Tabriz, 3 Ottore 2015. Come tutte le belle cose, anche il viaggio in Iran sta per giungere al termine. Sono state tre settimane KKintense, a volte faticose ma sempre vissute con positività assieme ad Enrico. Ed è proprio congedandomi da lui che un novo capitolo di questo lungo rientro in patria ha inizio. Ci salutiamo con grande semplicità, come se dovessimo rivederci l’indomani. Siamo nella stanza d’albergo di Tabriz, l’ultima dopo tante condivise in questa torrida estate. Lui proseguirà verso Teheran e quindi in volo su Istanbul e Venezia. Ho conosciuto Enrico circa sei anni fa, durante un corso di arrampicata  organizzato dal CAI di Castelfranco. Negli anni successivi abbiamo iniziato a scalare assieme, spesso con gli altri ragazzi del gruppo o legandoci in cordata da soli, per salire qualche parete ad Arco o in Dolomiti. Anno dopo anno siamo sempre andati d’accordo, condividendo interessi anche esterni al mondo verticale, come la passione per i viaggi in luoghi poco frequentati, per le zone remote e un po’ più difficili da fruire. Devo dire che il viaggio è filato liscio, non ci sono stati screzi di sorta, nemmeno in quelle giornate caldissime in cui abbiamo messo assieme, uno dopo l’altro, un’esasperante successione di spostamenti in autobus e taxi per tagliare i tempi. Poche ore di sonno, poco cibo mal distribuito nella giornata, chilometri a piedi per non perdersi nulla o quasi. Enrico c’è sempre stato, anzi, credo pure si sia divertito a sudare lungo le scalinate di Howraman, o nel dedalo del bazar di Isfahan, o ancora a sorbirsi gli interrogatori informali dei ‘corvi’ mentre io mi giravo dall’altra parte scaricandogli il barile. L’uomo ha fisico, e non si tira in dietro se c’è da tribolare, ma ammetto che avevo pochi dubbi. Che dire ancora, ottima esperienza di condivisione, cui spero segua prima o poi quel tanto atteso viaggio in Pakistan pianificato da tempo.

L’ennesimo autobus, il mio ultimo in Iran almeno per questo viaggio parte alle 10 dal terminal di Tabriz. Tra quattro ore arriveremo a Makku, da dove proseguirò in taxi verso Bazargan, minuscola città di frontiera sorta ai due lati della principale direttiva che unisce Iran e Turchia. Sono dovuto andare tre volte alla stazione per accaparrarmi un posto su questa tratta, ma finalmente alla vigilia della partenza stabilita ho avuto il mio biglietto con tanto di sedile prenotato. Nei giorni scorsi mi sono dato da fare per chiarire bene l’esistenza di possibili rischi nell’attraversamento del confine, in considerazione dell’offensiva in atto da parte dell’esercito turco nei confronti dei ribelli curdi del PKK. Alcuni iraniani mi diffidano dal proseguire via terra, “troppo pericoloso” insistono. Altri mi danno una pacca su una spalla sostenendo non ci siano pericoli di sorta per gli stranieri. Da casa invece i timori sono univoci, Monica ha interpellato ambasciata, ricercatori e organizzazioni impegnate nel monitoraggio del conflitto in Kurdistan, e sembra che i rischi siano reali, soprattutto lungo le zone di confine (Siria, Iraq, Iran, Armenia e Georgia). Ho comunque deciso di proseguire nella mia direzione, quindi, rendendomi conto delle preoccupazioni di Monica dall’Italia, ho messo in piedi una storia per farla stare tranquilla. Lei pensa che prima di dirigermi in Turchia mi prenda tre giorni per visitare alcune aree a est di Tabriz, vicino al Mar Caspio. Le ho pure mandato un itinerario di massima. Le dirò del mio arrivo a Erzurum, oltre il confine turco, una volta in hotel. Per ora l’unico a conoscere i piani reali è Enrico, cui invierò un sms non appena arrivo ad Erzurum.

