Reportage di Guido Rampoldi

Tra i disperati che lasciano la valle dello Swat circondata dall’esercito. Un esodo biblico, centinaia di migliaia di profughi come nel 1947

Civili in fuga da Mingora

MARDAN (PAKISTAN) – Arrivano dentro furgoncini stipati oltre il verosimile, le donne inscatolate nel cassone, gli

Pakistan, profughi in fuga
Pakistan, profughi in fuga

uomini pencolanti all’esterno, i bambini sul tettuccio insieme a bagagli, a qualche provvista, al ragazzino poliomielitico legato sulla sua carrozzella. Duecentomila profughi, finora l’unico risultato visibile della guerra che oppone l’esercito e i Taliban nella verde vallata dello Swat, a nord di Peshawar. Chi non ha parenti in grado di ospitarlo si affaccia nel campo di raccolta di Mardan, una polverosa città agricola all’imboccatura dello Swat. Alveari, campi di canna da zucchero, mandrie di bufali a mollo fino alla gola dentro pozze fangose; e adesso l’andirivieni disordinato degli sfollati. Quelli che incontro tra le duemila tende dell’Alto commissariato per i rifugiati sono convinti che la situazione sia tragica ma non seria. Tutto questo è teatro, mi dicono. L’esercito finge, come sempre. Vuole compiacere gli americani, non liberarci dei Taliban. Vuole convincere, non vincere.

I sospetti dei profughi sono ragionevoli (e i loro racconti, come vedremo, esemplari). Ma questa volta potrebbero essere eccessivi. I generali non hanno scelta. Le loro casse, le casse dello Stato, sono vuote. Possono tentare di ingannare, ancora una volta, gli americani. Ma non possono ingannare se stessi. Come avverte il premier Gilani, la guerra dello Swat “è la guerra per la sopravvivenza del Paese”. Della sua unità territoriale. Della sua dignità statuale. E delle sue élites, all’improvviso folgorate da una terrificante consapevolezza: i Taliban non sono più gli innocui selvaggi o gli utili idioti cui il Pakistan ricorreva per le sue grandi manovre nell’area.

Entrati nell’orbita di al Qaeda, stanno diventando l’avanguardia di una rivoluzione islamica che potrebbe spazzare via tutto – ricchezze, libertà, diritti, futuro, cultura, privilegi, tutto ciò che, nel bene come nel male, la classe dominante rappresenta. Il problema è che nelle Forze armate molti quadri intermedi non sembrano ostili alla prospettiva di una rivoluzione puritana. Detestano l’America, considerano la democrazia una deviazione occidentale, insomma sono un prodotto di quella “talibanizzazione delle menti” denunciata in questi giorni da alcune opinioniste.

Ormai anche nelle maggiori città del Paese accade che licei femminili bandiscano i blue-jeans, che donne siano apostrofate da passanti o da tassisti se i loro abiti non appaiono abbastanza “islamici”, che gli altoparlanti di centri commerciali come il Liberty Market di Lahore invitino le frequentatrici a coprirsi la testa. Quel che rende questa deriva più preoccupante è la saldatura in corso tra il fondamentalismo più violento e i risentimenti di masse contadine o lumpenproletarie che il sistema neo-feudale condanna agli orrori della povertà più abietta.

Non è troppo tardi per fermare la deriva. Il Pakistan non è uno Stato fallito, ha una buona classe media, buoni giornali, un buon tessuto industriale, perfino un’ottima letteratura, e quel che più conta, la consapevolezza di quali mostruosi massacri comporterebbero il fallimento del progetto nazionale e la disgregazione. Ma adesso la parola è alle armi. E se l’esercito fallisse anche quest’ultima prova, così come finora hanno sempre fallito (dal 2004 non ha mai vinto uno scontro con i Taliban), le conseguenze sarebbero disastrose.

