Peshawar, 21 Ottobre 2011. Ciao a tutti, scrivo un aggiornamento volante dalla mia stanza d’albergo (sperando la connessione tenga) dall’affascinante Peshawar. “Città di Confine” è il significato del nome dato alla capitale delle province di Nordovest, situata a pochi passi dal Kyber Pass, la finestra che collega il Pakistan all’Afghanistan. Non posso negare l’emozione di trovarmi nel luogo in cui negli ultimi 3000 anni sono passati  sovrani e condottieri di mezzo mondo, come Alessandro Magno (si fermò nella sua grandiosa corsa all’India pochi chilometri più a Sud), Gengis Khan, Tamerlano, i Persiani, i Mughal, gli inglesi, i russi e ora si stanno imbrigliando nelle trame di questa complessa società anche gli americani. A poche ore dal mio arrivo, l’impressione generale è di una città complessa, abitata da gente proveniente da ogni parte dell’Asia Centrale, con culture, lingue e tradizioni diverse tra loro, fatto che rende le strade e i bazar un ‘melting pot’ affascinante. Il clima è disteso, sebbene la posizione strategica a ridosso del confine, la consapevolezza che a pochi chilometri da qui si combatte quotidianamente, e la presenza di cospicui contingenti miltari, facciano sentire il loro peso. Nel recente passato, la città è stata teatro di scontri, attentati e violenze, ma ora sembra le cose stiano migliorando. Conseguenza dei progressi compiuti dall’esercito pakistano, il quale è ormai riuscito a controllare le zone tribali a ridosso della Durand Line, il confine con l’Afghanistan, dove i gruppi di militanti erano e sono più attivi, costringendoli a ritirarsi oltre la frontiera, dando comunque loro la possibilità di riorganizzarsi prima di tornare a colpire in Pakistan. Se nel passato la strategia dei gruppi di guerriglia era basata su solidi appoggi nel territorio, come il caso dei Taliban pakistani operanti in Swatt, oggigiorno la situazione è mutata e la fuga (o il trasferimento) di questi combattenti in Afghanistan ha scombinato le carte in tavola, avviando un periodo di contro offensive basate su incursioni rapide in Pakistan, per colpire obbiettivi prestabiliti (in genere postazioni dell’esercito o autorità) e rifuggire dall’altra parte della Linea Durand. Vero anche che, da queste parti, il concetto di ‘frontiera’ è una mera formalità, o se vogliamo, dal punto di vista strategico è un limite soprattutto per i soldati pakistani i quali devono rispettare gli spazi e non possono, per ora, intervenire in territorio Afghano. Diversamente, per gli abitanti del luogo la Linea Durand non ha alcun valore e da sempre pastori, commercianti, viaggiatori e combattenti delle zone di Nordovest vanno e vengono dall’Afghanistan senza bisogno di visti o senza dover sottostare a particolari controlli. Ne risulta per loro una maggiore sicurezza in tempi bui come quelli attuali, e la possibilità di agire con una certa efficacia ai danni dell’esercito pakistano. Un ultimo elemento colto con chiarezza parlando con persone informate in città, è il fatto che la gente di qui è abituata da secoli alla guerra e alla violenza. Le faide, i conflitti, le vendette e le aggressioni non sono una ‘scocciatura’ da superare e lasciarsi alle spalle, ma rappresentano la norma, sono insiti nella cultura locale. Per questa ragione, è impossibile pensare ad un disarmo o peggio ancora allo smantellamento di questi gruppi armati, ma è forse più opportuno puntare sulla carta del dialogo e magari con qualche concessione si giungerà ad un periodo di relativa stabilità, almeno agli occhi dell’Occidente.

Venendo alla cronaca, dopo una serie di incursioni e attacchi da parte di guerriglieri nella zona di Bara, nelle FATA (Zone Federali ad Amministrazione Tribale; Pakistan), ieri l’esercito ha attuato la prima fase di una contro offensiva che si preannuncia cruciale per il controllo dell’area. L’azione ha visto lo sgombero dei civili nelle cittadine di Nala e Mandikas, avvenuto entro le 15 del pomeriggio. Gli ordini sono stati impartiti da mezzi dell’esercito fatti circolare per la città, e dagli altoparlanti delle moschee. In tutto sembra siano state spostate 300 famiglie. In questa zona, abitata dagli Afridi, sono state concentrate ingenti forze dell’esercito, inclusi blindati e artiglieria, al momento organizzati nel forte di Salop a Malikdinkhel, da dove dovrebbero presto avere avvio le operazioni. Muhammad Omar, portavoce del gruppo di guerriglia operante nella zona, il Lashkar-e-Islam, ha dichiarato ai reporter di The News che alcune delle abitazioni evacuate sono state occupate dai militanti, promettendo di “combattere con tutte le forze se l’esercito dovesse arrivare”.