L’itinerario in autobus è piuttosto noioso, almeno fino a quando la strada prende quota giungendo in vista degli sconfinati altopiani che caratterizzano questa porzione di Iran. Attorno al nostro mezzo di trasporto si estendono uno dopo l’altra pianure erbose, rotte di tanto in tanto da una successione di colline, fino a congiungersi in lontananza, verso nord e sud alle catene montuose vere e proprie, con picchi di altezza superiore ai 4000 metri. Alla mia destra e nei sedili dietro trovano posto una manciata di giovani iraniani, ragazzi e ragazze ben vestiti, composti e irriducibilmente gentili nei miei confronti. Nel corridoio di passaggio oppure tra le gambe, tengono voluminose custodie di strumenti a corda o fiati. Sono dei musicisti diretti ad Istanbul per un concerto. Davanti a loro ci sono 35 ore di autobus ininterrotte fino alla capitale culturale della Turchia, divisa tra Europa e Asia dallo stretto del Bosforo. Il mio piano prevede di giungere a Bazargan nel primo pomeriggio. Qui vorrei prendere una stanza e riposarmi un po’, magari consultare la mappa della Turchia e pianificare i prossimi spostamenti, anche considerando l’esistenza di zone chiuse a causa degli scontri in corso tra esercito e ribelli. Tuttavia, come accaduto più volte nelle settimane precedenti ogni tentativo di pianificazione viene disarticolato da un fattore esterno inatteso, così mi trovo a riorganizzare la mia ultima giornata iraniana. L’origine di questo ‘svarione’ si chiama Reza (nome molto diffuso in Iran), tassista 34enne di Makku il quale si dimostra subito gradevole e simpatico, per giunta parla discretamente l’inglese. Mentre percorriamo gli ultimi chilometri verso Bazargan mi chiede se sono interessato a visitare la famosa Qaram Kelhysa, ‘chiesa Nera’, gioiello di architettura armena situata sul bordo settentrionale di un vasto altopiano rurale incastrato tra il confine turco e quello azero. Inizialmente sono riluttante. Vorrei semplicemente arrivare in hotel e sdraiarmi un pochino, ma visto che ci sono, dopo una breve trattativa sul prezzo ci accordiamo in modo molto diplomatico. È venerdì, giorno di festa per l’islam, quindi Reza mi propone un compromesso interresante: io pago parte dell’escursione in taxi, lui mi applica uno sconto ma in cambio passiamo a prendere sua moglie e il figlioletto di 8 anni “così li porto a divertirsi un pò” dice. Accetto volentieri, anche perché malgrado le molte cose fatte e viste durante il viaggio, non mi è ancora capitato di trascorrere una giornata assieme ad una famiglia iraniana.

Sbrigo la pratica del check-in, deposito lo zaino in stanza e cinque minuti dopo sono già all’esterno dell’hotel di Bazargan. Il confine è dritto davanti a me, a un centinaio di metri di distanza. Prima di salire nella Peugeot gialla di Reza ho appena il tempo di notare un simbolo familiare sul pavimento, ma non riesco a focalizzarlo. Scoprirò più tardi che si tratta di una stella di David, la stessa impressa sulla bandiera israeliana, piazzata nel mezzo del passaggio in modo che i viandanti la calpestino giorno dopo giorno. È la prima volta che in Iran osservo questa ‘accortezza’ verso Israele, nazione nemica di Teheran al pari o ancor più degli Stati Uniti. Questo fatto mi ricorda i racconti di Monica all’epoca del suo viaggio in Siria nel 2010, quando passeggiando verso il bazar di Damasco aveva calpestato alcune piastrelle con la stessa raffigurazione. A quanto pare, come in Siria anche da queste parti i nodi della politica estera provocano una certa tensione, probabile conseguenza della forte militarizzazione imposta per il controllo dei confini. Fatto sta, poche ore prima di notare il simbolo ebraico sul marciapiede di Bazargan, avevo scorto una frase eloquente impressa con una bomboletta nera sulla parete di un vecchio edificio: “Il nemico è l’America”. Leggendo questa dichiarazione in inglese, esposta al passaggio degli autobus diretti verso i confini di nordovest, mi sono quasi convinto che i destinatari siano proprio i viaggiatori stranieri. Ho riflettuto parecchio sul significato. Perché non scrivere un messaggio più esplicito e di effetto, tipo “morte all’America”, rendendo il gioco facile ai media occidentali, abituati a far passare l’immagine dell’Iran come oasi del terrore? Perché limitarsi ad un’accusa esplicita, oltre la quale si scorge una meno evidente autoassoluzione da molti dei peccati attribuiti a Teheran? Dubito che quel graffito poco curato porti la firma di un giovane annoiato, o di uno street artist colto da ispirazione proprio di fronte a quello scampolo di parete semi diroccata.