Le Forze armate sostengono che l’offensiva dello Swat va benissimo: i Taliban “sono in fuga”, le loro perdite enormi. I comandanti Taliban che non temono di usare il cellulare smentiscono. Gli uni e gli altri si premurano di non avere giornalisti tra i piedi. Dunque i profughi sono gli unici testimoni di questa mischia senza immagini. Quelli che trovo a Mardan, nel campo di raccolta, non riescono a credere che l’esercito faccia davvero la guerra ai Taliban, che ne ammazzi centinaia al giorno, che la vittoria sia vicina. Chi ha visto cadaveri di Taliban? Nessuno. “Muore solo la gente come noi, i civili”, dicono. “L’esercito ci invita a scappare e ci bombarda mentre fuggiamo. Ordina il coprifuoco, e tira sulle nostre case. Che senso ha tutto questo?”. “Se volesse davvero liquidare i Taliban, dovrebbe mettere gli stivali sul terreno. Invece si affida ad aerei ed elicotteri”. “Vuole soltanto disperderli, creda a me, non ucciderli”. “I Taliban veri sono pochi, ma quelli non si arrenderanno mai”. “Andrà come due anni fa. Offensiva dell’esercito per compiacere gli americani. Poi il grosso delle truppe se ne va e tornano i Taliban”.

Il sospetto che snerva i profughi dello Swat è lo stesso che inquieta i liberali pachistani (e forse Washington): com’è possibile che dal giorno alla notte le Forze armate considerino un nemico quelli con i quali fino a ieri convivevano? Che si trattasse di rapporti amichevoli o di una non belligeranza utilitaristica, è un capitolo piuttosto indecente, se stiamo ai racconti dei profughi. Tre mesi fa, all’alba, un uomo va nella piazza principale di Matta per aprire la propria bottega, e scopre quattro cadaveri decapitati, legati agli alberi. Hanno la divisa nera dei Frontier Corps, un corpo di polizia, e la testa tra le cosce, per un estremo insulto; uno dei quattro ha le guance mangiucchiate dai cani. Un foglio affisso su un tronco ordina di non rimuoverli prima delle 11 di quella mattina. Tutta la cittadinanza si raduna nella piazza, qualcuno chiama la polizia, qualcun altro avverte la caserma dell’esercito, ma nessuno, né cittadino né rappresentante dello Stato, osa contravvenire al volere degli assassini. I quattro cadaveri saranno rimossi solo dopo la scadere del termine fissato dai Taliban.

Un altro commerciante sostiene che spesso i militari lo incaricavano di portare viveri ai Taliban. Un terzo mi segnala che i Taliban hanno scannato nello Swat trecento persone, soprattutto poliziotti, ma non un solo un ufficiale dell’esercito: non uno. Un quarto mi fa presente che i guerriglieri adottano un fucile mitragliatore in dotazione delle Forze armate, il GIII, non reperibile sul mercato clandestino. L’aneddotica è copiosa, e spiega perché tanti ora abbiano l’impressione di rischiare la pelle sul palcoscenico di una farsa.

Nel principale ospedale di Mardan, il Dhq, il dottor Mumtaz mi dice che la gran parte dei 25 feriti sono stati colpiti da schegge, insomma dall’aviazione di quell’esercito che non difese i pachistani dello Swat quando doveva. Una bambina di 11 anni, Shaista, ha visto morire il fratello, due sorelle e la madre quando una bomba ha colpito la sua casa, a Mingora, il capoluogo dello Swat. Una donna, Shams ul Qamar, ha perso il figlio, ucciso nel fuoco incrociato. La sua è una storia particolarmente atroce. L’anno scorso i Taliban avevano assassinato, mitragliandole in casa, le sue due sorelle e una nipote, colpevoli di fornire cibo ai Frontier Corps.

Prima di lanciare la guerra dello Swat il governo e le Forze armate hanno voluto garantirsi il consenso delle principali forse politiche. Ma se l’offensiva risultasse inconcludente e moltiplicasse i lutti, l’accordo tra maggioranza e opposizione si sfilaccerebbe, l’esercito perderebbe il mandato che ha ottenuto dal parlamento, e l’intera operazione entrerebbe in crisi.
Questo è il calcolo dei Taliban, ed è un calcolo ragionevole, come confermava ieri la prima dimostrazione “pacifista”, organizzata da un partito fondamentalista. Dunque i generali devono riuscire a sbandare in fretta il nemico (a “decapitarlo”, nelle loro parole).

