma non mancano gli attriti tra i Kalash e gli abitanti di fede islamica, in particolare nuristani, dovuti all’incolmabile distanza culturale. A complicare le cose contribuisce la presenza del vicino valico verso il Nuristan, usato negli ultimi anni come via di fuga per i combattenti impegnati in Afghanistan. Da quando l’esercito pakistano ha avviato la sua offensiva anti-Taliban lungo la Linea Durand, la valle è costantemente presidiata dai soldati, soprattutto a monte, dove è diretto un trattore carico di munizioni che sfila lentamente tra albicocchi, ruscelli e capre al pascolo. “Viviamo in una valle magnifica – spiega uno dei capi villaggio di Bumboret, tenendo il figlio in braccio –, ma la guerra continua a creare difficoltà e pericoli. Un paio di anni fa un antropologo straniero è stato rapito dai Taliban, e poi rilasciato, non è più sicuro questo posto”. Convinco Malik a proseguire ancora un po’ lungo la valle, fino all’abitato nuristano di Sheikhanandeh, aggrappato su una ripida collina. La gente di qui non sembra felice di vedermi, ancor meno di rivolgermi la parola, e un paio di giovani protestano al mio ingresso nel villaggio. Qualche passo tra le case, ma dopo l’ennesima porta chiusa bruscamente al mio passaggio decido di ritornare sui miei passi. L’atmosfera a Sheikhanandeh racconta il dramma di questa terra di confine, tanto amata da Malik: “qui voglia di vivere e guerra si alternano giorno dopo giorno, come il sole e la luna”.

6 Responses to "Pakistan: da Peshawar a Chitral, sulle tracce dei Kalash."

  1. Emanuele  7 ottobre 2013

    Ciao Matteo, il livello dell’inglese parlato in Pakistan è medio nelle grandi città, praticamente nullo, o quasi, nelle zone rurali. Per quanto mi riguarda mi difendo discretamente con l’Urdu; per questo le cose sono andate bene… Considera quindi il gap linguistico, soprattutto in prossimità di zone critiche. Novembre è un mese decente per il Pakistan, salvo le zone di montagna, dove l’inverno arriva con grande velocità al mutare delle condizioni meteo. Fossi in te aspetterei aprile. Per il resto goditi questo straordinario paese, davvero magnifico!

    in bocca al lupo e buon viaggio Emanuele

  2. matteo  6 ottobre 2013

    ciao Emanuele, sono affascinato anche io da questi posti e da questa gente, secondo te andare là nel mese di novembre è possibile, oppure cominciano già problemi di freddo e di neve?? Io parlo un’ inglese abbastanza rudimentale, credi sia un problema per i blocchi ed i check della polizia?? servono dei visti speciali??
    Ok, se hai voglia di rispondermi questo è il mio indirizzo
    info@rentboatbagnaia.it
    Ciao Matteo

  3. Federico  18 aprile 2013

    Complimenti per il viaggio!
    I Kalash mi interessano molto, mi dispiace profondamente che la situazione nelle loro valli continui a peggiorare.

  4. Monica  25 settembre 2012

    La galleria fotografica relativa al reportage realizzato in Pakistan “Sulla via per Chitral” è ora disponibile e visibile. Ci scusiamo per il disagio. Grazie

  5. Emanuele Confortin  19 settembre 2012

    Grazie Francesco per il commento. Per le foto sto aggiornando il tutto, a breve saranno disponibilit. Continua a seguirci, ciao.

  6. Francesco Cecchini  19 settembre 2012

    Un viaggio coraggioso, ben raccontato. Cmplimenti sia per il coraggio che per le parole.Non vedo foto, od ho perso qualcosa?
    Francesco (francesco_cecchini2000@yahoo.com)

    Post Scriptum
    Nessun problema per la pubblicazione dell’ indirizzo e-mail. Favorisce la comunicazione.

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