Reza sarà l’ultimo tassista iraniano che incontrerò nel corso di questo viaggio, pertanto quasi sentendo la responsabilità di tenere alto l’onore della categoria si getta di peso sul pedale dell’acceleratore sfrecciando ai 130 all’ora verso Makku, dove ci attendono moglie e figlio. Gli chiedo di fermarsi un attimo per uno spuntino, del resto non mangio dalla sera prima. Niente da fare, ci pensa lui dopo, dice. A pochi chilometri dal confine noto una lunghissima fila di tir, centinaia, forse migliaia di mezzi spenti e incolonnati in direzione della Turchia, apparentemente privi di autisti nell’abitacolo. “La burocrazia è molto complessa in Iran”, spiega Reza replicando alla mia richiesta di chiarimenti, “devono pazientare a volte per giorni in attesa di sbrigare le formalità doganali ed entrare in Turchia. Oggi la colonna è di appena cinque o sei chilometri, ma certe volte supera i venti chilometri”.

Arriviamo a Makku, città piuttosto sterile e di scarso interesse, non fosse per una roccaforte costruita sotto ad un enorme strapiombo di granito più in alto sulla valle, e per la posizione lungo le millenarie direttive tra Oriente e Occidente. Arrestiamo l’auto davanti all’abitazione di Reza, uno stretto edificio a due piani in mattoni rossi, privo di muratura all’esterno. Dalla porta di ferro del piano terra esce per primo il figlio dai capelli lisci e castani, sembra molto vivace. Abbraccia velocemente il padre, infilandosi svelto nel sedile posteriore dove si presenta con un timido “hello”. Lo segue la madre, una ragazza sui 24 anni fasciata in un ampio abito a fiori molto diffusi nell’Iran settentrionale, mentre il volto è celato da un elegante scialle azzurro e bianco. Al pari del figlio si presenta sfoggiando un’incerta frase in inglese, cui replico con altrettanta cortesia. Non appena ritorniamo sulla strada principale, la donna depone un generoso pacchetto di patatine sullo spazio tra i sedili anteriori, all’altezza del freno a mano. Tutti e quattro ci alterniamo nel pescare una manciata di prelibati anelli salati, fino a svuotare completamente il sacchetto. Non faccio tempo a pensare alla sete che queste delizie in busta mi causeranno, che da dietro giunge un piattino di vetro sul quale sono depositati un bicchierino di te fumante e un paio di zollette di zucchero. Mi sforzo di berlo all’iraniana, ovvero immergendo una sola zolletta nel liquido, per poi infilarla in bocca tra i molari, sorseggiando quindi la bevanda ancora amara, lasciando che il dolcificante agisca direttamente in bocca diluendosi sorso dopo sorso. Un vero iraniano è in grado di gestire lo scioglimento della zolletta preservandola fino all’ultimo goccio di te. Un principiante come me si gusta lo shock dello scioglimento immediato al primo o al secondo sorso, per poi finire il te amaro, oppure infilandosi una seconda zolletta in bocca. Anche Reza ottiene il suo bicchiere di te, che deposita diligentemente sulla parte di cruscotto del piano comandi, appoggiandolo al vetro dell’odometro. Malgrado la velocità e il fondo stradale a volte sconnesso, non perderà nemmeno una goccia. Una volta ingollata la nostra dose di te, Reza scambia due parole con la moglie innescando poi la freccia a destra. Ci arrestiamo lungo la strada principale a due corsie, su un’aiuola polverosa fiancheggiata da un ruscello non proprio cristallino. Qua e la noto alcuni sacchetti di plastica, bottiglie vuote e qualche pezzo di vetro. Non c’è nessun guasto all’auto, non si tratta nemmeno di una sosta per la pipi, ma è semplicemente ora di pranzare. In men che non si dica Reza e la moglie allestiscono il campo: allargano un’ampia coperta di stoffa depositandola per terra, al cui centro viene stesa una tovaglia di tela cerata dove pranzeremo. Da un frigo rigido a valigia escono ciotole di vetro, contenitori di plastica sigillati e l’inconfondibile involucro di stoffa che contiene i ‘rotoli’ di pane che costituiranno la base del pranzo. Resto attonito dalla velocità e naturalezza delle operazioni; marito e moglie si muovono in sintonia totale organizzando un banchetto in meno di un minuto. Ora capisco perché alcuni viaggiatori hanno definito gli iraniani ‘campioni mondiali di picnic’ (e di barbecue). Il pranzo dura una decina di minuti. Per la prima volta consumo un pasto vegetariano in Iran. Niente montone o pollo, ma patate, cetrioli, melanzane, pomodori e formaggio. Il tutto irrorato con generosi bicchieri di te fumante.

