Articolo tratto da Repubblica, di Guido Rampoldi

Kabul 27 luglio 209. Quanto più si avvicinano le elezioni presidenziali del 20 agosto, tanto più inasprisce lo scontro afgano. Nel sud americani e Nato hanno messo in campo i rinforzi, grosso modo quindicimila uomini.

Elections in AfghanistanMa i Taliban si sono sottratti alla battaglia campale e stanno contrattaccando altrove con il loro ingegnoso arsenale: gli ordigni sempre più potenti con cui fanno saltare anche i blindati italiani; e i kamikaze fabbricati in Pakistan, uomini-pallottola di cui sembrano avere una disponibilità illimitata. Non si può dire che l’offensiva occidentale stia andando bene. Chi torna dal sud racconta che i Taliban si nascondono dentro una popolazione più terrorizzata che solidale. Evitano i rischi, e intanto incassano tangenti dai trasportatori pachistani che arrivano da Quetta con gli approvvigionamenti per le truppe Nato.

Potremmo concludere che al momento il successo è loro. Ma la battaglia in corso ha una dimensione più simbolica che militare, e dunque va giudicata con parametri più complicati. Il suo territorio principale è l’opinione pubblica occidentale, cui gli uni vogliono dimostrare che la guerra della Nato è persa, e non vale la vita dei nostri soldati; gli altri, all’opposto, che la situazione comincia a migliorare, tanto che è possibile tenere autentiche elezioni. Magari non correttissime, ma credibili.

I Taliban sanno che tra le file della Nato affiora un certo scoramento. Alcuni tra i contingenti più segnati dalla guerra hanno annunciato il ritiro. L’anno prossimo gli olandesi (600 uomini, 19 morti) lasceranno una delle province più pericolose dell’Afghanistan meridionale, l’Oruzgan, e al momento non c’è un altro contingente disposto a rimpiazzarli. I notabili del luogo si sono riuniti e hanno annunciato, perché non restino dubbi, che se gli olandesi se ne vanno, partirà con loro una parte della popolazione; e chi resterà si consegnerà ai Taliban e farà atto di sottomissione. Settemila bambine non andranno più a scuola.

Chiuderanno ginnasi e licei, i maschi potranno studiare solo nelle moschee. Nel 2011 dovrebbero partire da Kandahar i canadesi, un contingente quasi decimato (125 morti). Presto potrebbero tentennare altri occidentali.

Ma anche tra i Taliban il morale non pare altissimo. Dopo cinque anni di guerra i distretti che controllano sono appena 10 su 350, stima Unama, la missione Onu in Afghanistan. Non è un bilancio entusiasmante, e conferma che la popolazione non è affatto dalla loro parte. Però in altri 165 distretti il governo afgano incontra problemi nell’esercitare la propria autorità: insomma metà del Paese bordeggia il caos, o comunque è esposto alle incursioni della guerriglia.

Gli attacchi sono aumentati da quando il mullah Omar ha ordinato di sabotare le elezioni perché, ha detto, “i candidati più importanti sono stati selezionati da Washington”. L’impegno e i metodi con i quali le bande guerrigliere svolgono la loro missione variano da provincia a provincia, a conferma che i Taliban sono una somma di differenti gruppi e di diverse motivazioni. In molti villaggi, nottetempo hanno affisso ai muri lettere che promettono a chi oserà votare: “Vi decapiteremo con la spada della verità e vi consegneremo alle fiamme dell’inferno”.

Ma in alcuni distretti si disinteressano alle elezioni, forse per effetto di accordi sottobanco con questo o quel notabile. Vi sono circoscrizioni in cui le donne che andranno a votare rischieranno una pallottola. Ma in altre può accadere quanto mi racconta il deputato Shahla Ata, una delle due donne che con altri 36 uomini concorrono nelle elezioni presidenziali: “Ho raggiunto il luogo del comizio con una scorta di Taliban” (ma la Ata discende dalla famiglia reale, cara alle tribù pashtun che sono il serbatoio della guerriglia).

Tutto questo dà il segno di una crescente confusione, in un campo come nell’altro. Perfino il confine amico/amico comincia ad avere contorni incerti. Alcuni candidati cercano i voti dei guerriglieri di Hizb-islami, una formazione alleata dei Taliban che mantiene legami con l’omonimo partito, rappresentato nel parlamento afghano e nello stesso gabinetto di Karzai. Altri si prospettano all’elettorato come i più idonei per convincere il mullah Omar a firmare la pace, lasciano intendere di aver già avviato un dialogo segreto e alludono alla possibilità di un armistizio.

Ma quando li interpelli scopri che i loro contatti con i Taliban si sono sistematicamente arenati di fronte al fatto che gli interlocutori erano divisi e non riuscivano mai a prendere una decisione. Un afgano ben inserito dentro questo canale di comunicazione mi racconta di aver scambiato messaggi con un Talib del vertice supremo, mullah assai vicino all’emiro, e di aver constatato la disponibilità ad un accordo nella cornice della Costituzione, per la quale il diritto delle afgane a studiare e a lavorare è sacro. Ma al momento questa posizione sembra largamente minoritaria nella cerchia suprema di quel caotico movimento, e comunque non impedisce ai Taliban di continuare ad ammazzare donne che osano affacciarsi nello spazio pubblico.

Sicché forse ha ragione Fawzia Koofi, la giovane vicepresidente del parlamento, quando mi dice: “L’unico argomento che può convincere sul serio i Taliban è un bombardiere americano”. In Italia parrà incredibile, ma la Koofi è una femminista e milita nella sinistra.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.