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Miniere e impatto ambientale sui Ghats occidentali

Lo storico e giornalista Ramachandra Guha cerca di esporre gli ultimi sviluppi sulla questione dell’estrazione mineraria in India, un tema spinoso che, indubbiamente, coinvolge molti angoli della penisola indiana, il cui dibattito sociale e politico però in questi giorni si è animato vivacemente lungo la striscia montuosa dei Ghats occidentali, al confine tra Andhra Pradesh e Karnataka.

Miniere al confine tra Karnataka e Andhra Pradesh. Foto di M. Ahiraj (The Hindu)

Ramachandra Guha sottolinea come i Ghats occidentali (catena montuosa del sud dell’India) siano luoghi ed ecosistemi di estrema importanza per la vita ecologica e culturale dell’India, al pari del ruolo fondamentale ricoperto dalle vette Himalayane. Con un’estensione che va dal Maharashtra al Kerala, queste montagne sono un serbatoio di biodiversità straordinariamente ricco, declinato dai numersi  fiumi importanti che qui hanno origine e dalla presenza di celebri luoghi di pellegrinaggio. Questa biodiversità sostiene un ecosistema tanto ricco quanto delicato, al cui interno ci sono decine di milioni di agricoltori, pastori, pescatori e artigiani che da queste montagne traggono sostegno per le loro attività. Lo sforzo che Guha cerca di compiere, tuttavia, seppure breve nei contenuti, ma non nella sua formulazione, è quello di dimostrare che da tempo l’integrità ecologica di questo contesto ambientale è stata sottoposta ad un attacco forte, talvolta selvaggio: le attività minerarie a cielo aperto, la costruzione di grandi dighe, così come la spregiudicata  speculazione edilizia nelle mani di grandi gruppi immobiliari hanno portato inevitabilmente ad un degrado ambientale ormai palesemente visibile, così come ad un malcontento sociale, conseguenza naturale di ogni squilibrio territoriale.

Nel marzo 2010, il Ministry of Environment and Forests (MoEF) ha chiesto al professor Madhav Gadgil di mettersi a capo di una Speciale Commissione (Expert Committee) per studiare la situazione dei Ghats occidentali, allo scopo di tentare di elaborare la via migliore per riuscire a conciliare le pretese di ambiente e sviluppo, spesso concorrenti e in antitesi fra loro. Secondo Guha, all’epoca questa fu una scelta saggia, persino ispirata. Gadgil è un ecologo di fama mondiale, nato in prossimità di queste montagne, che ha trascorso la sua vita professionale a fare ricerca sul campo nei  boschi, lungo i torrenti, nei villaggi e campi che si snodano lungo questa dorsale. Inoltre, Gadgil ha la fama di essere definito uno scienziato pragmatico intento non ad  idealizzare la povertà rurale o la “purezza” della natura, ma a cercare di trovare il modo di aumentare la sfera produttiva e reddituale, pur mantenendo la necessaria stabilità ambientale.
Nel corso di questi anni, la Commissione presieduta da Madhav Gadgil ha coinvolto numersi ecologisti facendone dei membri attivi in dialogo sia con i funzionari di governo che con gli attivisti della società civile. Tra marzo 2010 e agosto 2011, la Commissione ha tenuto 14 riunioni al suo interno. I suoi membri hanno viaggiato e soggiornato nell’intera area dei Ghats occidentali, per soddisfare le richieste e i bisogni della più vasta gamma di parti interessate. Ha tenuto, inoltre, otto consultazioni con le agenzie governative, 40 consultazioni con i gruppi della società civile, e ha commissionato 42 relazioni da parte degli esperti. Così che, nel settembre 2011, la Commissione ha presentato al Ministero un rapporto  di 300 pagine.

“Sulla base dell’intenso lavoro della Commissione documentato in questi anni, possiamo essere leggitimati a ritenere -  commenta Guha – che la relazione si presenti esaustiva e bilanciata nelle varie parti considerate, ricca di dettagli e di informazioni. Questo pensiero mi è chiaro proprio perchè il lavoro svolto è quello di scienziati, e non quello di  ideologi invasati”. Se non fosse che, con una mossa incredibilmente miope, il Ministero ha rifiutato di rendere pubblico il documento; o peggio ancora, non si è preoccupato né di dare alcuna indicazione agli autori di questo rapporto, né di di accettare almeno una delle numerose richieste di incontro presentate dal professore Gadgil, tutte rifiutate. La strana segretezza del governo è stata contestata da molti gruppi della società civile che, dall’inizio, hanno seguito gli sviluppi dell’operazione. Un gruppo attivista con sede in Kerala è ricorso alla Central Information Commission (CIC), insistendo sul fatto che la relazione fatta venga rilasciata e resa pubblica. Il CIC ha chiesto al Ministero dell’Ambiente le ragioni della sua decisione, e la risposta (piuttosto ambigua) è stata che gli “interessi scientifici ed economici dello Stato” potrebbero essere pregiudicati se il rapporto fosse reso pubblico.  L’azione del CIC è continuata nell’osservare che se il governo “decide di non accettare le analisi e le conclusioni di un rapporto che esso stesso ha commissionato, il risultato e il valore del documento – che comunque resta un contributo importante – non possono essere disattesi in modo arbitrario. In effetti, continua Guha, la questione sembra molto semplice: se questo tipo di rapporti sono resi, come di dovere, di dominio pubblico, il dibattito tra le parti coinvolte può disporre di tutte le informazioni per aprire un dialogo ragionevole, su base scientifica, che possa gettare le basi per interventi mirati. L’assenza di tutto questo, può far pensare che le decisioni politiche rispondano più ad interessi personali, spesso corrotti, piuttosto che a scelte collettive e comunitarie. Pubblicare la relazione  sarebbe un gesto che darebbe maggiore fiducia al governo e ai suoi funzionari, evitando zone d’ombra dai risvolti a volte nefasti.  Il CIC ha chiesto di farlo al più presto, anche con una pubblicazione sul sito del Ministero, ma quest’ultimo ha scelto di rispondere presentando ricorso in tribunale. Sono così cancellati gli anni di laborioso lavoro di funzionari che dal 2009 tentano di assicurare – o almeno di discutere – un modello di sviluppo che sia sostenibile.

 

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