Peshawar, 25 Ottobre 2011. I paramilitari pakistani della Frontier Corps stanno in queste ore intensificando l’offensiva contro i militanti del Lashkar-i-Islam a Bara, suddivisione della Kyber Agency, area ad amministrazione tribale delle FATA (Federally Administered Tribal Areas), situata a ridosso del confine con l’Afghanistan. Dopo aver subito pesanti attacchi, le truppe hanno rafforzato i propri contingenti nella base di Salop a Malikdinkhel, ad un’ora e mezza da Peshawar, da cui saranno coordinate le operazioni di rastrellamento che si preannunciano cruciali per il controllo del territorio. Le violenze sono iniziate il 17 ottobre con una serie di imboscate messe a segno dagli uomini del Lashkar-i-Islam, gurppo legato ai Taliban pakistani e comandato da Mangal Bagh, con 12 soldati uccisi e almeno 15 feriti, mentre tra i militanti le vittime sarebbero 48. Negli scontri hanno perso la vita anche 9 civili e altrettanti feriti. Venerdì scorso, il 21 ottobre, in vista dell’avvio della controffensiva armata iniziata il 22, le Forze di Sicurezza avevano predisposto lo sgombero di alcuni centri abitati, in particolare le città di Nala e Mandikas. Agli abitanti, più di 300 famiglie quasi tutte di contadini, era stato concesso pochissimo tempo per lasciare le abitazioni, fissando come scadenza le 10 del mattino, per poi spostare il termine alle 15. “Abbiamo avuto modo di prendere poche cose, siamo partiti lasciando le case aperte, gli animali incustoditi, con i vestiti che avevamo addosso e pochi soldi”, ha raccontato Yar Afzal, 32enne giunto con la famiglia da Bara, e ora accolto al campo profughi di Jajluzai, vicino alla città di Newsera, 30 chilometri ad est di Peshwar. Nel corso delle operazioni di evacuazione, non sono stati messi a disposizione mezzi di alcun tipo per agevolare gli atibanti, i quali si sono dovuti arrangiare come potevano. Le rappresaglie dell’esercito sono iniziate il 22, e stando ai dati ufficiali, negli ultimi 4 giorni sono rimasti uccisi 34 militanti e arrestati 55 sospetti. Tre vittime e 8 feriti anche per l’esercito, cui si sommano 2 civili uccisi e 5 feriti. A conti fatti però, le ripetute operazioni messe a segno dalla Frontier Corps a Bara e nella remota Tyrah Valley, situata tra Pakistan e Afghanistan, non sono ancora bastate a mettere l’area al sicuro, quindi le prossime ore potrebbero essere decisive.

Mentre sulle montagne di Bara prosegue l’offensiva, a Jajluzai sono arrivati migliaia di nuovi civili in fuga dalle loro abitazioni con ogni mezzo, alcuni con taxi collettivi, altri su trattori, altri ancora su autobus strapieni. Noor Akbar Afridi, coordinatore del campo profughi, esteso su una superficie di 281 ettari, sostiene che sabato siano state accolte e registrate 738 famiglie (circa 7 persone ciascuna), domenica altre 899 famiglie e ieri circa 2000 famiglie. Migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini che vanno ad aggiungersi ai 27.887 profughi (5.350 famiglie) già ‘ospiti’ dell’enorme tendopoli, alcuni qui addirittura dal 2009, quando il governo pakistano avviò la prima offensiva armata contro i Taliban, lungo il delicato confine con l’Afghanistan. È il caso di Almas Khan, 45enne della tribù Stori Khel, e dell’omonimo Almas Khan di 50 anni della tribù Aka Khel, entrambi profughi di lunga data, per i quali la vita al campo rappresenta una routine fatta di attese per i pasti e di qualche chiacchiera con gli uomini della propria tribù. “Quando i Taliban arrivarono dissero che nessuno di noi doveva collaborare con l’esercito, e noi fummo costretti ad ubbidire. Nel periodo in cui erano al potere non avevamo scelta, si lavorava, si pregava e si tornava a casa. Pochi di noi avevano problemi, a patto di essere neutrali”, ha commentato Almas Khan degli Stori Khel. Diversa l’esperienza di Nigrar di 38 anni, membro del Lashkar (associazione, nel caso di combattenti) anti-Taliban di Khassadar: “qualche mese fa ero ad un posto di controllo con altri 30 compagni, facevo il turno di notte. A mezzanotte e mezza siamo stati attaccati dai Taliban, saranno stati 400 circa. Abbiamo perso 3 uomini, ma siamo riusciti a metterli in fuga. Se avessero conquistato la postazione saremmo stati tutti sgozzati”. Dopo il suo racconto, Nigrar punta il dito su un ragazzino taciturno, non avrà nemmeno 18 anni, dicendo che i Taliban gli hanno ucciso un fratello e il padre durante i lunghi combattimenti sulle montagne. A togliere la vita da queste parti però, non sono solo i pugnali e i proiettili dei Taliban, ma anche il cosiddetto fuoco amico. Akhtar Gul, 65enne della tribù Miah Noor Khel racconta di aver perso due nipoti, uno di 11 e l’altro di 7 anni, uccisi da un missile lanciato da un aereo drone americano e diretto contro presunti militanti. La nipotina di Kar Afzal invece è stata ferita da un colpo di artiglieria dell’esercito pakistano, indirizzato per errore contro la sua abitazione. “Aveva ferite molto gravi, ma ci hanno consentito di andare all’ospedale di Hayatabad solo 11 ore dopo”.

