Karachi, 20 Ottobre 2011. Ciao a tutti, vi scrivo da una postazione internet gratuita all’interno dell’aeroporto di Karachi, la capitale economica del Pakistan e principale città del Sindh, nel profondo Sud del Paese. Proprio lì, la Karachi protagonista da alcuni mesi di una escalation di violenze senza pari, dovute a faide tra bande criminali, gruppi etnici e fazoni politiche (intrecciate tra loro in modo talmente indissolubile da formare degli ibridi unici, almeno cosi’ mi e’ stato spiegato da un gentile ragazza pakistana, nata e cresciuta qui). Ho trascorso in citta’ solo la notte di martedi’, in attesa di partire per le zone rurali del Sindh, colpite dalle devastanti alluvioni di agosto e settembre. Non posso dire di averla vista, ma il viaggio di 1 ora e mezza sulle strade caotiche del crepuscolo, l’altra sera, mi ha trasmesso un’immagine chiara, che racconta gli oltre 1.000 omicidi a mano armata avvenuti negli ultimi 6 mesi, cui se ne sono aggiunti altri 5 ieri.

Le carrabili di Karachi parlano di una citta’ sovraffollata, dove si concentrano gruppi etnici di ogni genere, giovani, vecchi, malfattori e uomini di fede. Il traffico e’ molto intenso, anche aggressivo visto che per la prima volta da quando sono in Pakistan, ho notato un motociclista minacciare brutalmente un guidatore di rikshaw con il pugno levato, perche’ infastidito dallo strombazzare. Gli autobus sono intasati a causa del loro scarso numero rispetto all’effettiva domanda dei cittadini, i quali si accontentano di spostarsi restando appesi ad una finestra o arrampicandosi sul tetto dove trovano spazio anche 30 passeggeri. Lo stesso vale per i taxi collettivi o per dei tuk-tuk (una sorta di rikshaw in grado di trasportare una decina di persone), talvolta anche per i carretti trainati da asini, buoi, cavalli o dromedari. Questa citta’ sembra non abbia sosta, e nemmeno pace vista la massiccia concentrazione di truppe della polizia e dei rangers, disposte ad ogni angolo, ad ogni giunzione di strade, ad ogni rotonda, sotto e sopra i cavalcavia, a ridosso delle fabbriche, vicino alle banche o ai centri ‘sensibili’. La misura e gli armamenti delle forze presenti sul territorio mi hanno impressionato. Non si tratta di uomini in divisa con la paletta in mano per moderare il traffico caotico e mettere un po’ di ordine alla viabilita’. Sono soldati in assetto da guerra, con giubbotti antiproiettile, mitragliatori, pistole e un’ottima quantita’ di munizioni. Ogni appostamento e’ sorvegliato da almeno due blindati dotati di torretta fortificata, sulla quale fa bella mostra una mitragliatrice pesante, di quelle che ingoiano proiettili grandi come asparagi tanto per capirci. Di queste immagini se ne incontrano a decine, e credo ormai per gli abitanti di qui costituiscano qualcosa di normale. Sandra, la ragazza pakistana che mi accompagnera’ nelle zone delle alluvioni e’ nata qui, e lei spiega che non esiste soluzione alle violenze in questa citta’, in quanto “Karachi senza faide non sarebbe Karachi”. Lei stessa mi ha raccontato di essere rimasta coinvolta in un attentato dinamitardo, accaduto nel 2005 durante la visita di Bush. All’epoca, quando il rozzo cowboy americano venne ad Islamabad, in molte citta’ pakistane ci furono chiare manifestazioni di sdegno, che da queste parti spesso usano l’eco delle bombe, meglio se indirizzate, come nel caso in questione ad una catena di hotel, a partire dal Mariot. Ebbene, Sandra lavorava in una banca addiacente al sontuoso edificio dell’hotel, e una volta entrata in ufficio, prima ancora di sedersi alla propria posizione ha udito un boato terribile, avvenuto simultaneamente alla rottura dei vetri della facciata rivolta alla strada. Era una bomba, cui lei fortunatamente e’ sfuggita, rimanendo pero’ traumatizzata a causa dello shock. Scontato dirlo, ma credo sia questo il terrore cui veramente questi attentatori puntano… un tentativo di minare la quotidianita’ della gente, rendendo le vite instabili, insicure. Un altro esempio e’ l’hotel in cui sono stato fatto alloggiare a Karachi dall’associazione che mi ha guidato nelle zone alluvionate, lo Sheraton. Un palazzo magnifico (decisamente il posto piu’ lussuoso in cui io abbia mai soggiornato durante un viaggio nel Subcontinente), dove pero’ i prezzi delle stanze risultano particolarmente abbordabili in quanto molta gente si rifiuta di soggiornarvi, memore di un terribile attentato accorso qui anni addietro. La paura rimane sebbene all’ingresso ci siano misure di sicurezza increbili, piu’ avanzate di quelle attuate al Taj Mahal di Mumbai, o nelle citta’ israeliane. Entrare all’hotel con l’auto e’ stato un percorso iniziatico, passato attraverso esami radio, rilevazioni della presenza di esplosivi nell’abitacolo, poi specchiature sotto il veicolo, per riuscire quindi a varcare la prima fortificazione costituita da una sbarra orizzontale di ferro, alta un metro e mezzo, pesantemente zavorrata. Credo non possa essere rimossa nemmeno con un camion. Superato questo ostacolo si entra in una seconda area di controllo, posta sotto torrette fortificate dove stazionano uomini armati di mitra. A questo punto, un nuovo sbarramento in ferro si abbassa dando accesso all’ingresso vero e proprio dell’hotel, cui seguono ripetuti controlli dei bagagli e perquisizioni. Il tutto dura un paio di minuti, e ogni operazione viene svolta dal personale di turno con estrema gentilezza, sfoggiando sontuosi sorrisi. Potrei sbagliarmi, ma le misure qui descritte, viste in citta’, la dicono lunga sul livello di instabilita’ e di incertezza presente a Karachi.

Chiudo sottolineando come Karachi sia senza dubbio una delle metropoli piu’ carismatiche del Pakistan, e nel caso decidiate di visitarla, vi garantisco che lo Sheraton e’ sicuro, le camere magnifiche e ogni servizio curato in modo da staccare per qualche istante i viaggiatori dal rigore del mondo esterno.

Alla prossima

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