Balcani 27 Ottobre 2015. Tratto dal quotidiano indipendente L’Indro, un mio approfondimento sull’evoluzione della crisi migranti lungo la Via del Mediterraneo orientale. Nell’analisi sono affrontati temi quali la chiusura dei confini di Bulgaria, Slovenia e Croazia; i numeri dell’inarrestabile flusso di profughi verso l’Europa; focus Siria, la ‘fabbrica di profughi’ e l’incontro a Mosca tra Vladimir Putin e Bashar-al-Assad per definire i prossimi passi della congiunta campagna militare di ‘liberazione’.

È sempre più complicata la situazione lungo la Via del Mediterraneo Orientale, il tragitto noto anche come Via dei Balcani, seguito quest’anno da mezzo milione di profughi sbarcati in Grecia e diretti in Europa. Nel corso dell’ultima settimana, migliaia di bambini, donne e uomini sono rimasti bloccati in suolo croato e serbo a seguito della chiusura dei confini con Ungheria e Slovenia. L’attesa per la riapertura parziale dei passaggi è durata fino a dieci ore, a volte un giorno intero, con poco o nulla per ripararsi dalle forti piogge tornate a funestare i Balcani, provocando un brusco calo termico che ha spinto la colonnina di mercurio fino a 7 gradi. Malgrado la distribuzione di coperte e teli isolanti, in molti sono stati costretti a trascorrere le nottate all’addiaccio, nel fango, improvvisando fuochi da campo alimentati con la poca legna asciutta reperita nei paraggi, spesso sostituita dai rifiuti disseminati ovunque.

Frontiere chiuse in Bulgaria e Slovenia, Croazia isolata

Il caos è iniziato venerdì 16 ottobre a mezzanotte, quando l’Ungheria ha predisposto il blocco del confine con la Croazia interrompendo il transito dei migranti. Stando alle
Profughi_Sid_foto_Emanuele_Confortin (3)dichiarazioni del ministro degli Esteri bulgaro Peter Szijjarto, la decisione è una conseguenza dell’impossibilità di sostenere oltre il flusso migratorio, giunto solo in
Bulgaria a più di 383 mila persone da inizio anno. In precedenza il premier Viktor Orban aveva ordinato l’interruzione dei transiti provenienti dalla Serbia con la creazione di una barriera lungo l’intera linea di confine, decisione piuttosto sgradita a Belgrado. A seguito dello stop, la Via dei Balcani ha immediatamente mutato il proprio corso in territorio croato, puntando ad ovest, verso il valico di Dobova in Slovenia. L’intensità degli arrivi (20 mila profughi in tre giorni) ha rapidamente saturato la capacità di ricezione slovena, provocando una nuova crisi di confine. Nella notte di martedì il governo si è riunito a Lubiana per discutere del problema, annunciando la volontà di emendare una legge per consentire l’intervento delle forze armate nel pattugliamento delle zone di frontiera. All’indomani dell’incontro, secondo la televisione nazionale croata Hrt erano già visibili le prime colonne di blindati slovene in arrivo a Dobova. La ragione del rafforzamento dei contingenti lungo il confine con la Croazia deriva dalla crescente insofferenza provocata dal blocco di un treno con 1800 profughi, proveniente dalla città di Tovarnjc, sul confine serbo-croato. A quanto pare, in caso di ribellione la polizia non sarebbe in grado di arrestare la folla di disperati rimasti ‘intrappolati’ nel convoglio. Nelle stesse ore, Lubiana ha accusato il governo croato di scarsa organizzazione, e di essersi lasciato sfuggire il controllo del flusso di profughi diretti in Europa. I passaggi a Dobova sono poi ripresi in modo intermittente, alternando riaperture e chiusure nel tentativo di ridurre la pressione lungo la via per l’Austria e il Nord Europa, dando priorità ai bambini, alle donne e alle persone svantaggiate. Allo stesso modo, le autorità bulgare hanno assicurato di voler mantenere alcuni valichi aperti, a disposizione dei profughi intenzionati a richiedere formalmente asilo politico. Come in un tamponamento a catena, il rallentamento forzato del flusso in Croazia ha spinto Zagabria ad agire di conseguenza, predisponendo la momentanea chiusura del confine con la Serbia a Baspka, nel Sudest del Paese.

