Reportage. Il confine tra Grecia e Macedonia resta sigillato e la polizia di Skopje non esita a usare la violenza
Di Emanuele Confortin

Reportage tratto da Il Manifesto del 17 marzo 2016

Il guado di un torrente ingrossato dalla pioggia nel tentativo di entrare in Macedonia © Emanuele Confortin
Migranti mentre guadano un torrente ingrossato dalla pioggia, nel tentativo di entrare in Macedonia © Emanuele Confortin
 

 

 

 

 

Un altro giorno di ordinaria follia a Idomeni. Ieri mattina il campo rifugiati al confine tra Grecia e Macedonia si è svegliato inzuppato dalla pioggia caduta la notte. «La più fredda degli ultimi giorni» assicurano due ventenni di Aleppo, inginocchiati stracci in mano per asciugare l’interno della tenda in cui vivono da 15 giorni. Piove da una settimana e l’intera tendopoli è una distesa fangosa, mescolata di giorno in giorno dal passaggio dei 14 mila che restano a ridosso del confine macedone, aggrappati al filo spinato assieme alla speranza di proseguire oltre. Vogliono passare dall’altra parte. Lo ritengono un diritto sacrosanto dopo quanto vissuto nei paesi di origine.

Molti indossano ciabatte, avanzano con il fango alle caviglie. La legna è fradicia e la plastica recuperata tra i rifiuti non scalda abbastanza, quindi le scarpe non si asciugano, i vestiti non bastano più, le coperte nemmeno, tutto è invaso dall’acqua. Le condizioni igieniche sono al collasso, il rischio di epidemie è concreto, e i colpi di tosse sono la vera voce del campo, assieme agli schiamazzi dei bambini. «La situazione qui è tragica», ha dichiarato martedì il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos in visita al campo. «L’obbiettivo è riuscire a trasferire 6 mila rifugiati al mese» ha aggiunto, riuscendo soltanto ad alimentare la frustrazione dei migranti, esasperati dall’attesa e pronti a tutto pur di varcare il confine.

Ormai è chiaro, tutti vogliono passare e non sarà facile bloccarli ancora per molto. La prova è giunta lunedì, dopo che un volantino in arabo diffuso all’interno del campo ha svelato una nuova via verso nord, una falla nello sbarramento realizzato da Skopje. Circa un migliaio di persone si sono avviate oltre il borgo di Hamilo e qui hanno guadato un torrente ingrossato dalla pioggia, nello stesso punto in cui la notte prima erano annegate tre persone. Il passaggio sull’acqua è stato facilitato da decine di volontari. «Passerebbero ugualmente quindi meglio aiutarli, per evitare altre tragedie» ha chiarito un tedesco aggrappato a un capo della corda, troppo corta, tesa da una parte all’altra e usata come supporto.
Alla fine lo sconfinamento in Macedonia non è durato neanche il tempo di una notte. «Siamo stati catturati dalla polizia macedone, caricati su un camion e riportati in Grecia» spiega Holam Haider, 35enne afgano della provincia di Parwan mentre torna alla sua routine nel fango di Idomeni. Ha la parte sinistra del volto segnata da una vistosa ecchimosi, e la spalla destra macchiata da una chiazza di sangue secco fuoriuscita da una ferita al cranio nascosta nel fitto dei capelli. «La polizia macedone mi ha colpito in faccia con un bastone arroventato al fuoco – protesta indicando le ferite -e alla testa con il calcio di un fucile». Dice di essere esasperato. Vive al campo ormai da due settimane e la pazienza è finita. Stessa storia per un anziano disabile siriano, anche lui respinto dopo la sortita in Macedonia. Leva il dito al cielo mentre il corpo freme sul sedile in cuoio della vecchia sedia a rotelle: «Assurdo restare ancora qui: abbiamo pagato migliaia di euro per fuggire e ora ci troviamo in queste condizioni, a dover aspettare il cibo distribuito al campo. Abbiamo tentato di passare già quattro volte, ma proveremo ancora». Dietro di lui scorrono le rotaie della linea ferroviaria che collega Grecia e Macedonia, interrotta 200 metri più a nord da un pesante cancello zincato avvolto nel filo spinato.
Dall’altra parte un gruppo di poliziotti di Skopje sosta tra i sassi. Si avvicina Zanko, l’unico macedone disposto a parlare. «Non siamo i soli a picchiare, anche i migranti quando provano a passare usano la forza» dice, cercando di giustificare quanto accaduto dopo lo sconfinamento, senza considerare che al posto di manganelli e fucili i rifugiati in mano stringono coperte e sacchi a pelo. Parla un italiano stentato: «Mio fratello lavora in una vigna ad Alba, in Piemonte», ma non trova le parole per esprimere la sua opinione personale sul dramma che si consuma nel fango oltre la recinzione. «Non posso permettermi di pensare, devo solo ubbidire… ma gli ordini giungono dalla Germania».

Un passaggio sulla destra del cancello riporta nel cuore della tendopoli. Il tempo tra i rifugiati si consuma in chiacchiere, nel tentativo di accendere un fuoco, oppure fumando l’ennesima sigaretta. Talvolta la tipica cortesia siriana viene storpiata dalla frustrazione, pertanto prima dei saluti parte la domanda di rito: «Quand’è che aprono il confine?». Una formula nota a tutti, ripetuta allo sfinimento anche da chi l’inglese non lo ha mai ascoltato neanche in televisione.

Costretti a fuggire 

Foto © Emanuele Confortin
Foto © Emanuele Confortin

Chi non zoppica con l’inglese è Abdoul, 65enne che a Homs ha lasciato un laboratorio in cui produceva scarpe in pelle di alta qualità. «Ho perso tutto con la guerra». Anche lui ha tentato di forzare il passaggio oltre il torrente di Hamilo, ma ha desistito dopo una notte all’addiaccio, con donne e bambini fradici, nel fitto del bosco. «Sono lento, quindi mi sono perso nel buio, ero con gli ultimi», racconta. Nel 2012 è stato ferito a una gamba in una delle tante battaglie che in cinque anni hanno raso al suolo la città che ama, dove teme di non riuscire più a tornare. «Vent’anni fa in un libro ho letto che gli arabi sarebbero diventati rifugiati nella loro terra, come i pellerossa. Sta accadendo davvero, solo che noi siamo costretti a fuggire».

La buona notizia è che nella notte saranno montate nuove tende donate da Unhcr. L’informazione viene diffusa con cautela, troppo alto il rischio di assembramenti per accaparrarsi un posto asciutto. Ancora case di tela, la distesa fangosa di Idomeni cresce ancora, insieme alla rabbia dei migranti.