Pezzo di Emanuele Confortin, scritto per EastWest

A tre anni dall’inizio del grande esodo sull’Egeo, le isole greche continuano a vivere in uno stato di costante emergenza. Il problema riguarda in primis Lesbo e Samo, dove il numero dei rifugiati in arrivo supera di gran lunga la capacità di accoglienza degli hotspot, rispettivamente Moria e Vathi. Per molte di queste persone, inclusi bambini e donne incinte, l’unica soluzione è vivere stipati nei centri sovraffollati in tende estive da campeggio, insufficienti contro vento e pioggia. Questo succede con la stagione fredda alle porte e la consapevolezza di quanto accaduto lo scorso inverno: nevicate eccezionali con sei rifugiati morti per cause direttamente collegate al clima.

A lanciare l’allarme sono stati gli attivisti, gli isolani, e le organizzazioni umanitarie, tutti promotori della campagna “Open the Islands! No more dead from cold!” cui al momento hanno aderito 67 organizzazioni. Lo scopo dell’iniziativa, avviata una settimana fa, è il trasferimento di almeno una parte dei rifugiati in sovrannumero, alcuni dei quali avviati a vivere il loro secondo inverno nel mezzo dell’Egeo. “Da quando l’accordo tra Unione Europea e Turchia è entrato in vigore il 20 marzo 2016, migliaia di rifugiati sono intrappolati sulle isole greche”, si apprende dal manifesto della campagna. “Lo scorso anno nell’hotspot europeo di Moria, a Lesbo, sei persone sono morte. Da allora, le condizioni non sono migliorate e le persone in cerca di protezione e di una vita migliore saranno nuovamente costrette a dormire in tende estive, dietro al filo spinato. Con ogni probabilità ci saranno nuovi morti”.

Isole prigione. Foto Emanuele Confortin

Secondo i dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), da gennaio a metà ottobre sono giunte in Grecia 21.867 persone, in particolare siriani, iracheni e afgani. Queste nazionalità dimostrano come l’Egeo non sia ancora un’alternativa all’abbattimento delle partenze dalla Libia, dove prevalgono migranti della Nigeria, della Guinea, del Bangladesh e del Mali. Il picco tuttora in corso ha avuto inizio a primavera, complice il meteo favorevole. Tra maggio e fine settembre gli arrivi in Grecia sono stati 14.841, il 26,61% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (11.722).

Se è vero che l’apice degli sbarchi è un dato innegabile, così come l’incremento rispetto allo scorso anno, secondo Giovanni Lepri, vicedirettore e responsabile operazioni di UNHCR in Grecia, «non c’è un’emergenza di arrivi in quanto tale, ma la situazione sta diventando non gestibile perché le partenze sono molto limitate, e anche se parliamo di qualche migliaio di persone rimaste, la capacità di accoglienza non è mai stata pensata per avere più di 8mila persone tra tutte le isole». Colpa del divario tra il numero degli arrivi e quello dei trasferimenti verso la terraferma dunque. «La situazione è critica, soprattutto a Lesbo e a Samo, dove il problema è nella capacità degli hotspot».   

Se incrociamo i dati del ministero degli Esteri greco con quelli di UNHCR emerge uno scenario desolante: nel periodo compreso tra gennaio e metà ottobre sono arrivate a Lesbo 8.299 persone; al momento però sull’isola si trovano 5.180 rifugiati, il 122,32% in più rispetto alla capacità massima dichiarata (2.330). Le cose vanno peggio nella minuscola Samo, dove rispetto ai 700 posti disponibili, si stimano 2.880 persone (+311,43%, 4.526 arrivi da gennaio). In entrambi i casi, le situazioni più delicate riguardano gli hotspot, ma come testimonia un operatore umanitario intercettato a Lesbo «ci sono molti rifugiati che al caos di Moria preferiscono accampamenti improvvisati per strada, lontano dagli occhi delle autorità che tentano di limitare la nascita di tendopoli indipendenti». Questo vale anche per Samo, dove famiglie intere con bambini si trovano a vivere nei boschi, o per Chios dove a inizio ottobre un campo addossato alle mura storiche della città è stato sgomberato e gli occupanti trasferiti nell’hotspot di Vial. Sull’isola di Chios il sovrannumero è limitato a un +74,72%, derivante dal rapporto tra i 1.562 migranti presenti rispetto agli 894 posti disponibili.       

