Veduta di Howraman
Veduta di Howraman

Lasciato l’altopiano dell’Iraq alle nostre spalle, con una serie di tornanti iniziamo a scendere sul versante nord della cresta che immette nel cuore del Kurdistan iraniano. In breve il nostro taxi raggiunge un bivio presidiato da una coppia di giovani soldati, appostati ai lati della carreggiata. Sulla sinistra a pochi metri di distanza l’ennesima base dell’esercito, ritenuta necessaria vista la vicinanza del confine iracheno. La strada principale prosegue per Marivan, mentre noi svoltiamo a destra seguendo una carrabile secondaria che si immette in un’ampia valle attorniata da brulle cime rocciose, ammantate di erba e bassi arbusti. Qualche chilometro più in basso si notano le prime case del villaggio di Howraman-e-Takt, la nostra meta. Un centinaio di metri prima di entrare nel villaggio si interrompe la striscia di asfalto, seguita da una sterrata polverosa che serpeggia tra le buche in mezzo alle abitazioni di pietra nella parte bassa dell’abitato. Dobbiamo raggiungere la casa di un privato il quale sembra abbia ricavato un paio di stanze essenziali da affittare agli ospiti. Il contatto mi è stato passato prima della partenza da un ragazzo di Sanandaj che si propone come guida e driver per i turisti occidentali. L’ho contattato via email e malgrado non sia stato ingaggiato per il nostro viaggio, si è dimostrato comunque molto disponibile dandomi utili consigli sul Kurdistan. L’unico problema è che non sappiamo dove si trovi l’abitazione, così chiediamo al tassista di chiamare il numero di telefono che ho tra gli appunti per accordarsi direttamente. A quanto pare dobbiamo attraversare il villaggio. L’auto avanza lentamente, in mezzo ad un andirivieni di uomini, bambini, carretti, pick-up e galline. Sembra che l’intera comunità di Howraman si sia data appuntamento in strada, davanti ai numerosissimi negozietti che vendono un po’ di tutto, dai mangimi per le pecore ai barbecue di latta tanto in voga in Iran, dai palloni da calcio in plastica ai gilet tradizionali di lana pressata, poi ancora frutta, carne, detersivi, pane e quant’altro. Noto che tutti gli uomini indossano abiti tradizionali curdi, composti da ampi pantaloni a sbuffo stretti alle caviglie e una giacca dello stesso colore, senza bottoni, con una vistosa fascia legata in vita a mo di cintura. I più anziani portano anche il copricapo composto da una sorta di cuffia attorniata da un foulard di stoffa spessa arrotolato. I più giovani forse per comodità o per anticonformismo si limitano ai soli pantaloni, abbinati a semplice tshirt. Le donne invece sono ‘occultate’ con ampie stoffe multicolore a fantasie floreali, nettamente diverse dalle tuniche nere usate in città. Al pari di quanto osservato nelle zone urbane però, la riservatezza femminile è un requisito imprescindibile, tanto che per l’intera nostra permanenza in Kurdistan non riusciremo nemmeno a scambiare un saluto con l’altro sesso. Del resto non è una novità che spetti alle donne preservare l’onore e la rispettabilità della famiglia in contesto islamico. Responsabilità tanto più onerosa quanto maggiore è il livello di rigore religioso praticato nei vari Paesi. In Iran siamo quasi agli estremi, pertanto la presenza femminile rimarrà per tutto il viaggio fugace, in secondo piano, quasi un suppellettile che compone le quinte della vita di tutti i giorni. Fantasmi silenziosi, discreti, che avanzano cauti scivolando nei cortili, tra i vicoli, nell’intrico dei bazar e allo stesso modo in casa quando ci sono ospiti, in particolare sconosciuti o stranieri.

