Tabriz, 25 settembre 2015. Kandovan è un isolato villaggio di montagna situato nel distretto rurale di Sahand, provincia Kandovan villagedell’Azerbaijan Orientale, raggiungibile con un’ora di viaggio a sud dalla città iraniana di Tabriz. Qui vivono poco più di 600 persone, dedite da secoli alla pastorizia e alla coltura dei pochi terreni dissodati lungo il corso del torrente a valle. Con il termine karaan si identificano le singolari abitazioni cui è dovuta la fama di questo luogo. Si tratta di ampie stanze adibite ad abitazioni o stalle, talvolta a più piani, ricavate scavando degli alti torrioni di roccia effusiva e tufacea lavorati nei millenni dall’attività vulcanica, dal vento e dall’erosione delle piogge. Malgrado le dimensioni piuttosto contenute dell’area geologica più caratteristica, Kandovan viene soprannominato la Cappadocia dell’Iran, e di conseguenza rientra negli itinerari turistici preferiti dagli iraniani. Non pensiate tuttavia all’iper sfruttamento della Cappadocia turca, ma ad una frequentazione di viaggiatori limitata ad escursioni in giornata, giusto il tempo per un picnic e qualche selfie tra i coni rocciosi, per poi rientrare a Tabriz. Nella valle infatti, ad eccezione di un lussuoso hotel di recente costruzione, situato un chilometro a valle del villaggio, sono disponibili una manciata di alloggi tradizionali ricavati da vecchie case rupestri. Chi sceglie di soggiornare in queste stanze deve fare i conti con il razionamento dell’acqua, con vigorose salite lungo le scalinate di pietra che si inerpicano nel fitto delle torri, e con la mancanza di letti veri e propri, sostituiti da uno strato di coperte stese sul pavimento roccioso, così come del resto è abituata a dormire gran parte della popolazione iraniana.

I momenti migliori per cogliere appieno la singolarità del luogo sono il mattino con la ripresa delle attività, e il tramonto, quando il villaggio si svuota dai turisti e i campanili rocciosi si accendono di rosso prima di lasciare spazio alle ombre della sera. Decidiamo quindi di pernottare tra i ‘sassi’. Non abbiamo ovviamente alcuna prenotazione, servizio per giunta inattuabile nel villaggio, inoltre non riusciamo a trovare nessuno in grado di darci le indicazioni essenziali in inglese. Pertanto dopo una breve consultazione con Enrico ci dividiamo i compiti: lui rimane a valle a badare agli zaini e magari a cercare qualcuno che parli inglese, mentre io mi infilo tra le scalinate alla ricerca di una stanza. In sintesi, dopo un buona mezzora riesco ad individuare il giovane proprietario di un alloggio situato all’estremità superiore del villaggio. Non poteva andarci meglio. La stanza scavata in un tozzo torrione di roccia è piuttosto ampia, tutto sommato luminosa e soprattutto ben tenuta malgrado le nuvole di mosche che ronzano sopra le nostre teste, il ‘reflusso’ proveniente dalla turca, e la polvere depositata sui tappeti (lavati credo una volta all’anno) sui quali ci sdraieremo per la notte. In aggiunta, la posizione rialzata ci offre un’impagabile vista panoramica sul villaggio che si estende sotto di noi, e sul resto della valle. Contratto brevemente il prezzo, quindi con una stretta di mano l’accordo è preso. Scendo rapido da Enrico, nel frattempo incastrato in una complessa discussione con una signora anziana, costernata dal fatto che questo giovane riccioluto non capisca una parola di lingua azera. Caricati i nostri fardelli sulle spalle, infiliamo la scalinata principale che conduce alla stanza. Fa molto caldo, malgrado la quota superiore ai millecinquecento metri. Il peso dello zaino e la scalinata ripida mi danno filo da torcere, inoltre sto ancora soffrendo gli effetti dei farmaci avuti a Yazd diversi giorni prima. “Mi andrebbe bene arrancare per mancanza di condizione fisica – mi sfogo con Enrico –, ma soffrire così per effetto della chimica proprio non mi va”. Pertanto, poco più tardi deciderò di interrompere la cura in anticipo, recuperando in breve le energie perdute (questa scelta non ha compromesso l’efficacia del trattamento).

