Rawalpindi, 9 Agosto 2011. Le autorità militari pakistane sono fortemente preoccupate per l’escalation di violenze che sta travolgendo Karachi. E’ quanto emerge dalle dichiarazioni del Generale in Capo dell’esercito Ashfaq Pervaiz Kayani, rilasciate lunedì scorso durante una conferenza sugli affari interni avvenuta a Rawalpindi. Le violenze scoppiate qualche settimana fa (sebbene in realtà si fosse trattato di una ripresa, visto che nella capitale economica del Pakistan negli ultimi 7 mesi hanno perso la vita circa 800 persone), continuano in una spirale continua fatta di scontri tra bande rivali, etnie diverse e fazioni politiche (che spesso si intersecano creando fazioni omogenee composte anche da centinaia di ‘combattenti’), uccisioni e rappresaglie, con forti perdite anche tra i cittadini innocenti. Nemmeno l’aumento delle truppe di stanza a Karachi è bastato ad alleviare le tensioni, e come spesso accade in Pakistan e dintorni, la presenza dei militari in alcuni casi ha aggravato la situazione.

Per le autorità si prospetta una decisione molto critica, ovvero individuare una via di uscita dal circolo di violenze in atto. Secondo gli stessi militari e gli esperti, la prima linea difensiva dovrebbe essere costituita dalle stazioni di polizia locali, le quali al momento sono del tutto impreparate a fronteggiare una situazione tanto grave. Cosa peggiore, non di rado ciascuna di queste centrali è legata all’una o all’altra fazione in lotta, fungendo quindi da ago della bilancia nell’andamento degli scontri, se non addirittura come rifugio per i criminali. Del resto è noto come in Pakistan il confine tra illegalità e legalità non dipenda di certo dagli abiti o dalle divise indossate. Corruzione e collusione con le organizzazioni criminali sono la norma tra i ranghi di polizia ed esercito, così come all’interno dei salotti della politica. Si aggiunge poi il fenomeno del nepotismo, che anno dopo anno ha portato alle cariche direttive e decisionali una schiera di individui poco inclini alla professione,  non di rado legati all’uno o all’altro dei gruppi che in queste ore si stanno dando battaglia sulle strade di Karachi. “Queste stazioni di polizia devono essere soccorse per soccorrere Karachi”, si legge in un’analisi pubblicata dal quotidiano Dawn, dove viene anche richiesta la creazione di una commissione incaricata di individuare gli anelli deboli della catena, per poter quindi intervenire in modo diretto e risolutivo. La stessa fonte sottolinea il fatto che il 70% delle stazioni di polizia presenti nella metropoli siano compromesse, nel senso che la loro presenza non può in alcun modo contribuire a salvare delle vite umane quando necessario. Aggiungiamo il fatto che ciacuna stazione di polizia dispone di arsenali limitatissimi, poche munizioni e se non bastasse, buona parte del personale è incapace di utilizzare le armi in dotazione. Diversamente, i criminali da fronteggiare sono veri e propri combattenti, addestrati e forgiati dalla strada, muniti di armi moderne con cui fronteggiare conflitti anche lunghi, come sta effettivamente accadendo nella metropoli pakistana. Stando alle stime pubblicate in uno studio ufficiale, a Karachi esisterebbero circa 20 milioni di armi illegali, distribuite tra le varie fazioni in lotta, le quali schierano almeno 5.000 assassini ‘certificati’ (dei quali è certa l’attività), in gran parte tutelati da protezione politica.

La gravità dell’insorgenza di Karachi, viene spesso paragonata a quella in corso con i Taliban nelle FATA e nella NWFP lungo la Linea Durrand, e talvolta risulta difficile distinguere un fronte dall’altro in quanto a brutalità e violenza. La vera distinzione tra i due conflitti riguarda le motivazioni che muovono i rispettivi combattenti sul campo: l’imposizione di principi religiosi per i Taliban; potere politico e controllo del territorio per le ‘gang’ di Karachi. Inutile dire come il perdurare degli squilibri nella capitale economica del Pakistan si riperquotano inevitabilmente sulla stabilità del Paese e sulle prospettive di sviluppo del sistema economico nazionale, che di certo non sta vivendo un periodo florido. Con queste premesse, i sedicenti contingenti ‘di pace’ occidentali, che da un decennio stanno contribuendo alle guerre in corso in Afghanistan e in Pakistan, forse dovrebbero scaricare di bombe ‘intelligenti’ i droni senza pilota inviati sui celi della Linea Durand, e destinare qualche miliardo di dollari in aiuti concreti per ristabilire l’ordine a Karachi, mai come ora vera cartina al tornasole degli equilibri della più instabile potenza nucleare al mondo.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.