Pubblichiamo oggi in successione nella stessa pagina il reportage in tre parti pubblicato venerdì dal bisettimanale svizzero Area. A questo link la prima pagina del numero di Area, a questo link la pagina centrale. Nell’ordine, scendendo verso il basso troverete il reportage su Idomeni, a seguire l’analisi sull’accordo tra UE e Turchia del 18 marzo scorso, per concludere con un approfondimento sul traffico di esseri umani dalla costa turca verso le isole greche.

Idomeni, il purgatorio dei migranti. Dove finisce il sogno europeo

Da febbraio, la ‘crisi dei migranti’ ha cambiato radicalmente pelle. Il flusso che in circa un anno ha visto transitare quasi un milione di anime sulla Via dei Balcani, è stato interrotto, trasformando la Grecia in bacino di contenimento. Una conseguenza delle nuove disposizioni in materia di migrazioni prese dall’Europa. Anzi, prese in Europa, Catturama dai singoli paesi, i quali, ciascuno pensando al proprio praticello, hanno adottato soluzioni autonome, ignorando i principi dell’Unione e di fatto dribblando il destino dei migranti. La via crucis che passo dopo passo ha svelato agli occhi del mondo la pochezza europea, è culminata con la chiusura dei confini austriaci lo scorso febbraio, scelta che ha provocato un immediato effetto domino, obbligando al blocco delle frontiere anche Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia. Chi non ha potuto, per limiti geografici, sigillarsi oltre una cortina di rete e filo spinato è la Grecia, dove in un anno sono transitati circa un milione di disperati in fuga da guerre e persecuzioni in Asia, Medio Oriente e Africa. A risolvere (per ora) l’impasse europea è giunta il 18 giugno la sottoscrizione dell’accordo tra UE e Turchia sulla gestione dei migranti, consentendo ad Ankara di far saltare il banco a Bruxelles e ottenere una vittoria politica epocale sul Vecchio Continente, che di fatto complica anziché migliorare il destino di chi cerca asilo in Europa.

Il simbolo di questa nuova fase nella crisi dei migranti porta il nome di un villaggio greco: Idomeni. Qui, su un falsopiano rurale schiacciato sul confine macedone, noi di Area siamo stati per conoscere in pratica il significato di realpolitik. Immaginate una distesa di terra fradicia grande quanto una cinquantina di campi da calcio, o forse più. Distribuite in ordine sparso dieci tensostrutture dormitorio, altrettanti container per uso tecnico o medico, e qualche migliaio di tende da poco prezzo, di quelle buone per il campeggio estivo. Ora animate il tutto con migliaia di uomini, donne e bambini, soprattutto siriani, ma anche afgani, iracheni, pachistani, iraniani e altri ancora. In tutto tra le 9 mila e 14 mila persone, a seconda dei periodi. I posti nelle camerate non bastano, al pari di sostentamento e servizi, quindi, malgrado pioggia, vento e freddo, costringiamo la gente a vivere nelle tendine, sdraiata per gran parte del giorno su coperte di lana inzuppate dall’acqua. Agli adulti tocca dormire con la schiena fradicia stendendo i figli sui propri corpi, “così almeno loro non si bagnano”, dicono. Piove da giorni. Oltre le zip e il nylon si estende un mare di fango, dove si passa con stivali di gomma o a piedi nudi. Inutili le scarpe. I bambini vogliono uscire, sono irrequieti, hanno un bisogno fisico di giocare, correre, sfogarsi, ma il meteo dice ‘no, non si può’, concetto ribadito di giorno in giorno dalla scintillante barriera di rete e filo spinato eretta da Skopje a pochi passi dalla tendopoli. Una recinzione impenetrabile, sorvegliata dall’esercito macedone con la benedizione dell’Europa. Per riuscire a sopportare un luogo simile bisogna saper convivere con il dolore, la frustrazione e scendere a compromessi con la propria dignità. Immaginate un padre e una madre, non importa da quale guerra fuggano, costretti a cucinare per i figli un intruglio di pomodori, patate e uova nel fondo di un barattolo di latta sospeso su un fuoco di combustibile improvvisato e spazzatura. Questo accade di giorno in giorno da troppo tempo. Se ne accorgono tutti, a partire dai maschi in viaggio da soli, adolescenti o poco più, che vedono nelle famiglie dei loro connazionali un destino cui mai avrebbero pensato. L’inevitabile conseguenza è la rabbia! Una forma di autodifesa necessaria per continuare a resistere a 200 metri dal filo spinato macedone. Ed è questa rabbia che nei giorni scorsi ha scosso le anime sospese nel purgatorio di Idomeni. Dopo settimane di manifestazioni nonviolente, a centinaia, soprattutto giovani, hanno alzato il tiro puntando al cancello che sigilla la frontiera, nel tentativo di forzare il passaggio in Macedonia. “Open the border”, ‘aprite il confine’ è l’urlo lanciato all’unisono contro i militari appostati oltre la diga metallica, la cui risposta ha il sapore acre dei gas lacrimogeni e il suono acuto delle pallottole di gomma esplose contro i manifestanti, così come testimoniato da operatori di Medici Senza Frontiere e autorità governative greche presenti sul posto. Ad oggi il clima a Idomeni resta immutato. I rifugiati non intendono lasciare la tendopoli, temono di essere internati nei campi-prigione disseminati in Grecia, o peggio, di finire nella lista di quelli destinati al respingimento in Turchia, quindi nei paesi di origine, dai quali fuggono. Ciò accade alle porte dell’Europa, nel disinteresse collettivo, malgrado tutto, inclusa la Convenzione di Ginevra.