Dal Mare Egeo all’Europa 

Le ‘grandi manovre’ in corso nei Balcani si stanno ripercuotendo in primis sui rifugiati. Per gran parte di loro la marcia verso l’Europa diventa un calvario senza fine. Come previsto, la chiusura della frontiera croata non è riuscita a risolvere il problema, ma lo ha semplicemente trasferito in Serbia, precisamente a Šid, minuscola cittadina postaProfughi_Sid_foto_Emanuele_Confortin (1)
ad una manciata di chilometri dal confine. Malgrado le strutture ricettive allestite dagli operatori di UNHCR e Croce Rossa, il centro di raccolta di Šid è stato invaso dai profughi, per i quali l’attesa si è presto trasformata in un patimento per la mancanza di viveri, acqua, servizi igienici, ripari e assistenza medica adeguata per tutti. Il viaggio della speranza di queste persone ha inizio lungo le coste turche bagnate dal mare Egeo, dove un passaggio su un barcone affollato all’inverosimile costa fino a 2.500 euro. Le attraversate avvengono di continuo, di giorno e di notte, talvolta con il mare mosso, pertanto i naufragi sono all’ordine del giorno, e solo nell’ultima settimana hanno perso la vita trenta persone, tra le quali sette bambini. I profughi che raggiungono la Grecia vengono convogliati verso un centro di raccolta alla periferia di Atene, e da qui ha inizio il viaggio via terra che conduce al confine con il Fyrom (Repubblica di Macedonia), quindi in Serbia, in Croazia, quindi alle frontiere con l’Ungheria e la Slovenia, ultimo passaggi verso il Nord Europa tanto agognato.

Un mondo di profughi   

Nel 2015 la Via dei Balcani è diventata il principale transito verso l’Europa, raggiungendo proprio in questi giorni il numero senza precedenti di 502 mila passaggi Profughi_Sid_foto_Emanuele_Confortin (2)registrati. I dati diffusi da UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) evidenziano uno scenario drammatico. Nel 2014 erano 59,5 milioni gli sfollati nel mondo a causa di persecuzioni, conflitti e violazioni dei diritti umani. Il livello più alto mai registrato fino ad allora, con un incremento di 8,3 milioni rispetto al 2013. A conti fatti, nel mondo 1 persona ogni 122 è un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. A seguito dell’inasprirsi della guerra in Siria, al riaccendersi del conflitto in Iraq e dell’inarrestabile flusso di fuggitivi di provenienza afghana, risulta che la Turchia è la nazione con il maggior numero di profughi (1,59 milioni, in gran parte siriani), seguita dal Pakistan (1,51 milioni, principalmente Afghani), quindi Libano (1,15 milioni), Iran (982.000), Etiopia (659.500) e Giordania (654,100). Ciò significa che nel 2014 ogni giorno 42.500 persone sono diventate rifugiati, richiedenti asilo o sfollati interni. La metà sono bambini! Nel suo insieme, questa enorme comunità di disperati andrebbe a costituire la 24esima nazione più popolosa, pari agli abitanti dell’Italia. “Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un’epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima”, afferma l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres. Il Rapporto dell’UNHCR mostra come in tutte le regioni il numero di rifugiati e sfollati interni è in aumento. Negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continua a generare nuovi esodi forzati. Nel 2014 appena 126.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro paesi d’origine, il numero più basso in 31 anni. Nel frattempo, durano da decenni le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, Somalia e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuano a spostarsi o – come si verifica sempre più spesso – rimangono confinate per anni nelle periferie della società, nella paralizzante incertezza di essere degli sfollati interni o dei rifugiati a lungo termine. Tra le conseguenze più recenti e ben visibili dei conflitti in corso nel mondo, può essere indicata la drammatica crescita del numero di rifugiati che per cercare sicurezza intraprendono pericolosi viaggi in mare, nel Mediterraneo, nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, oltre che nel sud est asiatico.