Durante il giorno, circa la metà di Kandovan diventa quella che qui chiamano ‘fiera a cielo aperto’, trasformando ogni anfratto disponibile in un negozietto per turisti, dove vengono offerti tappeti di lana tradizionali annodati a mano, borse di pelle di pecora, oggetti di pietra e soprattutto miele biologico locale, sia in barattolo che in favo. Malgrado la quotidiana metamorfosi da villaggio rurale ad attrazione per turisti, il carattere di Kandovan rimane inalterato, pertanto tra i banchetti di souvenir addossati alle rocce, si muovono indisturbati polli e galline, poi gatti alla ricerca di uno spicchio d’ombra, e qualche asino utilizzato per gli spostamenti verso i pascoli in quota. Sui terrazzamenti ricavati all’esterno delle grotte osserviamo anziane donne impegnate nella pulizia della lana appena tosata, cui seguirà la cardatura e tutte le lavorazioni successive. Nelle stesse superfici libere ci sono albicocche e noci stese ad asciugare, saranno un nutrimento molto utile nei freddi mesi invernali quando l’intera valle sarà invasa dalla neve.

Trascorriamo la prima parte della giornata tra i camini di pietra, ad osservare stupiti uno stile di vita decisamente arcaico e originale. Poi verso il tramonto attraversiamo la valle e risaliamo il versante opposto seguendo i sentieri dei contadini attraverso covoni di fieno, ruscelli e piante da frutto, fino a raggiungere un colle dominante e molto panoramico dal quale ci godiamo una vista magnifica sul villaggio in basso e sulla valle che prosegue innalzandosi verso sud. Decidiamo così che l’indomani sarà dedicato ad un trekking sui pascoli, in quota, cercando di capire dove finisce la valle di Kandovan. Individuiamo un possibile percorso sulla sommità di una successione di rilievi tondeggianti, che creano una linea apparentemente agibile.

Al nostro risveglio consumiamo una colazione a base di pane in ‘fogli’ (il tipico pane iraniano sottile, spesso servito ripiegato come una cartina geografica), miele in favo, yogurt, succo di frutta e noci, e alle otto siamo pronti per partire, mentre il villaggio illuminato dai primi raggi del sole inizia a prendere vita. Prendiamo il sentiero individuato il giorno precedente, iniziando dalla parte più alta dell’abitato fino a raggiungere una strada sterrata di servizio raggiungibile con trattori o mezzi fuori strada, asini in primis. Il paesaggio come previsto è molto affascinante, la giornata offre un cielo blu limpido e tutto sommato non c’è nemmeno molto vento. In lontananza scorgiamo un paio di sciacalli che vedendoci non ci pensano a lungo e scompaiono tra le rocce. Dopo un chilometro sulla strada di servizio, svoltiamo lungo una traccia di pastori diretta sulla sommità della cresta che ci siamo prefissati di raggiungere e seguire. L’ambiente è molto diverso da quello cui siamo abituati nelle Alpi, in particolare in Dolomiti. Qui le montagne assomigliano ad enormi panettoni rotondeggianti, o se vogliamo ai carapaci di antiche tartarughe, che si susseguono gli uni dopo gli altri ricoperti di erba ormai seccata e qualche arbusto. Estremamente rare le rocce, e ad eccezione di quelli visti a valle lungo il torrente mancano completamente anche gli alberi. Non serve essere dei pastori per rendersi conto di quanto una conformazione territoriale simile offra condizioni ideali per la cura delle greggi.

