Erzurum, 20 Ottobre 2015. La mia ultima notte iraniana è alle spalle. Ad un centinaio di metri dall’hotel di Bazargan mi attende la frontiera con la Turchia e il Kurdistan. Anche questo, come tanti altri confini è un ‘non luogo’, una porzione di territorio monitorata, soggetta a regole ferree e ad una burocrazia implacabile. Se un foglio, una carta, una firma o DSCN4536un timbro non quadrano si finisce in un limbo senza via di uscita. Dinanzi a sua maestà la Frontiera si appianano le diversità sociali, culturali, etniche. Si è tutti un numero, un individuo catalogato, pesato e classificato prima di poter essere ammesso dall’altra parte. Ciò accade sotto ai miei occhi, mentre mi trovo in fila al primo sportello, quello iraniano, dove inizia la prassi dei controlli verso la Turchia. Uno dopo l’altro i viandanti, decine, porgono il passaporto all’operatore seduto sul proprio seggio, oltre la vetrata, in uno sgabuzzino di un metro per uno, cui spetta l’onere (ma vorrei dire l’onore) di pesare chi chiede di poter passare. La trafila segue una ritualità precisa: l’operatore afferra il passaporto, lo sfoglia avanti e indietro indagando tra i visti passati, arriva alla prima pagina e osserva la foto, poi alza lo sguardo verso l’individuo che ha di fronte, e ancora giù sulla foto. Viene poi il visto di competenza, osservato con cura alla ricerca di vizi e/o omissioni, un passaggio sotto lo scanner per visualizzare i dati del chip elettronico, infine il timbro, come un tamburo un colpo sull’inchiostro e uno sulla pagina del documento, per sancire il via libera. Uno dopo l’altro passano tutti, in un silenzio quasi irreale. Davanti a me una ragazza iraniana attende sola, senza accompagnatore. Un foulard variopinto le copre il capo e parte del viso, ma dagli sbuffi posteriori escono lunghi capelli lisci di un nero corvino. Ha il viso grazioso ma deciso, lo sguardo imperturbabile quasi fosse certa di non avere alcun ostacolo dinanzi e di poter superare senza problemi i morbosi ingranaggi che si appresta ad affrontare. Passa anche lei. Ora tocca a me, e come gli altri supero il primo controllo, guadagnando un corridoio fino ad allora celato alla mia vista, coperto da lamiera ondulata e delimitato su entrambi i lati da sbarre di ferro simili a quelle usate per condurre il bestiame verso i recinti, sui pascoli verdi o al mattatoio. Cammino per una cinquantina di metri con lo sguardo fisso sui miei passi, e al termine, prima di un’altra porta oltre la quale non riesco a vedere mi attende un nuovo passaggio; devo affrontare un soldato in mimetica. Non più un burocrate governativo quindi, ma uno scagnozzo dell’esercito a dimostrazione di come anche qui, in Iran, le forze armate abbiano il loro sistema di controllo e spesso (non a caso è qui che ricevo il responso finale) spetti loro l’ultima parola. Con fare fermo ma rispettoso richiede il mio documento, forse una forma di cortesia visto che non ha degnato di uno sguardo i passanti giunti prima di me. Sfoglia il passaporto in velocità, mi fissa per qualche istante facendosi poi da parte.

