Kabul, 7 Febbraio 2012. Cresce drammaticamente il numero dei civili uccisi in Afghanistan. Il 2011 è stato l’anno peggiore dal 2007, con 3.021 bambini, donne, uomini ‘innocenti’ caduti sotto le bombe e gli attacchi suicidi dei militanti, o per colpa dei bombardamenti aerei Nato. Lo scenario desolante è stato presentato sabato nell’annuale rappoto redatto dalla United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA), emanazione delle Nazioni Unitie per Kabul, avviata nel marzo 2002. 

Il numero dei civili uccisi è cresciuto dell’8% rispetto al 2010, quando i morti furono 2.790, confermando l’andamento crescente delle statistiche degli ultimi 5 anni, con un totale (dal 2007) di 11.864 uccisioni. La fredda realtà dei numeri esposta da UNAMA, cozza non poco con l’ottimismo dimostrato da alcuni referenti NATO, pronti a definire “un successo” il 2011 appena concluso, lasciando trasparire la chiara volontà di assecondare l’uscita di scena prevista nel 2014, con l’inizio del periodo di transizione e il passaggio delle consegne alle forze afghane. 

Il rapporto UNAMA permette di cogliere il cambiamento di strategia intrapreso negli ultimi mesi dai militanti, colpevoli del 77% delle uccisioni (14% in più rispetto al 2010). I diversi gruppi di combattenti  in lotta contro le truppe americane, hanno intensificato il ricorso alle improvised explosive devices (IED), bombe a medio basso potenzionale realizzate artigianalmente, caratterizzate da un’estrema versatilità di utilizzo. Secondo UNAMA, le IED hanno causato 967 vittime civili, diverse delle quali bambini che come di frequente in Asia trascorrono gran parte della giornata in strada e negli spazi pubblici all’aperto, spesso scelti dai militanti per degli attentati. Cresce radicamente anche il numero di vittime civili provocate dagli attacchi suicidi, valutate in 450 persone, l’80% in più rispetto all’anno precedente. L’aumento drammatico rispetto al 2010, non coincide però con il maggiore numero degli attacchi suicidi, rimasti praticamente gli stessi nel 2011. La differenza deriva dalle mutate modalità di esecuzione e dalle strategie dei militanti, divenute più complesse e spesso attuate con attentatori multipli, in modo da provocare il maggior numero di vittime e feriti tra i civili. Nella seconda metà del 2011 è cambiata anche la distribuzione geografica delle uccisioni, con picchi allarmanti a Sudest, Est e Nord Afghanistan.

Per quanto riguarda il coinvolgimento delle truppe NATO nelle uccisioni di civili, UNAMA ha contato 410 vittime nel 2011, una flessione del 4% rispetto all’anno precedente, sebbene siano cresciuti gli ‘errori’ durante i frequenti attacchi aerei notturni. 

Il numero dei civili uccisi da solo non basta però a rendere il quadro dell’emergenza in Afghanistan. Bisogna anche contare come il perdurare e l’estendersi di focolai di guerriglia nel 2011, ha provocato anche forti traumi alla popolazione civile, causando l’evacuazione di abitazioni e talvolta interi villaggi, creando solamente lo scorso anno 185.632 nuovi profughi, il 45% rispetto al 2010.

Lo scenario presentato da UNAMA non è affatto confortante, e sembra gettare non poche perplessità sul destino dell’Afghanistan e dei suoi abitanti, ormai incastrati in una morsa di estrema povertà e miseria, fomentata da generazioni di guerre e violenze ininterrotte. C’è da interrogarsi anche sulla possibilità che i colloqui di pace tra Taliban e USA in Qatar portino effettivamente ad una soluzione, o a una riduzione delle ostilità. Di certo una riduzione degli scontri, per quanto necessaria e auspicabile, non basterà a salvare l’Afghanistan dalla deriva in cui si trova. Un processo reale di pace non potrà mai esistere senza il rilancio dell’occupazione, la ripresa economica, e più in generale il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Bene inteso che rilanciare l’economia afghana non significa chiudere contratti miliardari tra Kabul e qualche altro governo straniero, per le licenze di sfruttamento di qualche sperduta miniera nel cuore del paese…

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