La via per la nostra agognata dimora è breve, neanche un chilometro e davanti all’abitazione c’è il nostro contatto ad attenderci. Si tratta di un giovane dalla carnagione chiara, i capelli castani pettinati con cura, sguardo gentile e un po’ impacciato per l’arrivo di due stranieri con i quali si sforza di comunicare in inglese, riuscendoci bene. Enrico congeda il tassista, mentre io smaltisco la pratica dei convenevoli. Superate le domande chiave quali nazionalità, occupazione e luogo di provenienza in Iran, mi spingo oltre anticipando una probabile replica calcistica enfatizzando la mia simpatia per la Juventus, per Del Piero, Roberto Baggio e Pirlo, nomi conosciuti ovunque in Iran, dove il calcio è uno sport molto sentito. Quello italiano in particolare, visto che tra i canali stranieri con il miglior segnale figura Rai Sport. Sono le 11,30 e siamo in viaggio da più di 20 ore. Malgrado la quota di poco inferiore ai 2000 metri, fa molto caldo e il cielo limpido aumenta l’intensità dei raggi solari. Depositiamo gli zaini nella stanza: uno spazio rettangolare di 30 metri quadri privo di mobili eccezion fatta per il televisore all’angolo, con il pavimento ricoperto da diversi strati di tappeti polverosi sui quali di mangia, si vive e si dorme. Attorno alle pareti, sistemati al suolo ci sono cuscini e una pila di coperte per la notte. Siamo piuttosto stanchi ma le opzioni sono due: sdraiarsi per una pennichella che rischia di durare fino all’indomani, o fare un ultimo sforzo cercando di ottimizzare la giornata e andando ad esplorare i dintorni. Non ho dubbi sull’opinione di Enrico, che quando c’è da faticare non si tira mai indietro. In breve tempo, partiamo per il centro del villaggio, con macchina fotografica e un paio di bottiglie d’acqua al seguito. Ci basterebbe avere energie sufficienti per risalire il dedalo di scale che porta in cima all’abitato e poi arrampicarci sulla bastionata che domina la valle per osservare i ruderi di un’antica fortezza. Enrico marcia come al solito di buon passo, ma il problema sono io. I medicinali che ho iniziato a prendere ieri (uno ogni 8 ore, l’altro ogni 12 ore) dopo la visita medica a Yazd mi stanno sfiancando, e il sole ci mette il suo. Ho la pressione sotto ai piedi e ansimo ad ogni passo. Lungo le scale, all’ombra, colgo la scusa di fare una foto e cerco di riprendermi un pochino. Malessere a parte il villaggio è davvero suggestivo. Si sviluppa quasi in verticale lungo il fianco della montagna, con il tetto della casa più in basso che funge da terrazzo per quella soprastante, creando i tipici terrazzamenti dei villaggi curdi, nel caso di Howraman con uno sviluppo di un centinaio di metri in altezza e circa seicento in larghezza. I materiali da costruzione usati sono quelli reperibili in natura, quindi molta pietra e fango, con qualche travatura di legno seppur senza esagerare vista la penuria di legnami. Ci immergiamo con cautela tra le case, cercando di non essere troppo invadenti, ma per fortuna la nostra presenza  viene ben accolta dagli uomini,  mentre le donne come prevedibile si rifugiano in casa sbirciando però i viandanti da uno spioncino ricavato scostando leggermente le tende alle finestre. Nella parte superiore di Howraman troneggia la moschea, edificata in questo caso con ampio uso di legno a dimostrazione del valore attribuitogli! Qualche chiacchiera con alcuni presenti e in breve siamo in cima all’abitato, lungo un sentiero ghiaioso che aggira la cuspide del monte sul versante opposto, per poi salire ripido verso la sommità. Qualche metro ancora e siamo in cima, nel mezzo della pianta basale di una fortezza militare molto antica (non siamo riusciti ad ottenere informazioni in merito), anche se ormai completamente collassata e probabilmente privata di buona parte delle pietre squadrate per costruire qualche casa giù in paese. Noteremo in seguito che l’intera valle di Howraman è costellata di fortezze diroccate su buona parte dei rilievi principali.

A questo punto proseguiamo lungo una sterrata che si immette nella valle nascosta oltre la cuspide della fortezza. Per la prima volta notiamo la traccia di un evidente corso d’acqua in quota (in estate asciutto), lungo la quale cresce una vegetazione rigogliosa composta principalmente da alberi da frutto come meli, albicocchi, fichi, viti e noccioli. I metri diventano chilometri e i minuti ore, ma più avanziamo verso la parte alta della forra più l’ambiente si fa stimolante. Superiamo una prima costruzione usata per i lavori agricoli e per la custodia degli armenti, poi un’altra e un’altra ancora, fino ad una sorta di villaggio di pietra costruito attorno ad un’area aperta dove verosimilmente confluiscono gli animali di rientro dai pascoli più in alto. È un luogo senza tempo, dove l’unica traccia di modernità è data dalle cisterne di vetroresina distribuite un po’ ovunque per raccogliere l’acqua piovana da usare nei periodi di penuria. Raggiungiamo una piccola diga di cemento priva di acqua e una volta superata, doppiamo una forcella che immette in una valle pastorale molto scoscesa e impervia, priva di strade carrabili, che scende bruscamente per centinaia di metri. Decidiamo che ne abbiamo abbastanza così giriamo i tacchi e ci avviamo per il lungo ritorno.