Procedo per due passi ancora, supero l’ennesimo passaggio e sono formalmente in Turchia! A questo punto procedo attraverso un altro sentiero obbligato, lungo sbarre, grate e lamiere fino ad uno stanzone sengato nel mezzo da uno scanner per bagagli. I due operatori davanti allo schermo alzano la mano con un segno eloquente, mi intimano di fermarmi. Stanno controllando un uomo sospetto. Da quanto capisco lo scanner ha individuato qualcosa nella sua valigia, pertanto i due agenti sono impegnatiIsfahan (2) a rovistare tra i bagagli, tastando con le mani la fodera piuttosto lasca che riveste la parte interna del guscio in vetroresina. “Hanno trovato della droga” sibila con un buon inglese un signore iraniano giunto alle mie spalle, primo baluardo di una fila che continua ad allungarsi. Scoprirò più tardi che si occupa di commercio e che e’ solito fare la spola tra Teheran e Ankara almeno due volte al mese. I poliziotti sono convinti ma non trovano nulla. Si stanno innervosendo, tanto da chiedere al militare iraniano oltre quella minuscola porta dall’enorme significato, di bloccare i passaggi per evitare un ingorgo. Da un ufficio laterale arrivano altri due agenti turchi. Sono superiori di grado, lo si intuisce dal modo in cui gli agenti allo scanner si fermano ritti in attesa di un parere. Pochi istanti dopo la comitiva si sposta con il sospetto all’interno di una sala poco lontana, con i vetri schermati da una pellicola grigiastra. Il passaggio puo’ riprendere. In men che non si dica sono all’esterno, seppure ancora entro le recinzioni dell’area di frontiera. Il commerciante iraniano cammina al mio fianco. Gli propongo di prendere un taxi assieme per dividere le spese, e non da ultimo per sfruttare la sua esperienza lungo questa tratta. Lui accetta con piacere, tutto mio visto che sfoggiando un turco fluente si sobbarcherà in toto la logistica e le trattative sul prezzo fino alla stazione degli autobus di Dogubayazit, prima città turca a quaranta chilometri di distanza. In mezzora ci siamo, giusto il tempo di ammirare da vicino il monte Ararat che si erge oltre i 5000 metri alla nostra destra. L’ambiente e’ di una bellezza primordiale, quasi spopolato eccezione fatta per un manipolo di villaggi di pastori e qualche stazione di servizio lungo l’unica strada che attraversa l’altopiano.

Alla stazione degli autobus vengo accolto dai soliti procacciatori di clienti dell’ultimo minuto. Vedendo uno straniero iniziano a citare le mete in partenza, subito, ora! Istanbul, Ankara, Izmir, Antalya.. Goreme, con tratte di 30 ore e più per coprire gli oltre 1300 chilometri che portano nella moderna Turchia occidentale. Io sono diretto alla ben più vicina Erzurum, città dell’Anatolia orientale in pieno Kurdistan turco, che fungerà da base per i miei prossimi spostamenti. Approdo nell’ufficio della Kamil Koc, società cui affiderò anche in seguito buona parte dei miei spostamenti in Turchia. Il primo bus utile parte tra una ventina di minuti. Acquisto il biglietto, poi vengo accolto all’interno dell’ufficio dove mi viene servito un benvenuto cordiale a base di chai (il te) e almeno quattro pacchetti di sigarette da cui attingere senza remore. Mentre consumo l’attesa, nel corridoio antistante il desk sfilano i giovani musicisti iraniani che il giorno prima mi avevano riservato cortesia e sorrisi. Incrocio lo sguardo con uno di loro, lo saluto e lui ricambia con una gioia quasi infantile. Corre avanti a raggiungere il resto del gruppo, e per pochi istanti tutti ritornano sui loro passi per venirmi a salutare. Una scena d’altri tempi, o forse di questi tempi ma non propria del Veneto da cui provengo. Stanno per imbarcarsi, per loro il viaggio e’ appena all’inizio, mancano 30 ore almeno ad Istanbul e al loro concerto, dove spero facciano un figurone.

