Ancora qualche riflessione sul confronto tra India e Cina lungo il confine himalayano. Anche questo contributo è tratto da “Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos” pubblicato ad aprile 2019. 

… al di là delle rivendicazioni territoriali cinesi sull’area dell’Aksai Chin e su ampie porzioni del Ladakh, Pechino rivolge il suo interesse anche verso lo stato indiano nord-orientale dell’Arunachal Pradesh. È questa un’area caratterizzata da una profonda molteplicità etnica e da tensioni interne dovute all’attività di gruppi armati indipendentisti, contrapposti all’inclusione dei (loro) territori nell’Unione Indiana. Ancor più in questo caso, prima degli eserciti servirebbe un piano congiunto in grado di stabilire investimenti mirati e costruire infrastrutture adeguate a favorire un maggior controllo sull’area, un ambito d’intervento in cui la distanza tra New Delhi e Pechino sembra incolmabile. In pochi anni, la Cina è riuscita a portare la rete ferroviaria ad alta velocità su gran parte dell’altopiano tibetano, dove da moderne stazioniferroviarie partono efficienti collegamenti stradali diramati su gran parte della Line of Actual Control mettendo in collegamento le piste d’atterraggio costruite da est a ovest del confine. L’India, dal canto suo, si è messa in scia, predisponendo il proprio piano infrastrutturale che, sebbene preveda l’implementazione di nuove strade e il miglioramento di quelle esistenti, non sembra in grado di competere con quello cinese. Va da sé che la crescente concentrazione di contingenti militari nelle zone contese non risponde solo a necessità difensive ai confini, ma serve anche a limitare la comunalizzazione dei territori più isolati. Vale a dire stemperare la tendenza a far prevalere un gruppo etnico, religioso o culturale all’interno di un insieme sociale più vasto[1].

Allo stesso modo, nelle aree tribali più remote, questa tendenza si riverbera su alcuni gruppi ādivāsī nella forma di movimenti indipendentisti, anche armati, decisi a perseguire rivendicazioni territoriali ben precise, per poi istituire uno Stato delineato sull’identità etnica. L’India ha imparato la lezione dalle Otto Sorelle del Nordest[2], lasciate a lungo in uno stato di torpore amministrativo, politico ed economico, sia in epoca coloniale sia dopo l’Indipendenza. Ad un certo punto, l’India dell’Information Technology (IT) e del boom economico si è accorta di aver colpevolmente trascurato le comunità indigene. Milioni di persone confinate in aree più o meno isolate, che oggi si riscoprono centrali nel disegno geo-strategico di New Delhi. Importanza dettata dalla vicinanza alle linee di frontiera, ma anche dalla disponibilità sulle terre abitate dalle popolazioni indigene, di risorse naturali preziose, inclusi i fiumi, necessari a garantire il fabbisogno idrico del Paese, ad alimentare la produzione industriale e a produrre energia[3]. Ecco che integrare nel disegno indiano le popolazioni indigene (gli ādivāsī) e le loro terre offre a New Delhi la possibilità di rafforzare il controllo in territori critici, come lo sono le frontiere, e di migliorare l’accesso alle risorse. Sulla questione dei confini, il confronto tra India e Cina rientra però in un quadro più ampio. Entrambe le parti in causa hanno agende geopolitiche simili, seppure con posizioni contrapposte, ciascuna basata sulla necessità di acquisire nuove aree di influenza a scapito del rivale. Lo scopo è consolidare una posizione egemone nell’area Asia-Pacifico. Centrale in questo contesto geopolitico c’è l’Himalaya, che con il suo arco montuoso di 3.500 chilometri unisce l’Afghanistan, in Asia Centrale, allo Yunnan, sulla via del Mar Cinese del Sud. Va poi considerato che la più grande catena montuosa del pianeta offre la maggior superficie ghiacciata dopo i Poli. Ghiaccio significa grandi fiumi, risorse indispensabili per il futuro dell’Asia, contesto in cui la disponibilità d’acqua dovrebbe ridursi del 20% nei prossimi vent’anni. Le cose si complicano se la contrazione della disponibilità d’acqua avverrà in un’area abitata da circa un miliardo e mezzo di individui, dove la crescita demografica annua è dell’1,7% (36 milioni di persone), tutte da sfamare e da dissetare.

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[1] Per approfondire il concetto di comunalismo, esistono innumerevoli pubblicazioni, tra le quali ricordo il lavoro di С.A. Bayly, The pre-history of «Communalism»? Religious conflict in India, 1700-1860, Modern Asian Studies. 19 (2), 1985, pag. 177-203; I. Ahmed, Political economy of communalism in contemporary India, Economic and Political Weekly, 1984, pag. 903-906; A. A. Engineer, The Causes of communal riots in the post- partition period in India, A. A. Engineer (ed.), Communal Riots in Post-independence India, Bombay, Sangam Books, 1994, pag. 33-41.

[2] Le Otto Sorelle comprendono gli Stati indiani di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland, Sikkim, Tripura, territori di confine caratterizzati a lungo – e ancora oggi – da instabilità interna dovuta all’azione di gruppi indipendentisti cresciuti negli anni di “abbandono” da parte dell’autorità centrale.

[3] Cf. S. Beggiora, Stabilità e conflitto tra India e Cina: cooperazione e sviluppo o una nuova Guerra Fredda? in Geopolitica, Rivista Semestrale dell’Isag, Vol.IV, N.2 (lug-dic 2015).

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