L’emergenza appare dunque evidente. Ma se le cause non dipendono dalla portata degli sbarchi, bensì dalla lentezza dei trasferimenti sulla terra ferma, dove sta l’inghippo? Parte del problema deriva dall’esistenza di limiti strutturali nelle procedure di ammissibilità al sistema di asilo in Grecia. L’iter prevede due opzioni: il candidato può essere ammesso nel sistema di asilo greco, oppure essere returnable, destinato quindi al ritorno in Turchia. Il tutto funziona male e a rilento. Nessuna novità in questo, ma una costante sin da marzo 2016. A complicare poi ancor più le cose è lo scarso numero di trasferimenti verso la terraferma.

Secondo Lepri «fino a gennaio se dopo la prima valutazione eri considerato vulnerabile (casi più delicati n.d.a.), a prescindere dalla nazionalità venivi trasferito per poter andare all’Asylum Service sulla terraferma e seguire la pratica. Ora, eccetto i siriani, tutti gli altri, anche i vulnerabili sono tenuti sulle isole. È un problema di procedimenti, e una revisione di questi porterebbe alla velocizzazione dei trasferimenti e alla decompressione delle isole».

Il risultato è paradossale. Mentre in estate sbarcavano migliaia di migranti destinati all’esilio forzato sulle isole, nello stesso periodo la Grecia continentale si alleggeriva di buona parte dei 20.329 richiedenti asilo inclusi nel programma di relocation obbligatorio, approvato dal Consiglio dell’Unione e conclusosi il 27 settembre scorso. I posti quindi ci sarebbero. Basterebbe trasferire qualche migliaio di persone per dare respiro alle isole, alleviando anche il malcontento diffuso tra cittadini e sindaci, per i quali la creazione di nuovi centri di prima accoglienza è un’opzione inaccettabile.

La modifica delle procedure ha senso solo in ottica strumentale. Restando nell’ambito delle ipotesi, la scelta di rallentare l’iter e di trasformare le isole in qualcosa di simile a prigioni riducendo così i trasferimenti, servirebbe a evitare il cosiddetto pool-factor.  Ma cosa accadrebbe se al coincidere di un maggior numero di arrivi, seguisse il rilassamento delle procedure, con più trasferimenti sul continente? Si darebbe un incentivo ad altri ad attraversare l’Egeo e a mettere finalmente piede in territorio europeo, soluzione preferita alla permanenza in terra turca. Lo stesso ragionamento sul pool-factor era emerso in un nostro recente articolo a commento di una sentenza del più alto organo giudiziario ellenico, il quale ha respinto il ricorso in appello di due siriani cui è stata negata la richiesta di asilo in Grecia. Di conseguenza i due rifugiati sono stati destinati al ritorno in Turchia, per la prima volta, sulla base dell’assunto che si tratta di un Paese terzo sicuro.

A poco più di due mesi dall’inizio della stagione invernale, le isole restano sovraffollate. La “winterization”, ovvero le procedure da adottare per predisporre i campi di strutture adeguate a fronteggiare la stagione fredda, doveva iniziare ad agosto. Ma come denunciato da Open the Islands, nulla si è mosso ancora. Se poi in un centro di accoglienza, come a Vathi sull’isola di Samo, la capacità è di 700 rifugiati, ma le persone accampate sono più del doppio, la “winterization” diventa irrealizzabile.

Il problema del freddo resta e non può essere sottovalutato, visto che meno di un anno fa un quantitativo di neve fuori dal comune, venti gelidi e condizioni estreme hanno colpito le isole per più giorni. Sei le persone morte, a causa dell’ipotermia dice qualcuno, a causa dell’asfissia provocata dalle esalazioni di gas di riscaldamenti improvvisati sostiene qualcun altro. Ora il problema si ripropone e nessuno può prevedere se la stagione fredda in arrivo sarà più mite. Il rischio di nuove vittime è reale, così come l’urgenza di intervenire per tempo.