Ci sono pochi dubbi in merito, occuparsi di “questioni asiatiche” richiede il monitoraggio costante dell’attualità, robuste letture accademiche e una consapevolezza storica maturata con la testa china sui libri, nonché il confronto personale. Per quanto mi riguarda però, è altrettanto cruciale il lavoro sul campo unico metro di misura per cogliere il polso del contesto di cui ci si occupa. Riprendo di seguito un primo contributo tratto da “Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos”, da me pubblicato ad aprile 2019. (riproduzione riservata)   

… al di là dell’acceso confronto tra India e Pakistan, una logica simile sembra presentarsi anche in contesti “più stabili”, come nel caso del confine indo-cinese. Me ne accorgo a settembre 2018, periodo in cui lascio il villaggio di Kalpa in direzione del vicino Spiti. L’autobus in partenza dalla stazione di Rekong Peo è già stracarico di gente. Nulla di nuovo. Da quando lavoro in Kinnaur ho l’impressione che da queste parti viaggino molti meno veicoli di quante siano le persone in movimento. Salito sull’autobus, noto un ufficiale della Polizia di frontiera indo-tibetana, seduto qualche fila più indietro. Un uomo alto e robusto, sulla cinquantina, leggermente sovrappeso, che in seguito scoprirò chiamarsi Vinod. Indossa pantaloni militari infilati negli anfibi ed è accompagnato da una giovane recluta. Entrambi rientrano in servizio dopo un periodo di licenza trascorso a casa, in famiglia. Sono diretti alla base di Sumdo, posta lungo il corso del fiume Spiti, sul confine settentrionale del distretto. Resto a dir poco affascinato dall’orgoglio con cui Vinod veste il grado di ufficiale. Per lui la forma è essenziale, il ruolo va portato sulla scena ovunque e malgrado tutto, anche tra i sedili sgangherati di un vecchio autobus.

Durante la sosta forzata dovuta alla foratura di una ruota, l’ufficiale si fa avanti per primo esordendo con le tre domande di rito: «Da dove vieni? Dove vai? Cosa fai da queste parti?». Di risposta gli offro un sorriso, poi mi presento come un «viaggiatore curioso con il pallino per la fotografia», in arrivo da Kalpa e diretto a Kaza, il capoluogo del distretto dello Spiti. Neanche il tempo di spiegarmi e l’autista suona tre volte il clacson. Dobbiamo ripartire. La conversazione procede a rilento tra i sedili dell’autobus, domande e risposte scandite dagli scossoni degli ammortizzatori a balestra, perennemente a fine corsa. Chilometro dopo chilometro, Vinod comincia a lasciarsi andare. Parla volentieri del suo lavoro, della presenza dell’esercito cinese lungo il confine, delle lunghe marce esplorative per controllare la percorribilità di valli disabitate, perché «nel caso i cinesi attacchino via terra da quella parte» ‒ mi dice puntando il dito verso una delle gole della Line of Actual Control (LaC), la linea di confine tra India e Cina lunga 4.052 chilometri ‒, «dobbiamo sapere se ci sono vie transitabili, in modo da installare punti di avvistamento». Ciò significa aumentare la presenza dei contingenti militari, investire in tecnologie per la sorveglianza e l’individuazione di possibili vie di passaggio. Tutto questo, nell’evenienza di un’invasione via terra dei soldati cinesi del People Liberation Army (PLA – Esercito di Liberazione Popolare).

Il rafforzamento militare sul confine è stato preso sul serio da New Delhi, impegnata nella più massiccia corsa al riarmo degli ultimi settant’anni. Nel 2015 l’India è divenuta la sesta nazione al mondo per investimenti e importazione in armi, spendendo 51,3 miliardi di dollari, equivalenti al 2,3% del PIL nazionale. Dal 2006 al 2016, gli investimenti in strumentazioni belliche sono cresciuti del 43%, superando nella classifica mondiale la Francia e il Giappone, fermi rispettivamente a 50,9 e 40,9 miliardi di dollari. La spesa militare indiana dovrebbe continuare a crescere, fino a sfiorare i 64 miliardi entro il 2020. Lo stesso accade dall’altra parte del confine: nel 2015 Pechino ha infatti investito più di 210 miliardi di dollari in armamenti ponendosi al secondo posto (+132% nel periodo 2006-2016) dopo gli Stati Uniti[1].