Quattro ore dopo l’inizio della passeggiata siamo nuovamente nella nostra stanza, dove ci viene servito un pranzo veloce a base di cetrioli, pomodori, pane e frittata al pomodoro. Quindi ci sdraiamo sui tappeti a goderci l’aria proveniente dall’ampia finestra a vetri. Qui siamo raggiunti da tre giovani iraniani che hanno scelto quest’area del Kurdistan per una breve fuga dalla città, ospiti in casa come noi. Due di loro sono curdi, provengono da una cittadina vicina a Marivan, il terzo vive a Shiraz. Si dimostrano da subito molto curiosi di conoscere le nostre impressioni sull’Iran, e di sapere come ce la passiamo in Italia. Ascoltano con attenzione ma paiono chiaramente scettici non appena esterniamo il nostro apprezzamento per il loro Paese. “L’Iran non è un buon posto in cui vivere” spiega uno dei ragazzi di Marivan, che nella vita gestisce il negozio di frutta e verdura di famiglia. “Ci sono troppe limitazioni, divieti, qui non si possono esaudire i propri desideri. Ci piacerebbe godere della libertà di voi occidentali”. La discussione passa poi attraverso le nostre preferenze in ambito tecnologico, e i marchi di smartphone preferiti, risposta che glisso passando la palla ad Enrico che  se la cava alla meno peggio. Prima di congedarci, chiedo qualche informazione in merito alla fruibilità dei confini con la Turchia, dove gli scontri tra esercito e milizie curde si intensificano di giorno in giorno. La risposta è lapidale: “non si può passare. Il governo iraniano ha imposto la chiusura della frontiera a causa dell’attacco avvenuto ai danni di un autobus pubblico turco diretto ad ovest, pertanto l’unica opzione è un volo su Ankara”. Resto allibito, questa è la seconda volta che sono costretto a riconsiderare l’itinerario del mio viaggio. Il piano iniziale prevedeva l’ingresso in Turchia via terra attraverso il valico di Esendere, all’incrocio tra Kurdistan iraniano, iracheno e turco, per poi proseguire verso Hakkari, Sirnak, Mardin e infine Sanliurfa, a pochi chilometri da Kobane, in prossimità del confine Turco-Siriano. Tuttavia, l’intensificarsi del conflitto con epicentro proprio nella Turchia sud-orientale non ha lasciato alternativa, facendomi optare per la frontiera di Bazargan, all’ombra del Mt Ararat più a nord. Ora sembra che nemmeno questo valico sia praticabile. Inoltre l’opzione del volo aereo comprometterebbe la natura di questo viaggio, che si basa sul rientro in Italia via terra. Chiedo ulteriori spiegazioni, ma i ragazzi si limitano a ripetere che la via di Bazargan è chiusa per ragioni di sicurezza pertanto non devo considerarla. Prendo atto dell’informazione riservandomi di chiarire le cose una volta giunto a Tabriz, ma già considero la possibilità di proseguire a nord in Armenia, quindi entrare in Georgia, raggiungere Batum sulla costa del Mar Nero per poi accedere in Turchia, a Hopa. (A fini di chiarezza, l’autobus ‘attaccato’ dai curdi in Turchia menzionato poc’anzi, in realtà è stato semplicemente fermato per un controllo da parte delle milizie, nel corso del quale è nato un battibecco con l’autista finito senza conseguenze, tanto meno per i viaggiatori).

La sera di Howraman porta un po’ di refrigerio, e il nostro padrone di casa ci invita con un amico a vedere il tramonto nella valle presso un belvedere 2 km più a sud. L’auto alquanto sgangherata è guidata da un ragazzo tarchiato e molto simpatico, che sembra abbia le idee chiare sul vivere in Kurdistan. “Non è un buon posto in cui vivere, non possiamo fare nulla, siamo costretti in questi villaggi.. a guardarci il tramonto nella valle! Non ci sono divertimenti”, afferma manifestando la propria insofferenza. Poi, senza porsi particolari scrupoli spiega meglio la natura del suo malessere “qui le ragazze sono inaccessibili”, facendoci intendere che i rapporti con l’altro sesso sono ridotti al minimo o quasi inesistenti, aggiungendo convinto “voi si che in Occidente ve la passate bene, con quelle belle ragazze”. La frustrazione per l’altro sesso è una costante emersa chiacchierando con diversi giovani curdi, tra i quali un altro incontrato sulla via per Sanandaj ci ha confidato la sua sfrenata passione per Monica Bellucci. In effetti, unendo l’isolamento dei villaggi curdi (che non permettono frequenti spostamenti in città carismatiche come Tehran o Isfahan) al livello di protezione e sorveglianza rivolto in particolare alle giovani donne non ancora sposate, è comprensibile un parere del genere. Non dimentichiamo poi che malgrado ci si trovi in territori rurali in cui vigono regole e principi tradizionali, per non dire arcaici, i giovani hanno accesso a canali televisivi internazionali e all’universo del web, pertanto di giorno in giorno osservano il profondo divario che li separa dal resto del mondo. Non è raro infatti, che molti giovani curdi scelgano di abbandonare i villaggi per cercare la propria America in qualche città iraniana, o magari all’estero, innescando una diaspora simile a quella descritta per i nomadi Kouzari.

