Peshawar, 23 Ottobre 2011. Cari lettori, sono in questa città ormai da 3 lunghi giorni, e vi posso garantire che viverla da dentro, con un locale affidabile che ti porta ovunque (giornalista 25enne di nome Zhia) è un’esperienza davvero intensa. Fino ad ora ho avuto modo di intervistare profughi provenienti dalle aree tribali sconvolte dai combattimenti tra esercito e militanti, in particolare dal Sud Waziristan e dallo Swat. Ho ascoltato le voci di chi a Peshawar è nato e continua a vivere, cercando di condurre la propria bottega in uno degli intricati bazar cittadini, con il sorriso sulle labbra. Ho conosciuto formidabili cuochi esperti nell’arte della cottura alla brace, poi camerieri curiosi di conoscere la terra da cui provengo .. “Italy is close to Virginia?”, mi ha chiesto uno di loro.

Quella di ieri poi è stata una giornata particolarmente intensa, durante la quale ho avuto modo di visitare la principale madrasa (scuola coranica) di Peshawar, che è anche una delle più importanti madrasa del paese, dove studiano i talib (studenti, da non confondersi con i taliban! O meglio, Taliban deriva da ‘talib’, ma pochissimi studenti delle madrasa finiscono a sparare alle truppe Nato in Afghanistan). Accedere alle stanze e alle persone della struttura ha richiesto una trattativa diplomatica delicata ma sempre cordiale, dovuta alla comprensibile diffidenza di quanti nella madrasa vivono e lavorano, convinti che uno straniero non musulmano avrebbe difficoltà a cogliere e ad interpretare le loro regole, soprattutto se ‘armato’ di taccuino in cui appuntare quanto sente. Alla fine ho avuto accesso all’istituzione, ed è stata una lezione importante, dalla quale ho appreso molte cose (rimando a future pubblicazioni) e spezzato finalmente alcuni dei luoghi comuni che inibiscono una convivenza civile con l’Islam. Ho visto giovani barbuti seguire una lezione di informatica in una stanza piena di computer, seduti a terra con lo sguardo rivolto ad un insegnante ancora più barbuto impegnato in un spiegazione, con tanto di Google aperto a tutto schermo. Mi sono stati offerti biscotti e te verde, poi spiegate le loro posizioni in materia di tolleranza religiosa (la scuola confina con una chiesa cattolica e la sera non è raro che giovani cristiani giochino a cricket nel piazzale dell’edificio, assieme ai talib), di guerra e soprattutto di guerra santa. Ma di questo parleremo in seguito.

Nel pomeriggio è iniziata la parte più vivace della giornata, con una visita al mercato nero di Peshawar, situato a pochi chilometri dalla città, lungo la strada che porta al Kyber Pass. Immaginate un mercato rionale grande quanto due campi da calcio, con costruzioni a più piani intasate di negozi, botteghe e case da te, dove vengono offerti a prezzi molto convenienti mercanzie di ogni genere, dai televisori al plasma alle coperte in lana, poi cellulari, thermos cinesi e pugnali da guerra russi. L’unico comune denominatore è il fatto che il 99% di quella merce proviene da attività di contrabbando, fatto che rende il vorticoso shopping qui una sorta di grande orgia dell’illegalità. Con Zhia mi sono diretto subito nella pate che più mi interessava, quella in cui vengono venduti i prodotti di provenineza americana, rubati o dirottati dai container che riforniscono le basi in Afghanistan, oppure, come il mio allegro venditore ha sottolineato, ci sono persone corrotte “dall’altra parte” disposte a far fuoriscire un pò di mercanzia dai magazzini militari. Ecco che sulla moquette del negozietto in cui vengo accolto, in breve si ammucchiano cartuccere, cammel bag, zaini, giubbotti anti proiettile, ginocchiere, berretti, puntatori laser, mirini infrarossi, binocoli, pugnali di ogni genere e occhiali, tanti occhiali, tutti uguali a quelli in dotazione ai marines USA presenti in Afghanistan. La cosa mi ha colpito molto, ma non posso negare di essermi divertito ad ascoltare le spiegazioni dei negozianti, talmente abituati a questo stile di vita, al fatto di trattare mercanzie contrabbandate, da vuotare il sacco senza alcun ritegno. Un momento esilarante è stato l’arrivo di due grossi pugnali di “alta qualità” in dotazion, dicono, all’esercito cinese, considerati un fiore all’occhiello rispetto a quelli visti in precendenza, di provenienza amerciana e russa. Le due armi (pugnali lunghi 15 cm uno, almeno 30 cm l’altro) sono state sfoderate davanti ai miei occhi, spolverate e presentate a dovere, salvo ripotare alla base dell’impugnatura la scritta Made in Italy. A quel punto non ho potuto evitare di spiegare la differenza tra Italia e Cina, nonché quella sottile rivalità esistente tra Made in Italiy e Made in China. Ad ogni modo, questo mercato sorge al confine tra l’amministrazione di Peshawar e la Kyber Agency, zona tribale in cui le leggi pakistane non hanno alcun valore, nemmeno in materia di tasse, viabilità stradale, risoluzione dei conflitti, commercio o valore della vita altrui. Parlo di un Far West in versione centro asiatica, dove la stabilità in tempi di non guerra con l’America, è basata su alleanze strategiche tra le varie tribù, da farsi e disfarsi senza particolari scrupoli, creando una situazione di incertezza e pericolo costanti, segnate da infiniti episodi di violenza. Da queste parti onore e vendetta danno il ‘la’ alla vita di ogni uomo, e non esiste sgarbo, offesa o aggressione che possa essere perdonata, per cui qui vige un regime di rappresaglia continua, e la pace è una condizione sconosciuta.  

Alla prossima per altri aggiornamenti

One Response to "Peshawar, shopping al mercato nero USA"

  1. Marco Pacchierotti  24 ottobre 2011

    La parte che mi ha più incuriosito di questo articolo sta proprio nel non-detto (che a volte si rimanda ad altra occasione, altre volte semplicemente è meglo non sia detto, vuoi per non rilevare le proprie fonti, vuoi per non bruciarsi future opportunità). Credo che riuscire ad entrare in una Madrasa per un non-pakistano e non musulmano (credo di non sbagliarmi Emanuele, dicendo questo, ma non si sa mai) sia di per sé un’impresa che merita la nostra riconoscenza nei tuoi confronti. Da una lontana provincia dell’Impero Americano di Occidente una madrasa (ma mi pare di aver visto anche la versione con due “s” e cioè madrassa) è un covo di futuri integralisti, destinati a diventare terroristi e bene hai fatto a mio parere, Emanuele, a fare le precisazioni che hai fatto nell’articoli. Spesso si demonizza ciò che non si conosce o semplicemente quello che vediamo come attraverso una lente deformante, quindi ben vengano questi tuoi contributi. Sono perciò particolarmente curioso di altre tue future pubblicazioni sull’argomento. Ancora complimenti e continua su questa strada.

    Marco Pacchierotti

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