Primo ministro Rajiv Gandhi con la moglie Sonia.

New Delhi. A ventitré anni dalla morte dell’allora primo ministro indiano Rajiv Gandhi, si torna a parlare delle modalità di quel feroce assassinio e dei suoi protagonisti, senza innescare tensioni tra il governo centrale di New Delhi e il governo del Tamil Nadu dove si verificò il fatto nel maggio del 1991.
Mercoledì scorso, in una mossa che ha sorpreso gran parte dell’opinione pubblica del Paese, il primo ministro del Tamil Nadu, Jayaram Jayalalitha, ha dichiarato di voler usare le disposizioni giuridiche ai sensi del codice penale indiano per liberare  i sette prigionieri arrestati per il fatto, non essendoci impedimenti in tal senso. E’ di questi giorni, infatti, la notizia che la Corte Suprema indiana avrebbe intenzione di commutare la condanna alla pena di morte in carcere a vita, ancora pendente su tre dei sette ritenuti colpevoli, avendo i giudici dichiarato che il troppo tempo passato nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione dà diritto a una compensazione. Da 11 anni, Santhan, Murugan e Perarivalan, in carcere da più di 20 anni, sono in attesa dell’esame della domanda di grazia. Il governo di New Delhi ha ribadito che, nonostante i detenuti si trovino detenuti in Tamil Nadu, il primo ministro dello Stato non ha nessun titolo per procedere con la scarcerazione dei colpevoli.  Si attenderà il 6 marzo perché la Corte riprenda in mano la questione e si deliberi di conseguenza.

Rajiv Gandhi fu ucciso il 21 maggio 1991 durante un comizio elettorale che in quei giorni stava effettuando presso la città di Sriperumbudur , vicino a Chennai . Mentre si stava dirigendo verso il palco per un suo intervento in merito alle vicine elezioni nazionali, una donna suicida si fece saltare mentre stava compiendo il tradizionale gesto di rispetto indiano del toccare i piedi.  Diciotto persone persero la vita. L’attentato fu organizzato e rivendicato da ribelli appartenenti alle Tigri Tamil dello Sri Lanka (Ltte), organizzazione separatista che così volle rispondere all’intervento delle forze indiane nel loro Paese del 1987. All’epoca, il governo indiano perseguì penalmente 26 persone, assolvendone 19 nel 1999, lasciando i principali sette in carcere. Dopo la morte della madre, Indira Gandhi, Rajiv Gandhi divenne il più giovane Primo Ministro dell’India, guidando il governo indiano per cinque anni.

La famiglia Gandhi sembra non aver ancora commentato la notizia, ma si ritiene improbabile che decida di opporsi alla liberazione. Il ministro della Giustizia, membro del Partito del Congresso, ha dichiarato che il Governo seguirà la decisione della Corte suprema, mentre il ministro delle Finanze, eletto nel Tamil Nadu, si è limitato a sottolineare gli anni di prigione già scontati dai sette: «Se questa è la pena che la Corte ritiene giusta, così sia».
Il Partito del Congresso arranca nei sondaggi a molti punti di distanza dallo storico rivale il partito nazionalista hindu, il Bharatiya Janata Party. Nemmeno il Bjp sembra però in grado di raggiungere la maggioranza in Parlamento e quindi nei giochi di potere avranno grande peso i partiti locali, radicati negli Stati, che sono sempre più decisivi negli equilibri politici indiani. Lo scorso novembre, il premier Manmohan Singh, è stato costretto a boicottare il summit del Commonwealth a Colombo in seguito alle pressioni dell’establishment politico tamil per il mancato rispetto dei diritti umani nello Sri Lanka.

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