Mentre percorriamo la cresta immaginando lo sviluppo esteso di questa miriade di rilievi, scorgiamo davanti a noi un primo gregge di pecore, con il pastore in testa impegnato nella conduzione. Attorno a lui si muovono come fossero un’entità unica duecento animali circa, dai cui zoccoli si sollevano fitte nuvole di polvere. Mentre ci avviciniamo, mi tornano in mente le parole di Reza, la nostra guida di Shiraz all’epoca della visita presso i nomadi Kouzari un migliaio di chilometri più a sud. “Lasciate andare avanti me che ho il bastone, dobbiamo fare attenzione ai cani”, ci avvisava mentre sfioravamo un piccolo accampamento di nomadi fermi in mezzo agli alberi. Perbacco, qui oggi non abbiamo alcun bastone, e difficilmente saremo in grado di chiedere istruzioni al pastore nell’evenienza di un incontro con i suoi cani da guardia. Non passano nemmeno tre minuti, e dalla parte terminale del gregge si levano una serie di guaiti riservati a quei due estranei che di buon mattino intralciano la strada al loro gregge, nel loro territorio di pascolo. Decidiamo di proseguire ugualmente, del resto il branco ci ha ormai superati e la nostra direzione di marcia punta proprio verso quell’abbaiare minaccioso. Ancora qualche metro e due cani si sollevano dai cespugli in cui erano accovacciati, dirigendosi di buon passo verso di noi. Continuano ad abbaiare, e più si avvicinano più sembrano infastiditi dalla nostra presenza, del resto il loro dovere è quello di diffidare sempre, e soprattutto portare a termine il compito affidatogli alla nascita: proteggere il gregge a costo della vita. Il caso vuole che gli esemplari in arrivo siano due pastori dell’Asia Centrale, razza molto antica diffusa dall’Iran all’Armenia, dall’Azerbaigian al Tajikistan, fino in Turkmenistan, nonché uno dei miei cani preferiti assieme al pastore del Caucaso, al Kangal turco e al Ciarplanina dei Balcani. Conosco addirittura lo standard di questo cane e ancora meglio il suo carattere di strenuo difensore della proprietà, privo di paura e abituato ad affrontare (e sconfiggere) lupi e orsi. Parliamo di cani estremamente rustici, cresciuti in un ambiente torrido in estate e gelido in inverno, capaci di sopravvivere nutrendosi in modo molto parco, spesso inghiottendo le placente degli anelli appena nati, restando anche per giorni da soli tra le montagne con il proprio gregge. Tanto basta a bloccarmi sulle gambe, in attesa del passaggio di questi due straordinari guardiani, al contempo affascinanti e temibili, ‘armati’ con il tipico collare a punte metalliche che dovrebbe difenderli dai morsi al collo negli scontri con i lupi, qui molto numerosi. Mentre ci superano, uno dei due si ferma ad una decina di metri per osservarci, annusa l’aria con un’espressione quasi umana di chi si chiede chi siano questi due, vestiti così, in questo luogo, e soprattutto perché non vanno per la loro strada anziché stare fermi ad osservare il gregge? Tutto fila per il meglio, ma in quegli istanti difficili da descrivere non posso nascondere di avere avuto un certo timore. Proseguiamo lungo la nostra strada, felici di avere ancora gambe e braccia al posto giusto, consapevoli che il peggio è passato, ora salvo lupi oppure orsi dovremmo cavarcela. Nulla di più sbagliato. Passano cinque minuti di orologio quando, superato un valico, scorgiamo poco più in basso davanti a noi un nuovo gregge, molto più numeroso del precedente. Se tanto mi da tanto, anche i dispositivi di sicurezza (leggasi cani) devono essere proporzionati al volume del patrimonio cui badare. Aguzziamo un po’ gli sguardi, scorgendo poco più avanti, nel mezzo del nostro ipotetico sentiero, un altro branco di cani da pastore. Ne conto almeno sette, li pronti a svolgere il loro dovere. La logica e il buon senso (come sostenuto da Enrico) suggeriscono che sono animali indifferenti agli estranei innocui, di sicuro non attaccano senza ragione e probabilmente sono in grado di discernere i nemici dagli amici. Tuttavia non abbiamo voglia di testare in prima persona la loro soglia di tolleranza, pertanto optiamo per un’ingloriosa ma salutare deviazione verso valle, con il proposito di proseguire sulla sterrata che costeggia il torrente anziché in cresta sui pascoli, lasciando prati ed erba ai legittimi proprietari.