Siria, il nodo infinito

La maglietta nera di ‘maggiore produttore di profughi’ del 2014 va alla Siria (3.8 milioni), che subentra all’Afghanistan (2,59 milioni), seguito dalla Somalia (1,11 milioni). Il primato siriano è stato mantenuto anche nel 2015, e gli ultimi sviluppi nel Paese fanno presagire un ulteriore peggioramento: difficilmente l’intervento delle truppe russe in aiuto al dittatore Bashar al-Assad potrà risolvere la situazione. I primi attacchi degli spetsnaz di Vladimir Putin hanno preso di mira quelli che Damasco definisce assad-putin-mosca“terroristi”, mentre molti profughi chiamano “Freedom Fighters”, asserragliati nelle province di Idlib e Homa dove da gennaio hanno guadagnato terreno ai danni delle truppe di Assad. Pochissimi per ora i raid aerei contro i ben più temuti terroristi dell’ISIS, che non sembrano rientrare tra gli obbiettivi primari del presidente russo. È proprio di strategia e obbiettivi che Putin e Assad hanno avuto modo di parlare martedì 20 ottobre a Mosca, nel corso del primo viaggio all’estero del dittatore siriano dall’inizio dell’insurrezione interna nel 2011. Il Kremlino ha dato l’annuncio dell’incontro solo mercoledì, quando con ogni probabilità Assad aveva già fatto ritorno a Damasco. “Prima di tutto desidero esprimere la mia profonda gratitudine a tutta la classe dirigente della Federazione Russa per l’aiuto che sta dando alla Siria”, ha dichiarato Bashar al-Assad alla presenza del premier e del gotha del potere russo. Secondo i media siriani vicini al dittatore, nel corso della storico viaggio a Mosca i due leader avrebbero definito le prossime fasi della lotta congiunta contro i nemici del regime, ipotizzando anche una possibile offensiva di terra su larga scala. L’obbiettivo militare minimo del sodalizio è recuperare le posizioni ad Homs, Homa, Aleppo e Latakia, per poi avviare una seconda fase, che prevede l’apertura di un dialogo politico. La rinnovata intesa Assad-Putin evidenzia la radicale metamorfosi subita dalla politica di entrambi i leader. Del resto, nell’inverno del 2012, mentre il dittatore siriano snobbava Mosca preferendo corteggiare le altre capitali europee, il premier russo si dichiarava “non preoccupato per le sorti del destino del regime”. Quella delle truppe russe in Siria è la prima campagna militare fuori dai confini dai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Pertanto, dobbiamo considerare lo scenario siriano come un punto di svolta nella geopolitica di Mosca, interessata a dimostrare al mondo intero i progressi fatti dal proprio esercito. L’utilizzo nei bombardamenti dei nuovi aerei Sukhoi Su-34 e dei missili a lunga gittata Kalibr lanciati da una nave da guerra situata nel Mar Caspio, a 1500 chilometri di distanza, dimostrano come la Siria rappresenti un palcoscenico internazionale dove Mosca torna ad interpretare il ruolo di superpotenza mondiale. La rinnovata fiducia riposta dall’auctoritas russa nelle capacità delle forze armate, deriva dal lavoro di modernizzazione voluto da Putin, autore della più efficace e rapida trasformazione dell’assetto militare del Paese mai avvenuta dagli anni Trenta.

L’intensificarsi delle operazioni militari e soprattutto l’evenienza dell’offensiva di terra in Siria, rischiano di accrescere ulteriormente il numero di vittime, giunte finora a 250 mila. Un altro aspetto da tenere in considerazione è l’inevitabile prospettiva di una nuova ondata di profughi in fuga verso l’Europa, andando così ad aggravare l’emergenza migranti che già oggi sembra difficile da controllare.

Emergenza rifugiati. Assad da Putin per una strategia comune

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