Rilanciamo oggi il pezzo e alcune foto uscite sulla rubrica Esodi di EastWest, da me curata. Si tratta di un articolo riguardante l’emergenza umanitaria derivante dall’offensiva all’epoca – e tuttora – in corso a Mosul ovest.  

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Era il 16 ottobre 2016 quando ha avuto inizio la Battaglia di Mosul. Questo il nome dell’operazione volta a liberare la seconda città irachena dai jihadisti dell’autoproclamato Stato Islamico, arrivati senza colpo ferire a giugno 2014. La prima fase dell’offensiva si è conclusa con la liberazione della parte orientale della città, divisa da nord a sud dal corso del fiume Tigri. A seguire, il 19 febbraio è stata avviata la seconda fase diretta ai quartieri di Mosul ovest, la più critica e tuttora in corso.   

Prima dell’avvio delle ostilità, in città erano poco più di 6mila i seguaci del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, mentre il fronte opposto schierava circa 30mila uomini appartenenti alle forze armate irachene, ai peshmerga curdi, alle milizie sciite cui si aggiunge l’aviazione della coalizione a guida statunitense.

L’offensiva per la conquista della parte occidentale della città si è dimostrata più complicata del previsto. Colpa della conformazione della riva destra del Tigri, costituita in gran parte da quartieri residenziali articolati in un labirinto di edifici separati da strette stradine. Condizioni che favoriscono poco un’avanzata rapida, soprattutto per la limitata possibilità d’azione con i blindati. A questo si unisce la strenua resistenza dei jihadisti, la cui strategia prevede imboscate, l’uso di autobombe, attentatori suicidi, il ricorso a cecchini, trappole esplosive e l’uso di quanto rimane degli arsenali ‘ereditati’ all’indomani della conquista della città, in buona parte dirottati sulla campagna siriana entrata nel vivo proprio all’indomani della presa di Mosul.

Sottrarre ai militanti la capitale del distretto di Ninawa equivale a infliggere un colpo durissimo al disegno di Abu Bakr-al Baghdadi, non solo in Iraq. Fu qui, a giugno 2014 che il leader del Califfato proclamò la nascita dello Stato Islamico, consolidando le proprie posizioni in territorio iracheno prima di sfruttare l’occasione offerta dal caos siriano. L’annuncio di Baghdadi fu dato nella moschea al-Nuri, luogo il cui valore simbolico trova conferma nell’ostinazione con cui i jihadisti continuano a difenderlo dalla lenta avanzata irachena giunta ormai a un passo dalla riconquista del luogo di culto.

Per l’Isisi perdere la moschea al-Nuri e Mosul sarebbe un colpo durissimo. Basta pensare che la proclamazione del califfato a giugno 2014 aveva dato nuovo impulso all’impegno dei foreign fighters, i combattenti stranieri, giunti a decine di migliaia dal Maghreb, dall’Europa e dal mondo turcofono esteso sino all’Asia Centrale. Tutto accade tra il 2013 e il 2014, quando l’Isis approfitta della profonda instabilità venuta a crearsi in Iraq e in Siria, forzando la situazione fino a proclamare il proprio Stato, e mettendo in discussione – con i fatti e non solo a parole – i confini partoriti dall’Accordo Sykes-Picot del 1916, con cui Regno Unito e Francia avevano ridefinito l’assetto Mediorientale. Il colpo di mano del califfato è potuto avvenire solo perché si sono create tutte le condizioni ideali. Diversamente, città eterogenee come Mosul o Raqqa (capitale siriana dell’Isis), popolate da centinaia di migliaia di abitanti composta da sciiti, sunniti (a Mosul in netta maggioranza), curdi, turcomanni, yazidi, non avrebbero concesso a un gruppo così esiguo di imporsi in modo tanto efficace e duraturo. Una volta giunto a Mosul, l’Isis è stato accolto dalla popolazione sunnita che ha preferito il progetto al-Baghdadi all’accettazione del governo sciita installato a Baghdad. Diversamente, in assenza di solidi appoggi locali e malgrado la disponibilità di armi e dei foreign fighters, l’Isis non avrebbe mai potuto prendere il controllo di una città strategica e densamente popolata come Mosul.