Riprendiamo quindi la marcia lungo la carrabile di fondovalle, affiancati da due donne del villaggio fasciate nei loro ampi abiti colorati le quali avanzano nella nostra direzione in sella a due asini. Malgrado la scarsa pendenza della pista, in breve acquistiamo quota superando l’altezza del punto dal quale avevamo abbandonato la cresta per raggiungere il torrente. La strada sembra tuttavia ancora molto lunga e non avendo mappe o indicazioni di sorta, iniziamo a chiederci se più avanti, magari tra un paio di chilometri ci sia un altro villaggio o un qualche punto che possa definirsi la nostra meta? Mentre indugiamo sui nostri passi, da Kandovan sopraggiunge un pick-up con il cassone vuoto al quale chiediamo un passaggio. Come spesso accaduto in Iran, la risposta del guidatore è immediata, quindi accostato il furgoncino ci invita a salire sul cassone, raccomandandosi di tenerci ben stretti all’intelaiatura. Riprende così la risalita della valle. Ci rendiamo subito conto di quanto un fondo stradale sterrato risulti molto più sconnesso se si ha il sedere appoggiato su un copriruota metallico, rispetto a quando lo si percorre a piedi. Ad ogni modo dall’alto del cassone possiamo goderci lo sviluppo della valle, splendida e sempre più alpina. Man mano che si sale, il torrente che a Kandovan ha una portata generosa si dirama in diversi corsi d’acqua minori che scendono da altrettante valli laterali, dove hanno origine. Qua e la notiamo vecchie costruzioni di pietra probabilmente utilizzate come riparo e deposito dai pastori, ieri come oggi nulla sembra cambiato, eccezion fatta per i rari pick-up e trattori, subentrati almeno in parte ad asini e carretti. Non so per quanti chilometri ci siamo addentrati verso l’alto, ma ad un certo punto, quando l’unica stradina si ramifica in due direzioni, il nostro autista si ferma, invitandoci a scendere in quanto la sua meta è poco più avanti e sembra che li non ci sia concesso andare. In breve ci troviamo nel mezzo di un magnifico catino erboso, ad una quota verosimilmente superiore ai 2400 metri, circondati da greggi di pecore a perdita d’occhio. Durante l’ultimo chilometro abbiamo superato un bel po’ di pascoli, passando attraverso mute di cani più massicci e numerosi, ma dall’alto del nostro cassone ci siamo goduti lo spettacolo. Ora però dobbiamo rientrare a Kandovan, e l’unica strada passa proprio attraverso quei territori presidiati dagli Asia Centrale. Si ripropone il cruccio del mattino: testiamo la soglia di rottura dei guardiani o cerchiamo una via sicura evitando il rischio di essere mutilati? Per quanto mi riguarda ho pochi dubbi, e credo di essere persuasivo così Enrico mi segue fino ad un gruppetto di persone a lavoro. Sono dei pastori nomadi impegnati a montare il campo. Ci guardano increduli, neanche fossimo due extraterrestri. Del resto siamo al termine di una valle molto lunga, sfruttata solo da pastori, greggi e animali selvatici. Non rientra nemmeno nelle rotte dei trekking iraniani, pertanto dubito si siano visti molti stranieri da queste parti fino ad ora. Vorrei tanto fare due parole assieme a questi uomini, conoscere qualcosa del loro lavoro, della loro vita. Purtroppo non c’è nessuno a poter fare da interprete e dobbiamo cavarcela con il ‘nostro’ linguaggio dei segni, che a pensarci bene ci trasforma per qualche istante in esseri primordiali. Abbiamo bisogno della loro jeep, di un passaggio per almeno un paio di chilometri verso valle in modo da superare quell’ingorgo di pecore e guardiani, poi possiamo proseguire a piedi. Spiegare questo concetto a gesti è molto difficile, soprattutto a persone che con i cani da pastore sono abituate a vivere e lavorare, pertanto non li concepiscono affatto come minacce. Sanno come gestirli, come evitarli o calmarli in caso si avvicinino troppo eccitati. Io ed Enrico sappiamo solo che sono tanti, grossi, e probabilmente aggressivi, quindi insisto con la mia mimica fino a sfiorare il ridicolo, ma alla fine sembra che il più vecchio dei presenti abbia colto il senso di questo ominide del XXI secolo. L’unica persona a non avermi filato sin dall’inizio ha capito tutto, “questi due se la fanno sotto per i nostri cuccioli” avrà pensato, e una volta riportato il concetto ai presenti, non senza insistere ancora un po’ riusciamo a spuntare il passaggio tanto agognato. Mentre ci apprestiamo a salire sull’auto, dalle tende vicine giungono una coppia di cani da pastore, si avvicinano sino ad un paio di metri tanto da poterli osservare per bene. Sono degli animali magnifici, molto più grandi e ‘solidi’ dei due incontrati al mattino. Quello a pelo corto è di certo un pastore dell’Asia Centrale, un maschio sui 60 chilogrammi, mentre il secondo esemplare a pelo lungo assomiglia tantissimo al pastore del Caucaso, razza per giunta molto diffusa nella vicina Georgia, quindi non escludo di aver visto giusto. I loro sguardi severi parlano di una vita molto dura, priva delle coccole e carezze riservate ai nostri cani di casa; danno l’impressione di essere dei guerrieri impegnati in una battaglia ininterrotta, cui giorno dopo giorno si sono abituati.

La jeep ci lascia poco più a valle, ma tanto ci basta. Lasciamo al guidatore un obolo per il disturbo, e poi riprendiamo la marcia verso Kandovan, il nostro villaggio arroccato parecchi chilometri più in basso. La giornata è splendida, il sole brilla e il cielo è di un blu inteso. Attorno a noi il silenzio dei prati è rotto dal soffio del vento o dallo scorrere del torrente. Raggiungiamo senza troppi intoppi la nostra meta, felici della giornata trascorsa, consapevoli di aver sfiorato per qualche istante un mondo parallelo lontano anni luce dalla nostra Italia, da Tabriz, dalle logiche dei bazar persiani e dalla presunzione che acceca uomini e popoli non appena perdono il contatto con le proprie origini. Entro sera saremo nuovamente a Tabriz, ultima tappa prima del rientro di Enrico in Italia, e prima di proseguire il mio viaggio verso Bazargan, il confine con la Turchia. Ma questa è un’altra storia.

Kandovan e la Cappadocia iraniana, tra i guardiani dell’Asia Centrale

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