Arrivano i turchi! Bruxelles apre ad Ankara e chiude ai migranti  

L’accordo sui migranti tra Unione e Turchia è stato siglato a Bruxelles il 18 marzo scorso, dopo 9 vertici in 90 giorni, volti a trovare una ‘soluzione comune’ alla crisi. In sintesi, il ‘deal’ sottoscritto per i turchi dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, prevede quattro punti essenziali. Il primo è il riconoscimento di 3 miliardi di euro ad Ankara subito, da usare per sviluppare le strutture e i servizi necessari ad ospitare 2,7 milioni di siriani. Poi altri 3 miliardi da elargire entro il 2018 sulla base delle Indikanecessità effettive, anche se rimane il ‘dettaglio’ di mettere in atto i meccanismi opportuni per capire come la Turchia andrà a spendere il danaro. Al secondo posto l’introduzione del sistema di rimpatrio, macchinoso e costoso, scelto quale antidoto al traffico di esseri umani. A partire dalla mezzanotte del 20 marzo, chiunque attraverserà illegalmente l’Egeo alla volta delle isole greche, sarà fermato dalle autorità e internato negli ex campi di accoglienza allestiti sulle isole, trasformati in hotspot, veri e propri centri di detenzione, in attesa di essere respinti in Turchia, divenuta ‘paese terzo sicuro’ come previsto dalla Convinzione di Ginevra, malgrado ad Ankara e dintorni la Convenzione venga applicata parzialmente. I respingimenti procedono solo dopo la registrazione dei migranti, e il vaglio delle singole istanze di asilo, questo per evitare di venire meno al principio di non-refoulement. Di fatto, per ogni siriano rimandato in Turchia, un rifugiato siriano già presente nel paese parte alla volta dell’Europa, questo fino al raggiungimento della soglia di 72 mila rifugiati, momento in cui l’accordo sarà ridiscusso. Brutte notizie per i non siriani, i quali dopo il respingimento vengono di fatto deportati nei paesi di origine. Terzo punto riguarda la riapertura dei negoziati per l’annessione della Turchia all’Ue, clausola di rilevante valore per Ankara in quanto spazza via un decennio di ostracismo alla prospettiva di un ingresso turco. L’altro grande successo politico della cordata Davutoğlu-Erdogan, il quarto punto, riguarda la politica sui visti per i cittadini turchi diretti nell’Unione. Il deal prevede entro giugno l’esenzione dalla richiesta di visto per 75 milioni di cittadini turchi diretti all’area Schengen, la stessa che l’accordo tenta di chiudere a circa 2 milione di rifugiati.

In pratica, il lato oscuro dell’intesa emerge nella vicenda di Shouaib, 35 enne di Kabul da noi raggiunto nel campo di Vial, a Chios. Impresario titolare di una ditta ben avviata in Afghanistan, Shouaib ha ottenuto commesse (anche) per gli eserciti italiano, inglese e americano. Tutto è andato liscio fino a gennaio 2016, quando è entrato nel mirino dei Taliban, ancora forti in Afghanistan malgrado tre lustri di guerra. “Mi hanno avvicinato due volte. La prima è stata una minaccia verbale, dicendo di essere al corrente del mio operato per le truppe Isaf” racconta Shouaib. “Se non ti fermi ti uccidiamo”, l’avvertimento rivolto all’impresario da una voce al telefono. Minaccia ignorata da Shouaib, perciò alcuni giorni dopo “sono arrivati su una motocicletta, in due, uno alla guida l’altro con il kalashnikov in mano, ha sparato mentre uscivo di casa”. Scampato all’attentato, l’impresario ha in breve fatto fagotto, assieme alla moglie, a due figlie e altrettanti figli, dai 9 anni ai 5 mesi. “Siamo partiti in aereo per Teheran, quindi attraverso i trafficanti abbiamo varcato il confine turco arrivando a Smirne, sulla costa egea, e da qui su un gommone a Chios”. L’arrivo sull’isola è avvenuto la mattina del 21 marzo, poche ore dopo l’entrata in vigore dell’accordo, pertanto Shouaib e i suoi sono stati detenuti nel campo-carcere di Vial, in attesa di essere respinti in Turchia, quindi rimandati in Afghanistan. Almeno questo è il timore della famiglia, che ritiene di avere pieno diritto ad ottenere asilo in Grecia, in quanto “ritornare in Afghanistan per me significherebbe essere ucciso”.

