Islamabad, 8 Giugno 2011. Qualche giorno fa mi è capitato di dare una scorsa alle notizie riguardanti il Pakistan, diffuse da alcuni media internazionali. Ho trovato una serie di spunti interessanti su Foreign Policy, dove veniva proposto un articolo che a dire il vero sapeva un pò di marchetta, riguardante le azioni intraprese da USAID (United States Agency for Intrnational Develoment) per sostenere la crescita, o meglio il cammino verso un equilibrio accettabile del Pakistan. A parere mio, come detto, lo scopo principale del pezzo era dare sfoggio agli sforzi e al lavoro dell’organizzazione statunitense a favore di Islamabad e dintorni. Cifre e fatti hanno evidenziato come dal 2009 siano stati attivati molti programmi, per l’aumento della capacità energetica del Paese con altri 500 MW finanziati dagli USA, poi 1,7 miliardi di dollari a supporto delle popolazioni civili, attività per la creazione di nuovi posti di lavoro e così via. Facendo un pò lo slalom tra le cifre e i numeri però, sono riuscito a cogliere le priorità reali per il futuro del Pakistan, tutte o quasi svincolate da quello che sembra essere l’unico grande problema del Paese: il terrorismo. Vero che la degenerazione degli ultimi mesi, segnata da esplosioni, uccisioni, rapimenti, attacchi, rappresaglie e tanti, troppi attentati, è giunta a forza in cima alla lista delle priorità, tuttavia limitarsi a colpire con bombe e armi i temuti “estremisti, fanatici, terroristi” è un sollievo parziale, che non estirpa il male alla radice. E’ come falciare l’erba infestante e pretendere che non ricresca! In realtà, le fondamenta delle cosiddette “architetture del terrorismo” basano su un solido strato di miseria, aggravata lo scorso anno dalle devastanti alluvioni che hanno messo in ginocchio il Pakistan, senza che sia ancora riuscito a rialzarsi. Ed è qui che l’USAID è entrato in gioco, assieme ad altri organismi internazionali, attivando una serie di programmi in appogio al governo di Islamabad, mai come ora bisognoso di supporto, e non solo, come sembra credere Washington, nel rafforzamento degli arsenali da destinare all’anti-terrorismo. Sforzi enormi sono stati fatti e dovranno essere fatti per ridare una fisionomia (leggasi produttività) alle campagne sfigurate dalle alluvioni. Quella delle terre coltivabili è una problematica cruciale, in quanto la stessa economia pakistana dipende dalle attività agricole in generale, cui deriva il 21% del PIL, dando lavoro al 44% della popolazione. La situazione già drammatica è precipitata nel 2010, quando le alluvioni hanno privato di terre e sostentamento almeno 20 milioni di cittadini. Come immaginabile, la disoccupazione è cresciuta rapidamente, al pari della frustrazione di milioni di giovani privi di prospettive certe per il futuro, tanto sui campi quanto nei college delle metropoli pakistane. Il supporto internazionale è giunto massiccio, prima sotto forma di donazioni in danaro, le quali, come spesso è accaduto in Pakistan, sono passate attraverso i tunnel del sistema uscendone ridimensionate, per essere infine destinate senza metodo. Poi è stato il tempo degli aiuti concreti, composti da sementi iper-produttive di provenienza americana, in grado, si legge su Foreign Policy, di originare un 60% in più di raccolto rispetto a quelle tradizoinali. E’ da vedere poi quanto andranno ad impoverire i terreni, e quanti pesticidi dovranno essere impiegati prima di arrivare al raccolto… considerazioni sicuramente non trascurate dai facoltosi benefattori. Comunque sia, a ridosso sono arrivate zappe, vanghe, rastrelli e aratri per lavorare la terra, infine bestiame, da traino e per gli allevamenti. A conti fatti, un anno dopo sembra che il 25% di quei 20 milioni di individui colpiti abbiano avuto accesso agli aiuti, risultato degno di nota, ma non ancora sufficiente a stabilizzare l’economia base del Paese e sfoltire le tendopoli di profughi che ancora affollano le periferie della capitale e dei centri più importanti.

Mi rendo conto che nessuna organizzazione al mondo, nemmeno americana, possa da sola aggiustare in un anno i danni provocati da una calamità naturale di proporzioni bibliche, anzi, mettendomi una mano sul cuore credo sia giusto elogiare il lavoro svolto da USAID e compangni. Tuttavia, non posso accettare con un bel sorriso sulle labbra quanto sta accadendo in Pakistan (la cui situazione è un riflesso della guerra in Afghanistan), dove l’esercito USA continua a spargere bombe e armi con la destra, per porgere i cerotti con la sinistra.

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