A presto per il prossimo aggiornamento.

3 Responses to "In diretta da Peshawar. Al via offensiva militare a Bara"

  1. Marco Pacchierotti  24 ottobre 2011

    La ricchezza sta molto spesso nella diversità: e questo vale tanto per la cultura del sub-continente indiano che per la molteplcitià di voci e di sfumature alle quali si deve necessariamente ricorre per raccontarlo e viverlo in profondità. Proprio in questo sta a mio parere uno dei punti di forzi di Indika. Grazie ancora ed alla prossima.

  2. Emanuele Confortin  23 ottobre 2011

    Ciao Marco,

    se non sbaglio non sei nuovi al nostro sito, quindi ti ringrazio per la fedeltà e per i favolosi apprezzamenti, non da ultimo per l’acume che ti caratterizza. Ebbene si, Indika non è nata come una piattaforma in cui ‘gettare’ notizie (sebbene spesso vi finiscano notizie spot, cosa inevitabile), ma si propone come uno spazio in cui approfondire tematiche di diversa natura, alcune trattate dal sottoscritto preferendo geopolitica, attualità e aree di crisi del Subcontinente Indo-Pakistano, altre focalizzate soprattutto su temi culturali e di ricerca, ambiti in cui Monica negli anni ha maturato esperienze di spessore. Uno dei punti cardine del nostro lavoro, come tu sottolinei, è la ricerca sul campo, sia questa di tipo scientifico o giornlaistica. Ciò ci distingue dagli altri, anche grazie ai preziosi contributi degli Amici di Indika, che stanno trasformando il blog in una sorta di rivista di approfondimento, informazione e cultura, anche se non abbiamo ancora il ‘coraggio’ di chiamarla in questo modo. Quindi grazie e buona lettura da Peshawar.

  3. Marco Pacchierotti  22 ottobre 2011

    Salve Emanuele, segue questo vostro blog, tuo e di Monica, da diverso tempo per una serie di motivi, culturali e professionali, dovendomi occupare di Sicurezza per colleghi che possono trovarsi a lavorare in India e Pakistan. Trovo molto interessante la commistione e la contaminazione di generi che emerge dal taglio dato al vostro blog, dalla ricerca prettamente culturale e di storia dell’arte e del pensiero a quella di una testimonianza sulla attuale realtà. Mi pare poi molto valido che possiate e vogliate ospirare i contribuiti di quelli che giustamente “Amici di Indika” con interventi spesso illuminanti e che fanno da controcanto al lavoro tuo e di Monica.

    In particolare sto seguendo questa tua ultima nuova esperienza in Pakistan alla scoperta di quella che tu stesso hai definito “l’altra faccia della Luna” e che con espressione presa in prestito dalla cultura inglese e dallo storico Basil Liddel Hart, definieri anche “the other side of the hill” (che se non erro era anche il titolo di un suo interessantissimo libro-intervista ai generali tedeschi nella immediata conclusione della II Guerra Mondiale, a significare la ricerca di capire cosa il “nemico” dall’altra parte della collina, pensasse).

    Il tratto migliore è qualificante di un reportage come questo è quello di dare vita ad un vero e proprio quadro corale umano e culturale, che pur riferendo di eventi di cronaca geo-politica e – ahinoi, anzi ahiloro – anche bellica – non trascura ed anzi esalta la ricchezza di questa terra dal punto di vista della conoscenza dell’altro da sé. Troppo spesso accostandosi a realtà come quella Pakistana ed in Indiana si commette un peccato di superbia o di ignoranza cercando di ricondurre tutto alle categorie a noi familiari con il rischio di perdere il vero sapore della specificità di queste terre e della loro ricchissima storia.

    Per questo lascio questa mia breve testimonianza per ringraziarvi del vosto lavoro ed impegno che parte innanzi tutto e soprattutto da voi e dalla passione intima per il desiderio di scoperta e di “intelligenza” (proprio da intelligo) di quello che è diverso da noi e spesso gravato da stereotipi duri a morire. Grazie ancora e continuate, con la stessa intatta passione, su questa strada ed ancora comlimenti.

    Marco Pacchieroti

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