Cambridge, 1965. Due ragazzi si conoscono e si innamorano. Lei si chiama Sonia Maino, è italiana e proviene da una famiglia semplice. Lui è indiano e sì chiama Rajiv Gandhi: è figlio di Indira e nipote del Pandit Nehru, il fondatore, insieme al Mahatma Gandhi, dell’India indipendente…Al matrimonio, lei indossa un sari rosso, il colore delle spose indiane. Nascono due figli, ma la tranquillità familiare non durerà a lungo…” (Javier Moro, Il Sari Rosso, Il Saggiatore).

Sonia e Rajiv Gandhi, Outlook Magazine, "The Red Sari, Roli Books.
Sonia e Rajiv Gandhi, Outlook Magazine, “The Red Sari, Roli Books.

Uscito nel 2009, edito da Il Saggiatore, il “Sari Rosso” è la biografia romanzata della leader del Partito del Congresso, Sonia Gandhi, un libro che sebbene sia uscito in varie lingue, per sette anni ha avuto il divieto ufficiale di essere pubblicato in India. Le resistenze avanzate dal partito del Congresso furono dettate dalla formula stessa che l’autore, Javier Moro, nel mescolare realtà e finzione, racconto e storia in un amalgama sgradito all’entourage di Sonia Gandhi, e probabilmente anche a lei stessa. Uscito dapprima in Spagna nel mese di ottobre del 2008, poi in più di una dozzina di lingue tranne che in inglese, la pubblicazione arriva finalmente in India questa settimana per mano di Roli Books. Il giornale Outlook riporta oggi un’intervista che l’autore Javier Moro ha rilasciato al giornalista Satish Padmanabhan, sulla figura politica di Sonia Gandhi, sulle difficoltà incontrate dal libro, su alcuni aspetti biografici. Indika ne riporta di seguito alcuni estratti.   S. P.: Perché pensi che il partito del Congresso non ha voluto pubblicare per lungo tempo il tuo libro  in India? J. M.: Penso che in quel momento il libro irritò molto Sonia e la sua famiglia date le rivelazioni sulle sue origini. I sostenitori della linea dura del Congresso a quel tempo non volevano che il libro uscisse perché non volevano che Sonia Gandhi fosse percepita come una ragazza europea di estrazione sociale medio-bassa, elemento che evidentemente strideva con gli enormi sforzi del partito per mettere in evidenza la sua forte immagine al pubblico legata fortemente alla famiglia Gandhi. Poi, all’improvviso, esce un libro che racconta le umili origini di suo padre, e il suo background molto normale. Da sempre il controllo della sua immagine era stato ferreo. Le sue origini straniere furono uno degli elementi determinanti usati dall’opposizione. Ma la sua storia è straordinaria, che piaccia o meno. Se avessi inventato tutta la storia, nessuno avrebbe creduto che questa giovane ragazza italiana, il cui unico desiderio era diventare una hostess, arrivasse a diventare la persona più potente in un paese lontano dal suo, che ha un quinto della popolazione del mondo. S, P.: In realtà, nel libro Sonia Gandhi appare come una persona sensibile, in qualche modo vulnerabile. Perché qualcuno dovrebbe trovarlo sgradevole? J. M.: Non so davvero dare una risposta a questa domanda. Non ho mai parlato direttamente con la famiglia,  il rifiuto completo c’è stato fin dal primo giorno. Sonia Gandhi non voleva che qualcuno scrivesse su di lei. Quando sono andato al Centenary Book Store di Roma, il più grande d’Italia, per chiedere i libri su Sonia Gandhi, mi hanno detto che non esistevano. Si era sempre sforzata, aiutata ovviamente dal Congresso, di evitare che qualcuno scrivesse su di lei. E ci ha provato anche con me. Ma questa storia era perfetta per uno scrittore. Io non sono uno storico, io sono un romanziere. Non potevo farmela scappare. S. P.: Ritieni sia giusto scrivere una biografia su una persona importante senza averla mai incontrata, o con il suo rifiuto ad un incontro? J. M.: Forse è stato meglio. All’inizio, quando resero impossibile il mio lavoro, negandomi l’accesso alla sua stretta cerchia di amici o familiari,  ho quasi rinunciato. A quel punto, ogni altro scrittore o giornalista italiano che aveva tentato la stessa cosa vi ha rinunciato. Ma come ho detto fin dall’inizio, io non volevo fare una biografia storica ma romanzata, per cercare di dare un’immagine di chi era e come era stata la sua vita. Ora sono contento di non essermi arreso e felice di non aver incontrato il suo consenso. Ne sarei  stato fortemente influenzato. S. P.: Come ti sei interessato alla famiglia Gandhi? J.M.: Come si fa a non essere interessati alla loro famiglia, a una delle famiglie più uniche al mondo. In secondo luogo, ho sempre sentito dire da mio zio Dominque Lapierre storie su di loro. Era un buon amico di Indira Gandhi ed un grande amante dell’India. Avevo sempre sentito storie su di loro. Mio zio aveva scritto “Stanotte la libertà”, e anche se all’epoca ero solo un bambino, tutte quelle storie indiane mi ribollivano in testa. E poi sono sempre stato affascinato da questa donna di cui nessuno aveva mai parlato. Cosa doveva passare nella mente di questa persona? Lei è, si sa, qualcuno come noi; avrebbe potuto essere mia sorella o una sorella del mio vicino. Ma quando è diventata la donna più potente in India, ho avuto un finale per la mia storia. S.P.: Pensi che ora il divieto sia stato sollevato perché al potere ora c’è il BJP? J.M.: Probabile, ma devi chiederlo all’editore. Tratto da Outlook Magazine

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