Il bus per Erzurum conta pochissimi posti ancora liberi. Osservo le operazioni di carico della stiva. E’ impressionante il volume di bagagli infilati nell’intercapedine vuota sottostante. Non pensiate a trolley in vetroresina con ruote e maniglie estraibili, ma veri e propri sacchi di iuta, o di stoffa cuciti con del filo di cotone. Intere famiglie con decine di sacchi simili si accalcano attorno al controllore affinché i loro averi vengano posizionati in modo adeguato, tutti assieme, per evitare di essere persi, schiacciati o confusi con gli altri simili. Alcuni viaggiatori giungono dall’Iran, e come me sono passati attraverso la Qalandyia (nome di un noto check-point che separa Palestina e Israele) al confine; altri indossano sarval kameez, il tipico abito diffuso in Pakistan e Afghanistan, pertanto non escludo si tratti di profughi o immigrati diretti ad Occidente in cerca di fortuna, o semplicemente in fuga dalla loro martoriata terra d’origine. Trovo posto verso la fine del mezzo, vicino ad un giovane emaciato che indossa una giacca bianconera, con lo stemma BJK in bella vista. E’ un sostenitore del Besiktas, la squadra del ‘popolo’ di Istanbul, amata da molti turchi anche in Anatolia orientale. La meta finale del bus e’ Ankara, a 14 ore di distanza, per me 5 ore bastano e avanzano.

Il percorso verso Erzurum sembra essere piuttosto critico a causa del conflitto (chiamiamolo per quello che realmente è) tra esercito turco e curdi (per essere politicamente corretto dovrei scrivere ‘ribelli curdi’ tuttavia a seguito delle informazioni raccolte si tratta di fatto di un’offensiva senza quartiere, civili inclusi). Lungo la strada incontriamo diversi posti di blocco, con mezzi blindati, camionette e soldati o poliziotti armati posti su entrambe le carreggiate. Sembra che gli autobus passino più facilmente rispetto alle auto, ma ad ogni controllo dobbiamo rallentare e fermarci, fino al segnale convenuto. Passate le prime due ore il mezzo svolta verso il centro di una cittadina a sud della strada principale, andando a parcheggiare davanti all’ufficio locale della Kamil Coc. Qui altri passeggeri attendono di essere prelevati. Sono dei commercianti di elettrodomestici. Da come si comportano sembra conoscano bene autista e assistente di viaggio. Il problema è che devono caricare sul bagagliaio un frigorifero nuovo fiammante, perfettamente imballato in un maxi scatolone sul quale si legge chiaramente il nome di una nota marca giapponese. Serve spazio in stiva per i nuovi venuti, bisogna riorganizzare la disposizione dei bagagli. In pochi secondi tutti i maschi in viaggio scendono eccitati, a controllare gli spostamenti e a vigilare sulla loro ‘roba’. Io li seguo, per godermi con Erzurum (110)i curiosi a bordo strada la bagarre di schiamazzi e imprecazioni con cui si ricompone il tetris di scatole, fagotti e valige. Una decina di minuti dopo la situazione è tornata alla calma, l’importante è non smarrire, non confondere, non danneggiare. Io ritroverò il mio zaino in un minuscolo comparto assieme ai secchi usati per la pulizia del bus.

A questo punto, sommando i nuovi arrivi l’autobus è al completo, anzi, ci sono almeno due persone in più rispetto alla capienza del mezzo. Il controllore sale e scende lungo il corridoio cercando una soluzione. Semplice, ci sono più persone di quante possano trovare posto a sedere. Situazione normale in certe parti del mondo (ad esempio India e Pakistan dove di regola si condividono due sedili con tre persone e una capra), ma non in Turchia, in questa Turchia che si sforza di progredire giorno dopo giorno per guadagnarsi la lontana Europa. Io sono uno dei pochi diretti ad Erzurum, meta vicina rispetto ad Ankara, pertanto il controllore decide che mi posso trasferire davanti, alla destra dell’autista, nel sedile di servizio. Mi alzo senza fiatare, adeguandomi al fato, del resto da qui posso godermi il ‘film’ in prima fila sbirciando oltre l’ampio lunotto anteriore. In effetti lo spettacolo promette bene, almeno per un centinaio di metri, quando lo stesso controllore mi invita ad alzarmi per lasciare spazio ad una ragazza, cui spetta la precedenza su tutti, ci mancherebbe. Il mio nuovo posto è ancora in prima fila, ma con il sedere spianato sullo scalino di ingresso, proprio in centro, con autista a sinistra e ragazza a destra. Una seduta tutt’altro che comoda.