I trafficanti di esseri umani non si fermano

Fa un certo effetto passeggiare lungo i vicoli di Basmane, nel cuore della città turca di Izmir all’indomani dell’accordo tra Unione Europea e Turchia. A Bruxelles si celebra l’agognata intesa sui migranti, quella che dovrebbe porre fine alle “stragi dei mari”, disincentivando di fatto il traffico di vite verso le isole greche. Intanto nella roccaforte dei traghettatori, Basmane appunto, tutto continua come prima, senza segni di cedimento per il business che solo nel 2015 ha fruttato tra i 3 e i 6 miliardi di dollari. Una

Izmir, Basmane. Giubbotti di salvataggio (falso) venduti nei negozi della zona.
Izmir, Basmane. Giubbotti di salvataggio (falso) venduti nei negozi della zona.

cifra enorme, nota a tutti nei dintorni, dai pensionati turchi impegnati nell’ennesima partita a backgammon, ai rifugiati siriani annidati a migliaia in minuscoli appartamenti pagati a peso d’oro, nell’attesa di trovare la loro via per l’Europa. Lo sanno anche i negozianti, per i quali il commercio dei giubbotti di salvataggio continua, tanto da meritare un posto centrale nelle vetrine a bordo strada. A dare ragione, per ora, alle scelte dell’Unione è il maltempo, che di fatto abbassa la media delle partenze per le isole rispetto a gennaio e febbraio, ma c’è già chi assicura una ripresa. A dirlo però non è il barbiere del vicolo, ma Abu Muhammad, nome usato dal capofila di una delle quattro principali organizzazioni che a Izmir coordinano il commercio di vite dirette in Europa. Per lui le cose si stanno mettendo al peggio. “Prima era facile, adesso c’è una forte copertura da parte degli agenti”, lamenta commentando il crescente dispiegamento di poliziotti turchi sulla costa. Evidentemente per ora Ankara intende onorare il deal, portando risultati immediati. Tuttavia, crisi e difficoltà offrono soluzioni più difficili e costose, di fatto nuove opportunità, a tutto vantaggio del business. Lo conferma Muhammad, dando credito ai rumors che da settimane parlano dell’apertura di nuove rotte. “L’altra via è verso l’Italia e Atene. Costerà 6000 dollari su Atene, 7 o 8000 dollari verso l’Italia. Con barche grandi”. In pratica i gommoni dovrebbero tornare a solcare l’Egeo, ma anziché puntare alle isole, raggiungeranno le “barche grandi” appostate in acque internazionali, per poi partire alla volta del Mediterraneo, e immettersi sulla rotta che dalla Libia punta al Sud Italia. Prende forma anche la soluzione albanese (per ora non attiva), percorribile solo attraverso bande in grado di facilitare il passaggio attraverso le montagne, fino alla costa adriatica e ai motoscafi diretti in Puglia. Stesso discorso per l’ormai consolidata via del Mediterraneo Centrale. Quella che da Libia ed Egitto punta all’Italia meridionale, per la quale si teme una drastica ripresa non appena la bella stagione avrà inizio. Secondo notizie di intelligence, almeno 300 mila persone sarebbero in attesa di un barcone per partire verso la Penisola. Qualcuno minimizza, ritenendo la cifra esagerata, non a Vienna però. Meglio prevenire, così al Brennero, non passa lo straniero.

Mentre scriviamo, il 18 aprile 400 migranti sono dispersi nel Canale di Sicilia. Un anno prima, il 18 aprile 2015 più di 700 migranti morivano nelle acque del Mediterraneo, sempre nel Canale di Sicilia.

3 Responses to "Trittico sui migranti: Idomeni, deal UE-Turchia, Trafficanti. Da Area"

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