Il picco critico nei rapporti tra India e Cina è stato con la guerra lampo del 1962. Dopodiché, solo scaramucce più o meno serie, alternate a dichiarazioni bellicistiche, sconfinamenti accidentali, manifestazioni di intenti in territorio conteso, botta e risposta dei media nazionali. Se da un lato il perdurare di questo stato di cose ha inevitabilmente accresciuto la tensione tra le parti, dall’altro ha spinto a rafforzare i contingenti militari, schierati a pochi chilometri di distanza dal confine. A partire dai primi anni del 2000, New Delhi e Pechino si sono già confrontate più volte sulla linea di confine, senza tuttavia arrivare a scontri veri e propri. Un esempio significativo ci è dato da un episodio che risale a giugno 2017. All’epoca, l’esercito indiano aveva risposto a una richiesta di intervento del governo del Bhutan, preoccupato da quella che considerava una violazione della sovranità da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Il fatto era accaduto nell’area del Doklam, il punto in cui i confini dell’India, della Cina e del Bhutan si uniscono. Qui, Pechino aveva avviato la costruzione di un collegamento stradale in quota, rivendicando l’intera area parte integrante della Repubblica Popolare. In risposta all’allerta bhutanese, New Delhi si era subito mobilitata trasferendo nell’area della crisi alcune truppe di stanza nella base di Sukna, in Sikkim. Parallelamente era stata predisposta l’evacuazione preventiva di centinaia di civili dal vicino villaggio di Nathang. In pochi giorni la situazione degenerò, dando avvio a un acceso confronto tra i due eserciti, che anche se non è sfociato nello scontro armato, ha congelato le due posizioni in una sorta di prova di resistenza: la Cina ferma a sostenere la propria integrità territoriale a Doklam, ma anche in Arunachal Pradesh, regione del Nordest indiano rivendicata dalla Cina come parte del Tibet meridionale; l’India pronta a difendere le rivendicazioni bhutanesi, e  particolarmente interessata a proteggere l’imbuto di Siliguri, una stretta striscia di terra di 22 chilometri, schiacciata tra Nepal e Bangladesh, chiusa a nord dal Bhutan. Per l’India, il passaggio di Siliguri è strategico essendo l’unico collegamento terrestre con i territori del Nordest, quindi cruciale in caso di conflitto per controllare l’intera regione, resa instabile da movimenti indipendentisti.

Dopo tre mesi dall’inizio della crisi, a fine agosto 2017, l’emergenza del Doklam è rientrata; questo per effetto della decisione congiunta di lasciare tutto inalterato, e di riportare le truppe alle posizioni originarie. In realtà, a inizio 2018, l’attività militare era ancora in corso, da entrambe le parti, con assembramenti di aerei militari e di truppe indiane e cinesi in tutta l’area[2]. Dopo un confronto durato settantadue giorni, la questione del Doklam è stata ufficialmente archiviata solo ad aprile 2018, durante un vertice tra le rispettive rappresentanze a Wuhan, in Cina. Ma se Wuhan è servito a sciogliere la tensione, tutte le rivendicazioni territoriali ai confini restano aperte.

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[1] La corsa agli armamenti non è tuttavia esclusiva cinese o indiana, ma di tutto il contesto Asia-Pacifico nel quale le spese militari complessive sono cresciute arrivando a più 5,4% nel 2015, ovvero più 64% dal 2006.

[2] Dati pubblicati nel Rapporto Preparing for a Rematch at the Top of the World (agenzia di Intelligence Stratfor), basati su rilevamenti satellitari che ci dicono come gli indiani fossero in appoggio a Bagdogra e ad Hasimara, mentre l’esercito cinese avesse rafforzato i contingenti a Lhasa e a Shigatse. https://worldview.stratfor.com/article/preparing-rematch-top-world. [Consultazione del 28/02/19, ore 20.15].  

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