Colombo, 27 Marzo 2012. Il governo dello Sri Lanka ha rifiutato la risoluzione delle Nazioni Unite approvata giovedì scorso a Ginevra, in cui si chiede di fare luce sulle violazioni e sui crimini commessi durante le ultime fasi della guerra  contro le Tigri Tamil (LTTE, Liberation Tigers of Tamil Eelam), nel 2009. “Investigare in modo credibile” è quanto hanno chiesto 24 membri favorevoli alla risoluzione, incluso il rappresentante del governo indiano, mentre i no sono stati 15 e 8 gli astenuti. Il primo rappresentante dello Sri Lanka ad esprimersi in merito alla risoluzione è stato il ministro degli Esteri, Dew Gunasekera: “noi non permetteremo a nessuno, in nessuna circostanza, di imporci le loro soluzioni”. Secondo Colombo, la decisione di Ginevra, patrocinata dagli Stati Uniti, è un tentativo di interferenza negli affari esteri del Paese, per cui non sarebbe da considerarsi valida. La risoluzione è stata votata con favore anche dal rappresentante indiano, creando un certo imbarazzo nei rapporti con Colombo. La scelta di New Delhi è stata forzata dalle insistenti pressioni interne ricevute da due partiti DMK (Dravida Munnetra Kazhagam) e AIADMK (All India Anna Dravida Munnetra Kazhagam) del Tamil Nadu, stato meridionale dell’Unione Indiana, da dove provengono la maggior parte dei Tamil che in Sri Lanka sono da decenni oggetto di discriminazioni e violenze. Per il governo del presidente Mahinda Rajapaksa ci sono tre anni di tempo, entro i quali dovrà essere svolta un’indagine approfondita e credibile sulle operazioni militari messe in atto nel finale della guerra civile, entrate nel vivo negli ultimi mesi del 2008, per concludersi nel maggio 2009. Nello stesso periodo in cui la Striscia di Gaza veniva investita dall’operazione Piombo Fuso (fine 2008), mentre gli Stati Uniti si preparavano ad aprire le porte al primo presidente di colore, le truppe di Rajapaksa chiusero il Nordest del Paese, avviando una violentissima offensiva militare a sorpresa iniziata il 23 novembre 2008. A partire dalla roccaforte delle Tigri Tamil, a Kilinochchi, furono messe in atto estese operazioni militari sul campo, alternate da pesanti bombardamenti, tanto nelle giungle quanto nelle città e nei villaggi pieni di civili. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, circa 10.000 civili rimasero uccisi negli scontri di quei giorni, a causa dei metodi brutali messi in atto dall’esercito, intenzionato a soffocare una volta per tutte gli ultimi focolai di guerriglia.
Sono trascorsi quasi tre anni dalla fine del conflitto più longevo d’Asia, iniziato nel 1983, costato almeno 700 mila vittime, e ora per Colombo sembra giunto il momento di fare chiarezza sui fatti di Jaffna, all’epoca dell’offensiva vietata ai giornalisti e agli osservatori internazionali. Giovedì scorso a Ginevra, la portavoce del governo statunitense, Eileen Donahoe ha dichiarato che “una pace duratura sarà insostenibile senza un impegno significativo per promuovere la riconciliazione nazionale”. Soddisfazione per le posizioni prese da New Delhi da parte del governo del Tamil Nadu, che lo scorso giugno aveva passato una risoluzione rivolta al governo centrale, chiedendo uno sforzo maggiore per l’individuazione dei responsabili dei crimini commessi durante l’offensiva in Sri Lanka. Chiesto anche di favorire il reintegro nelle zone di provenienza per i profughi Tamil, evacuati dall’area di Jaffna lungo i corridoi umanitari durante l’offensiva del 2009.

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