Al momento i Taliban sono ancora padroni delle due principali città dello Swat, ma la fuga di quasi tutta la popolazione li ha privati di uno scudo. Prima o poi saranno costretti alla ritirata e tenteranno di riorganizzarsi nelle vallate circostanti, dove sono già presenti. Potrebbero impedirglielo le milizie di villaggio, così come richiesto dall’esercito. Ma quasi tutte si sono rifiutate, perché non credono nella determinazione dei militari o perché temono la ferocia dei Taliban, grossomodo cinquemila, un migliaio dei quali con una lunga esperienza guerrigliera alle spalle. La struttura di comando disporrebbe di copiosi finanziamenti e di un ottimo servizio segreto, al comando di un ex funzionario statale.

L’esercito è addestrato alla guerra convenzionale e non pare a suo agio contro una guerriglia. Talvolta dà la sensazione di improvvisare. Per convincere la popolazione a stare dalla parte dei militari, gli elicotteri hanno lanciato sulle case dello Swat un volantino sul quale era scritto (citiamo il maggior quotidiano pachistano): “I Taliban sono le stesse forze ebraiche che si oppongono all’esistenza del Pakistan. Hanno violato gli accordi di pace, occupato proprietà private, praticato estorsioni e costretto ragazze a sposarli”. Questo vedere ovunque una cospirazione ebraica è una paranoia tipica della casta militare, e non depone a favore della sua intelligenza. In ogni caso, non sarà con la propaganda che le Forze armate riusciranno a riacquistare credibilità presso una popolazione oggi piuttosto dubbiosa, nello Swat come in Pakistan.

One Response to "Un popolo in fuga dai Taliban sul fronte di guerra del Pakistan"

  1. Marco Pacchierotti  11 maggio 2009

    Ho letto con molto interesse questo articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica di oggi, lunedì 11 maggio 2009. Per ragioni professionali sono tenuto a seguire le evoluzioni dello scenario indo-pakistano e trovo che questo genere di approfondimenti sia estremamente prezioso per la sua lucidità e per il suo essere una fonte di informazioni di prima mano. Una riflessione che facevo tra me e me leggendo il reportage è che dai tempi delle Guerre Indocinesi (e qui non penso solo al caso degli USA, ma anche a quello della Francia) continua a perpetuarsi una forma di incomprensione tra i metodi da usare per cercare di “combattere” forme di insurrezione ed irredentismo che si concretizzano in atti fi guerriglia e che si basano sulla capacità quasi “mimetica” (culturale e bellica) delle forze “eversive” che una volta erano i vietcong ed ora possono essere i talebani.

    Fermi restando i necessari distinguo di epoche e di ideologie che informano e formano i diversi movimenti, (per cui non è così corretto e agevole stabilire un parallelo tra vietcong e talebani) quello che io credo non otterrà mai l’Esercito Pakistano (forse perché non lo vuole in realtà ottenere, come peraltro suggerisce lo stesso Rampoldi) è di “sradicare” un fenomeno che può contare sulla complicità e sulla connivenza del territorio e di parte delle popolazioni locali, sia in virtù di questa forza e di questo radicamento interiore, che forse si basa anche sul terrore oltre che sulla conoscenza della cultura locale, sia in virtù del fatto che combattere la guerriglia ” (..) senza mettere gli stivali sul terreno” ma usando l’aviazione e l’esercito come se si trattasse di una guerra ordinaria, vuol dire gettare le basi di una sconfitta come per i Francesi in Indocina, per gli Americani in Vietnam e i Russi in Afghanistan.

    Tutto questo, condito dal sottofondo dello spettro dei codici nucleari a qualche centinaio di chilometri da qualche Mullah o qualche chilometro da una Madrassa predicante l’odio, fa venire veramente i brividi.

    I miei più sinceri complimenti a Rampoldi per il vivido nitore e l’emozione del suo interessantissimo reportage.

    Marco Pacchierotti

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