Riprendiamo il tragitto in taxi puntando a Sudest, dove la nostra strada sembra inerpicarsi lungo il fianco di un pendio. Mentre saliamo il panorama si fa a dir poco magnifico, con un vasto altopiano (più elevato rispetto a quello attraversato in bus sulla via per Makku) che si estende a perdita d’occhio, per decine di chilometri. Non si tratta di una vera e propria pianura, ma di un susseguirsi di lievi colline e dolci vallate segnate da corsi d’acqua attorno ai quali prosperano piante ad alto fusto e colture ben tenute dagli abitanti del luogo. Gli spazi intermedi tra un torrente e l’altro (anche parecchi chilometri) sono nettamente più aridi, ricoperti di erba ormai giallognola dove l’unica attività possibile è la pastorizia. Non sono abituato a spazi simili, il territorio attorno sembra non finire mai, e soprattutto l’urbanizzazione è qualcosa di assolutamente marginale, limitata a pochi villaggi agricoli costruiti con pietra, fango e un po’ di legname. Le abitazioni sono ampie e circondate da mura solide entro le quali, nei cortili, si svolge la vita domestica affidata alle donne. Sui tetti piatti sono accumulati enormi covoni di fieno, alti anche cinque metri, che presumo servano per nutrire le bestie durante i mesi più freddi, quando l’intero altopiano è ricoperto di neve. All’esterno, lungo le strade di terra e fango che portano fuori dall’abitato in direzione della campagna, gruppi di ragazzi e qualche uomo più vecchio guidano greggi di pecore accompagnati dagli immancabili cani da pastore, mentre i pascoli ricavati nei prati più verdi che circondano i corsi d’acqua sono riservati ai bovini. Al termine di questo movimentato altopiano, verso nordovest svetta su tutti il monte Ararat, vetta di origine vulcanica la cui sommità raggiunge i 5137 metri, citato nella Bibbia come luogo di approdo di Noè dopo il Diluvio universale. Da qualche parte tra le nevi perenni dell’Ararat, in Turchia, si ritiene si trovino i resti della famosa Arca di Noè. Al termine di un viaggio in taxi davvero grandioso, giungiamo finalmente alla nostra meta, la Qaram Kelhysa che si erge a ridosso dell’estremità settentrionale dell’altopiano, in prossimità della profonda gola in cui sorge Makku. La struttura della ‘chiesa nera’ si caratterizza per la base poligonale e la copertura conica, entrambi caratteri propri dell’architettura armena. Le parti esterne in pietra sono riccamente decorate con simboli religiosi e iscrizioni in lingua armena, mentre l’interno si presenta un po’ più sobrio, eccezion fatta per l’area sacra al centro dell’abside principale dove sono presenti maggiori decorazioni. Resto affascinato da questa perla armena, sperduta in una zona tanto remota, ciononostante tenuta in ottimo stato di conservazione dal governo iraniano. Al termine della visita riprendiamo la nostra corsa verso Bazargan, dove giungiamo circa due ore più tardi, mentre il cielo inizia ad imbrunire. Mi congedo da Reza e dalla sua famiglia con grandi sorrisi e gentilezza, è stata una giornata divertente e molto particolare in quanto vissuta con una famiglia, trattato al pari di un parente giunto da lontano.

La mia ultima sera iraniana si esaurisce sui 300 metri di marciapiede di Bazargan, a passeggiare avanti e indietro assieme a gruppi di camionisti rassegnati al loro destino di burocrati di frontiera. L’andirivieni di gente è continuo, ma tra tutti spiccano i venditori che offrono stecche di sigarette di contrabbando a prezzi d’occasione. Le loro voci modulate nel più tipico stile ‘bazari’ (dei mercanti del bazar) vengono interrotte solo dai colleghi cambiavalute, i quali sventolando mazzette di rial con una mano e lire turche con l’altra propongono i loro tassi di cambio. Per me non ci sono alternative, devo per forza passare per uno di questi bancari di strada prima di avventurarmi oltre il confine. So già in partenza di non avere alcuna chance di spuntare un tasso favorevole. Troppe le variabili a sfavore: è sera, le banche sono chiuse e la più vicina è a Makku, a 20 km di distanza, non posso in alcun modo andare in Turchia senza nemmeno una lira in tasca. Pertanto mi faccio coraggio e mi butto nella mischia tentando almeno fingermi preparato in materia di tassi e cambi. Mi viene lanciata un’offerta, la rifiuto di scuola giudicandola troppo onerosa, così mi rivolgo ad un secondo cambiavalute, amico del precedente che mi propone un tasso peggiore. Provo una terza trattativa ma anche in questo caso le cose non funzionano, pertanto ritorno dal primo spuntando un lieve miglioramento delle condizioni, utile più per il mio ego commerciale che per le tasche. Rientro in stanza a leccarmi le ferite, ora è tempo di riposare, domani entrerò in Turchia con destinazione Erzurum. Ma questa è un’altra storia.

Arrivederci Iran. Verso il confine con la Turchia