Benazir BhuttoMancano pochi giorni al 18 febbraio, quando in Pakistan milioni di cittadini saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo premier. Dopo anni di dittatura militare guidata da Pervez Musharraf, andato al potere con un colpo di stato nel ’99, le elezioni che dovrebbero rappresentare una svolta democratica per il futuro del Pakistan rischiano di scatenare la guerra civile. Lo sanno i politici di Islamabad, lo temono gli abitanti del Paese islamico così come le autorità internazionali, Stati Uniti tra tutti, per i quali esiste il rischio fondato che uno dei diversi gruppi di estremisti operanti nelle aree tribali possa avere accesso agli armamenti nucleari, custoditi nelle basi disseminate sul territorio. Sebbene il Governo pakistano cerchi di sgonfiare la cosiddetta sindrome delle Bomba Islamica, assicurando la totale sicurezza degli arsenali, la preoccupazione cresce assieme ai gravi disordini interni. Statistiche alla mano, il 2007 è stato per il Pakistan l’anno più sanguinoso dalla presa del potere di Musharraf, costato la vita a 3599 individui, più del doppio rispetto al 2006, con un picco impressionante di 1703 vittime negli ultimi 3 mesi. Malgrado questi ‘effetti collaterali’ fossero prevedibili in vista delle elezioni, lo scenario ha assunto una fisionomia diversa il 27 dicembre, giorno dell’assassinio di Benazir Bhutto leader del Partito Popolare Pakistano (Ppp), considerato la prima forza di opposizione nonché unica alternativa democratica in grado di governare il Paese. Inevitabili scontri e violenze, che hanno portato il Pakistan ad un soffio dalla guerra civile, emergenza non ancora rientrata e che rischia di esplodere in caso di elezioni farsa o di un altro colpo di stato. Ad oggi, sebbene i sospetti si sprechino, l’identità dei mandanti dell’omicidio rimane un mistero, intanto Musharraf (uno degli indiziati) durante la recente visita a Bruxelles si è affrettato a promettere elezioni “libere e trasparenti”. Contraddicendosi subito dopo, affermando che “i media occidentali dovrebbero comprendere la difficile situazione del Pakistan, e rinunciare a questa ‘ossessione’ per la democrazia”.
A questo punto, la nostra riflessione ci riporta ad ottobre, quando, con il rientro sulla scena politica della Bhutto, il Ppp aveva acquisito crescente popolarità, ai danni di Musharraf e della sua Pakistan Muslim League, per il quale ora come allora le possibilità di vincere le elezioni sono minime. Quindi, siccome l’omicidio Bhutto ha ulteriormente avvicinato il Ppp agli elettori, per Musharraf l’unica chance di mantenere il potere sarebbe data dal perdurare degli scontri e delle violenze, tali da giustificare la nuova imposizione della legge marziale. Tuttavia, considerando che l’esercito pakistano già fatica a contenere le offensive dei Talebani Pakistani nelle aree tribali del Sud Waziristan (confine con l’Afghanistan), difficilmente riuscirebbe a fronteggiare una guerra civile. Ecco che, esaurita l’efficacia della soluzione militare, si tornerebbe presto alla questione cruciale: a chi affidare la guida del Paese? Secondo Hassan Abbas, ex politico pakistano intervistato dall’Asia Times On-line, in caso di elezioni politiche regolari, prima dell’assassinio della Bhutto, il 50% dei voti sarebbe andato al Ppp, il 20% al Pml-n (Pakistan Muslim League N) dell’ex premier Nawaz Sharif, mentre alla Lega di Musharraf non più del 10%. Dando per scontata la coalizione tra i due partiti di opposizione, Musharraf sarebbe sicuramente fuori dal gioco. Epilogo auspicato anche dagli Usa e dall’occidente, delusi dalla sua incapacità di controllare l’operato dell’Inter Service Intelligence (Isi), i servizi segreti pakistani, da sempre legati alle fazioni terroristiche del nord. In conclusione, la partita del 18 febbraio sembra destinata ad un testa a testa tra il vedovo della Bhutto, Ali Zerdari per il Ppp (in attesa che il figlio Bilawal, successore designato, concluda gli studi ad Oxford) e Nawaz Sharif per la Pml-N. A controbilanciare l’alternativa democratica (e filo Usa) del Ppp, ci pensa il Pml-N di Sharif, non proprio amato dai leader occidentali, ma forse l’unico in grado di esercitare il proprio potere tra i vertici militari (Isi incluso), nei feudi tribali del nord e all’interno della popolazione. Previo benestare degli Usa, si intende.
Articolo pubblicato su Area7 (www.area7.ch).


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One Response to "Il futuro del Pakistan al bivio: democrazia o guerra civile. La decisione spetta agli elettori"

  1. Priscilla  29 ottobre 2008

    Well written article.

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