L’indomani siamo pronti per un nuovo spostamento. Abbiamo ingaggiato un tassista che dovrebbe portarci a Sanandaj passando attraverso la valle di Howraman fino a Paveh, con una tappa nel villaggio di Palangan. Trattiamo il prezzo al meglio, ma con meno di 150 mila toman (40 euro circa) non si fa nulla. È una cifra considerevole per l’Iran, tuttavia il tassista insiste sostenendo che la strada è sterrata e molto difficile. Accettiamo e in breve siamo in viaggio. Scendiamo finalmente nel cuore della valle di Howraman, la stessa che poche ore fa ammiravamo al tramonto. Dopo qualche chilometro su asfalto, come preannunciato la strada si trasforma in una pista sterrata piena di buche e massi. Proseguiamo ad una velocità media di 30 chilometri orari, incrociando di tanto in tanto qualche mandria di mucche, pecore, un pick-up che sfreccia alzando lunghe nuvole di polvere, o viaggiatori locali in sella a motocross. Non si tratta di certo di un viaggio comodo, ma la valle ha un certo fascino, avvalorato dalla consapevolezza di essere molto lontani dagli itinerari classici che catalizzano l’attenzione dei viaggiatori in Iran. Dopo quasi tre ore di strada, mentre il driver sta domando l’ennesima ghirlanda di tornanti in discesa, ci arrestiamo ad un posto di blocco con tanto di presidio armato. Un soldato panciuto si infila di corsa la camicia mimetica, quindi afferra la sua arma, si avvicina al finestrino di guida e farfuglia qualcosa in curdo. Dopo essersi reso conto che non siamo iraniani ci chiede i passaporti che consegna al suo superiore, rimasto in disparte ad osservare. Pochi istanti e i documenti ci vengono restituiti con cortesia. L’unico problema è che a causa di una frana la strada è bloccata. Un bulldozer sta sgomberando i massi ma prevedono l’apertura tra almeno tre ore. Impossibile starci con i tempi, pertanto dopo un breve consulto chiediamo al tassista di fare dietrofront e rientrare ad Howraman, per poi proseguire lungo la strada principale, la stessa che porta a Marivan, tagliando i tempi. La sterrata sembra non finire mai, ma dopo altre due ore a rilento poggiamo i pneumatici sull’agognato asfalto, con grande piacere per le nostre vertebre. È questo il momento della svolta. In pochi istanti il tassista che fino a quel momento aveva mantenuto una guida composta e sicura, quasi per effetto di una metamorfosi innescata dal profumo di bitume, inizia a guidare come fosse a Indianapolis. Non possiamo ricordare il numero di sorpassi  folli (per noi) messi in serie, con auto in arrivo sull’altra corsia o in prossimità di curve cieche. È stato di gran lunga il pilota più estremo avuto in Iran (vince ai punti nel confronto con un autista di Tabriz, nel nord, del quale parleremo in seguito), la cui guida ci ha veramente spaventati. Forse teme di non rincasare per sera, oppure cerca semplicemente di recuperare il tempo perso. Ad ogni modo io sono ridotto ai minimi termini dai medicinali, e dopo sei ore di taxi, la prospettiva di sorbirne altre quattro non mi va a genio. Propongo ad Enrico di evitare la deviazione per Palangan e di puntare direttamente a Sanandaj. Lui gentilmente acconsente, avendo sotto agli occhi lo stato letargico in cui mi trovo. Una breve sosta per il pranzo squisito a base di pollo in umido, riso e verdure. Prima di riprendere la nostra corsa aggiorniamo l’autista sulle nostre intenzioni. La speranza di vederlo più rilassato alla notizia di una cospicua riduzione del viaggio si frantuma oltre il muro dei 120 km orari su strada di montagna. A dire il vero, sia io che Enrico siamo dell’idea che il tenore di guida sia addirittura peggiorato dopo la modifica al percorso. Ad ogni modo, o meglio inshallah (dio volendo), raggiungiamo Sanandaj sani e salvi, dove dopo qualche peripezia tra hotel mancati e orari sballati degli autobus, siamo costretti dai tempi stretti ad organizzare una ripartenza immediata per Tabriz. Siamo arrivati in città dopo sette ore di taxi, e tra quattro ore si riparte in autobus verso il nord, dove giungeremo il giorno seguente all’alba. Ma questa è un’altra storia.

Iran, da Howraman a Sanandaj, l’Indianapolis curda

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