Campo profughi di al-Khazer1. Foto Emanuele Confortin (21)

Tornando al presente, ciò che complica le cose tra le macerie dell’antica Ninive è la presenza dei civili, il cui numero all’avvio della Battaglia era stimato tra i 700mila e il milione. «Potremmo prendere la città in poco tempo, ma la presenza di tutte quelle persone impone una certa cautela. Daesh le usa come scudi umani e installa le proprie postazioni nelle case abitate», afferma un ufficiale iracheno incontrato in un vicolo sfigurato dagli scontri, a lato di al-Jamhuriya road che costituisce il fronte vero e proprio. Poco più di 50 metri separano le squadre dell’esercito iracheno dai cecchini dell’Isis appostati nei palazzi semidistrutti che segnano il confine meridionale dell’area ancora sotto il controllo dei jihadisti.

L’avanzata via terra è rallentata dalla conformazione urbanistica di questa parte di città, dove i combattenti di al-Baghdadi e i civili vivono in condizioni del tutto simili a un assedio, senz’acqua, cibo, elettricità, assistenza medica e forniture di cibo. «Manca tutto eccetto la farina per il pane» assicura un uomo sulla cinquantina fuggito nella notte da Mosul ovest, incontrato oltre il checkpoint che precede al-Jamhuriya road. Lui e la famiglia hanno trovato una via di fuga, al pari di un altro centinaio di persone, sottraendosi al rigore della città sotto attacco e al pericolo di essere uccisi negli scontri. Sono più di 300 le vittime civili dall’inizio dell’offensiva, 270 potrebbero essere state uccise il 17 marzo a causa di un bombardamento aereo della coalizione a guida americana, avvenuto nel quartiere di al-Jadida su richiesta di ufficiali iracheni presenti sul campo.

Gli uomini di al-Baghdadi hanno l’ordine di ostacolare la fuga dei cittadini, anche sparando se necessario. Perdere il supporto – anche solo fisico – della popolazione, lascerebbe in mano a Daesh una città vuota, per giunta priva di quegli scudi umani di cui sembra i jihadisti facciano ricorso per limitare l’intensità delle incursioni nemiche.

Al-Khazer camp
Al-Khazer camp

«Io e la mia famiglia ci siamo trovati nel mezzo, tra le postazioni di Daesh e le truppe irachene» racconta Jamal Abdullah di 46 anni, sdraiato a pochi passi dalla recinzione che delimita a nord la tendopoli di Asanshan, situata sulla direttiva che collega Mosul a Erbil. È fuggito con la famiglia da Mosul est a novembre, durante la prima fase della Battaglia. «Quando abbiamo alzato bandiera bianca in segno di resa all’esercito iracheno un cecchino di daesh ci ha sparato». Il proiettile ha attraversato la caviglia destra dell’uomo – meccanico, proprietario di un’officina a Mosul est – ferendo anche il piede sinistro. Asanshan è uno dei numerosi campi profughi in cui sono ospitati gli evacuati di Mosul, giunti secondo l’International Organization for Migrations (IOM) a più di 330mila: il 60% si trovano nelle tendopoli; il 26% all’interno di centri provvisori di emergenza; il 12% in case private; il 2% è privo di assistenza o ha fatto perdere le proprie tracce.

Nei giorni del nostro lavoro a Mosul, l’emergenza umanitaria era concentrata – e di fatto lo è ancora – nella tendopoli di Hamman Alil, 30 chilometri a sud di della città, dove ai 40mila presenti, si aggiungevano dalle 8mila e le 12mila persone al giorno. Molti dei nuovi arrivi sono stati dirottati verso altri centri, trovandoli a loro volta al completo. Si è così innescato un esodo interno che rappresenta la vera sfida umanitaria per le numerose organizzazioni attive sul campo, i cui sforzi non sono ancora riusciti a risolvere l’emergenza.

East Iraq-27