Dopo un istante di esitazione mi accorgo che la fanciulla è la stessa iraniana dai capelli corvini incrociata la mattina al confine. Sembra un pò a disagio, pertanto evito di rivolgerle la parola, ma non posso non accorgermi di come abbia cambiato look. Nei suoi ultimi passi in suolo iraniano indossava una veste larga, scura, che copriva perfettamente il corpo, abbinata al foulard variopinto. Ora ha i capelli sciolti e si è tolta l’abito rimpiazzandolo con una salopette in jeans sotto la quale porta una magliettaErzurum (26) bianca piuttosto attillata. Noto che parla fluentemente il turco, pertanto non volendola infastidire tento di creare un contatto indiretto. Se parla il turco probabilmente è una studentessa, se studia, magari conosce l’inglese e da buona iraniana potrebbe corrermi in aiuto per gentilezza. Il ragionamento non fa una grinza e non appena mi avventuro in una conversazione con l’autista, impietosita da un tale livello di incomprensione reciproca si propone come interprete. Un po alla volta riesco a sciogliere l’iniziale diffidenza, e a spostare il piano della conversazione sull’Iran e su di lei. Si chiama Vera, ha 23 anni e studia lingue ad Ankara. Proviene da Teheran, città cui è molto legata, nel bene e nel male a causa delle condizioni di vita cui lei, al pari dei suoi connazionali, è costretta a vivere. Descrive con voce non ancora rassegnata un Paese difficile, spesso ingiusto, stretto nelle mani di un governo che non tollera alcuna deviazione dalla direzione imposta tramite i propri apparati di controllo. Gli uomini al potere sono colpevoli, secondo Vera, “di imporre un regime insostenibile, che non lascia spazio alla libertà dei singoli o dei gruppi”. Racconta di amici studenti incarcerati e uccisi dalle forze di polizia, colpevoli di aver manifestato contro il governo di Mahmud Ahmadinejad. Ragazzi e ragazze, indistintamente sono rimasti intrappolati nelle maglie del regime, scomparendo di notte senza lasciare più traccia. “Come tutti sanno in Iran le donne valgono molto poco, sono tutte frustrate dalle pesanti restrizioni imposte per ogni fase della nostra vita, a partire dal vestiario” racconta, “le donne iraniane non vogliono occultare la loro femminilità sotto una tunica nera”. Mentre espone il suo pensiero Vera mantiene sempre un comportamento posato, non alza la voce e non sembra neppure adirata. Per lei e per le altre donne iraniane desidera il lusso di vestire abiti alla moda, colorati, la possibilità di muoversi liberamente anche senza velo, di poter esprimere le proprie idee in pubblico, senza per questo rischiare il carcere e la vita. “So che non è possibile, almeno ora, per questo ho deciso di venire in Turchia. Non ho intenzione di rientrare in Iran, punto al dottorato di ricerca, e magari ad un lavoro in qualche ateneo straniero, in Europa o in Canada”. Al termine dell’invettiva, Vera torna sui propri passi ed inizia a raccontare il suo amore per la terra in cui è nata, “così ricca di storia, di arte, di tradizioni che hanno influenzato il mondo per secoli”. Resto in silenzio ad ascoltarla, ammirato per la forza che vibra nelle sue parole, spinta dalla voce fuori dai polmoni, quasi fosse un grido di liberà. Auguro a Vera ogni bene, nello studio e nella vita. Del resto è lei la prima e l’ultima persona iraniana ad avere espresso un pensiero realmente critico verso il proprio governo, e di questo le sono grato.

Kurdistan express, rivelazioni di una giovane iraniana

One Response to "Kurdistan express, rivelazioni di una giovane iraniana"

  1. monicaji79  21 ottobre 2015

    Grazie di queste immagini in scrittura

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