Il campo profughi di Jaljuzay è colmo di storie simili, destinate in gran parte a rimanere nei ricordi di chi le ha vissute. Ciò che invece scarseggia tra le tende dei rifugiati, sono le razioni di cibo, l’acqua potabile, le medicine e un barlume di prospettiva per il futuro. Contadini, boscaioli e lavoratori abituati da sempre a guadagnarsi la giornata con il duro lavoro, si trovano a vivere nell’inettitudine, limitando le proprie attività alla manutenzione delle tende, in un contesto in cui l’intimità della vita in famiglia, cruciale nella cultura islamica, è stata strozzata dalla contiguità forzata della vita nel campo. Nessuno sa quando tutto questo avrà fine, ma una cosa traspare senza dubbio dalle voci dei profughi, il fatto che il cammino verso casa deve iniziare con il primo passo: “se gli americani lasceranno l’Afghanistan le cose potranno finalmente sistemarsi, e noi tornare a casa. Inshallah”.

Rifugiati in Pakistan, da Peshawar al campo di Jailuzai

2 Responses to "Rifugiati in Pakistan, da Peshawar al campo di Jailuzai"

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  2. Marco Pacchierotti  26 ottobre 2011

    Tribù, nomadismo, militanti, campi profughi . . . da una prospettiva italiana questi concetti parrebbero remoti, ma sono tornati di attualità per le ondate migratorie nel Mediterraneo e per il rimescolamento di culture e di etnie che ne consegue. Ma questa – sebbene si tenda a dimenticarlo – è stata quasi sempre la realtà di una penisola dalla forma strana (e si che un Pakistano ti chiedeva “Italy is near Virginia” . . .) che così com’è – protesa e slanciata nel Mediterraneo – è stata per secoli crocevia di approdi, invasioni, fughe, colonizzazioni e contaminazioni, Ma toccare con mano la quotidianità di una precarietà (che non è quella di giovani italiani senza futuro o con scarse prospettive) fatta di necessità essenziali legate alla sopravvivenza deve essere qualcosa di toccante e per certi versi di amaramente oltraggioso. Pensare che con un decimo delle energie profuse a distruggersi o imporre l’un altro le proprie idee, credenze, culture, gli uomini potrebbero se non altro soddisfare i propri bisogni primari e fare fronte comune contro le catastrofi naturali, è una considerazione che lascia davvero l’amaro in bocca. Per certi versi, ti invidio Emanuele, perché credo che in situazioni particolari ed estreme come quelle che descrivi si capisca e si legga più nitidamente la condizione umana, che non occupandosi del boudoir dell'(im)potente di turno.

    Grazie ancora per queste tue cronache, non marziane come quelle di Ray Bradbury, ma certo molto lontane da noi e dalle nostre ristrettezze mentali.

    Marco Pacchierotti

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