Karachi, 16 Maggio 2011. Il blitz con cui i Navi Seal americani sono riusciti ad uccidere Osama Bin Laden, garantendo qualche chance di sopravvivenza in più al governo Obama, potrebbe aver segnato la fine della cooperazione Stati Uniti – Pakistan nella lotta al terrorismo. Lo si evince dalle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal premier pakistano Yousuf Raza Gilani. Facendo seguito al crescente disappunto della popolazione per l’operazione ordinata da Washington al fine di eliminare il leader di Al Quaeda, il primo Ministro ha annunciato la cessazione di ogni collaborazione tra l’ISI (Inter Service Intelligence), i discussi servizi segreti pakistani, e la CIA. “Non sono un dittatore militare, sono una personalità politica – ha dichiarato al Time Magazine -, se l’opinione pubblica è contro di voi (riferendo agli USA), allora non posso resisterle e stare con voi. Devo stare con l’opinione pubblica”. E’ evidente che il blitz di Abbottabad, avvenuto nella massima segretezza, ha danneggiato non poco l’immagine di Gilani e i suoi, passati agli occhi del mondo come partner inaffidabili da tenere all’oscuro, mentre all’interno del Paese, il ‘tradimento’ degli alleati americani ha aggravato la fragilità del governo, esponendolo alle sferzate di quanti da sempre criticano l’accondiscendenza di Islamabad verso gli Stati Uniti. Fino a quando a morire erano presunti Taliban o civili senza nome in qualche radura nelle aree tribali, freddati dalle bombe intelligenti dei droni americani sguinzagliati senza autorizzazione oltre la Linea Durand, lo smacco era gestibile. Bastava qualche colpo di tosse accennato ai microfoni dei media nazionali, la pretesa di scuse ufficiali, magari una donazione in dollari per costruire case sopra i crateri delle esplosioni, e Gilani usciva dall’ennesima bufera limitando i danni. La morte del numero uno però, di quell’Osama Bin Laden che tanto ha turbato i sogni di George W. Bush, ha avuto un’onda d’urto ingestible, tale da rende necessaria una presa di posizione forte. “Vorremmo sapere perché hanno agito unilateralmente – ha aggiunto Gilani -. Se stiamo combattendo una guerra assieme, dobbiamo lavorare assieme. Sin dall’inizio la mia politica è stata sul dialogo, sviluppo e deterrenza… le soluzioni militari non possono essere permanenti, serve una soluzione politica, una via di uscita”.

L’allontanamento ISI-CIA annunciato dal premier pakistano, rischia però di indebolire gli argini con cui il governo sta cercando di controllare l’escalation del terrorismo interno. L’appoggio strategico, le strumentazioni e ovviamente i dollari americani servono in ogni caso ad Islamabad per evitare che il Paese finisca nel caos. Per questo, la rottura totale con Washington non potrà esserci, non coviene al Pakistan e di certo non conviene agli Stati Uniti. Ecco che Gilani ha lasciato uno spiraglio aperto, chiedendo spiegazioni chiare e la ricostituzione di quella fiducia venuta a mancare verso gli Usa. Il premier ha poi sottolineato la sua disponibilità a rinegoziare i termini del programma della CIA, basato sulla strategia dei droni come strumenti indispensabili per la lotta al terrorismo. Probabilmente conscio di avere un ‘credito’ aperto nei confronti di Washington, Gilani ha palesato la possiblità di utilizzare ancora i bombardieri telecomandati (più sofisticati che precisi), a patto che la tecnologia “sia trasferita a noi”, sebbene sotto la supervisione della CIA. Si tratterebbe ovviamente di una new entry negli arsenali pakistani, utile da sfoggiare altrove, anche lontano dalle zone in cui si ritiene stia proliferando il terrorismo internazionale, magari nel Sudovest, contro i ribelli del Beluchistan, oppure ad Est, lungo il confine con il nemico di sempre, l’India.

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