Di Giordano Stabile, La Stampa

Islamabad, 25 aprile 2009. Quella che una volta era la turbolenta «area tribale», l’anarchica provincia del Nord-talebanOvest del Pakistan, dove da sempre decine di capitribù si dividevano i magri redditi dei commerci leciti e illeciti di confine, e spesso regolavano i conti col kalashnikov, si sta rapidamente trasformando in uno nuovo Stato, compatto e ordinato, retto dalle armi dei taleban e da una sharia rigida e implacabile. I guerriglieri barbuti e col turbante girano da ieri indisturbati in tutto il distretto di Buner, un milione di abitanti, una valle popolosa dove le aspre montagne che confinano con l’Afghanistan si addolciscono e declinano verso Peshawar e la Valle dell’Indo. Gli insorti sono oramai a meno di 100 chilometri da Islamabad e non c’è una vera opposizione del governo centrale alla loro avanzata. Ieri pomeriggio dalla capitale è partito un convoglio con lo scopo non chiarissimo «di sorvegliare le infrastrutture».

I sei plotoni del Frontier Constabulary sono stati però intercettati dai militanti islamisti, un agente è stato ucciso, un altro ferito. Della presenza dell’esercito non c’è menzione né testimonianza. L’imposizione della legge islamica è solo questione di ore e le donne non accompagnate sono già sparite dalle strade. La conquista senza colpo ferire di Buner è una minaccia gravissima «alla stessa sopravvivenza del Pakistan», come paventava mercoledì il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Il Pakistan, che prende il nome dalle iniziali dei principali gruppi etnici che lo popolano, sta perdendo la «a» degli afghani (o più precisamente pashtun) predominanti nella provincia tribale. Il punto di svolta è stato l’accordo dello scorso febbraio con il quale il presidente pakistano Ali Asif Zardari dava il via libera all’imposizione della sharia nella valle dello Swat, la «Svizzera» della provincia del Nord-Ovest, in cambio della fine delle ostilità e una tregua duratura. La valle era già militarmente nelle mani dei taleban. A febbraio Zardari festeggiava il primo anno della presidenza che ha segnato il ritorno del potere nelle mani di un civile – in un Paese che possiede tra l’altro una trentina di bombe atomiche – dopo la decennale dittatura del generale Pervez Musharraf.

Gli ultimi anni di Musharraf, sotto la spinta di Washington, avevano segnato però il primo tentativo serio di riprendere il controllo della provincia ribelle, oramai la base logistica di retrovia per gli insorti taleban in Afghanistan. Washington ha garantito la transizione, ma in cambio si aspettava che l’esercito continuasse ad avanzare nelle valli del Nord. Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, si è invece in qualche modo smarcato dal patto. La nuova linea del governo centrale nei confronti degli estremisti è dettata anche dai delicati equilibri etnici tra punjabi, sindh, pashtun. Zardari ha bisogno di puntellarsi ai potentati locali e uno degli uomini forti, e di sua massima fiducia, è il pashtun Owais Ahmad Ghani, già governatore del Beluchistan e da pochi mesi a capo della provincia del Nord-ovest. Ghani ha mediato tra Islamabad e i taleban nella valle dello Swat ed è il massimo propugnatore di una «soluzione politica», che significa sharia e libertà di movimento dei guerriglieri in cambio dell’incolumità per i rappresentati del potere centrale. La casa del governatore è decorata con murales che illustrano Alessandro Magno come mitico progenitore dei pashstun. Il Macedone arrivò con le sue falangi all’Indo e oltre, fino al fiume Ifasi. Non si sa quali siano le ambizioni finali dei taleban pashtun, ma ora sono il maggior incubo degli Usa e dei suoi alleati. Ieri, ancora più a Est, alla periferia di Peshawar, gli insorti hanno attaccato un deposito di carburante della Nato, incendiando le autobotti pronte a partire per l’Afghanistan.

L’80 per cento dei rifornimenti per le truppe dell’Isaf che combattono i taleban, sempre più vicini a Kabul, arrivano dal Pakistan. Il Segretario alla Difesa statunitense, Robert Gates ha alzato la voce: «Il governo pachistano deve adottare le misure necessarie per neutralizzare la minaccia dei taleban», ha dichiarato in una conferenza stampa alla base militare di Camp Lejeune, nella Carolina del Nord. Un pugno di poliziotti, come quelli mandati ieri da Islamabad a contrastare i guerriglieri, non sembrano la misura sufficiente, né un segnale che i rimproveri sempre più aspri che arrivano dall’America abbiano fatto breccia.

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