Articolo pubblicato su Area, bisettimanale di critica sociale, numero 19 del 6 dicembre 2019

Nell’interrato, sotto le assi in legno lisciate dai passaggi, il gregge sembra ancora assopito. All’esterno l’alba si riflette nella brina che circonda il ricovero e dalle fessure tra le pareti filtra la prima luce. Il tetto piatto lascia passare il fumo della stufa, segno che un’altra giornata sta per iniziare. Un rumore secco di chiavistello anticipa l’apertura della porta, poi, sul pianerottolo in pietra compare un uomo minuto, con i capelli grigi visibili sotto al cappello in lana. Si chiama Bakta Badur ed è un pastore nepalese di 70 anni. Come ogni giorno prepara l’unico pasto fino a sera, a base di riso e legumi. Prima però mette a bollire un intruglio per i cani, fatto con gli avanzi del giorno prima, a cui aggiunge della farina e un po’ di latte.

Attorno al casolare ci sono i khanda, i pascoli che si estendono oltre la foresta, tra i 3.500 e i 4.500 metri. Il paesaggio è bucolico: ampie distese d’erba punteggiate da deodara secolari, poi monoliti di granito e vecchi ricoveri per pastori affacciati sul sacro monte Kinner Kāilash, la cui cima supera i 6.500 metri. Siamo in Kinnaur, distretto tribale dell’Himachal Pradesh, stato dell’Unione Indiana situato a ridosso del confine tibetano, nel cuore dell’Himalaya. Per sei mesi all’anno, questo è il regno di Bakta Badur, giunto nell’area in cerca di lavoro e poi rimasto, fino a diventare “il re dei pastori” del Kinnaur. «Sono qui da trent’anni ormai, mi trovo bene a Kalpa e il mestiere mi piace» afferma, facendo scivolare le parole tra le labbra piegate in un sorriso perpetuo. Giù al villaggio e nel resto della valle lo conoscono tutti. Bakta è una sorta di istituzione, un migrante di lungo corso, trattato dai locali come uno di loro, un vero Kinnauri. «Non torno in Nepal da vent’anni. Del resto, non ho una famiglia, solo dei fratelli e alcuni nipoti».   

Bakta Badur a lavoro sui khanda, i pascoli d’alta quota del Kinnaur. Foto Emanuele Confortin

Dopo la colazione arriva il turno degli agnellini, quelli da lasciare nel ricovero in legno e pietra. «Devono mangiare al mattino, dalle madri, poi di nuovo la sera. Non possono salire al pascolo, sono ancora deboli», poi infila le galosce ed entra nell’ovile, affollato da pecore e capre, novanta capi in tutto. Il pastore nepalese non è il proprietario degli animali, ma si limita ad accudirli: «Gli allevatori mi portano ogni anno cinque, dieci capi ciascuno. Arrivano da tutto il Kinnaur e a fine stagione vengono a riprenderli». La cattura dei piccoli dura a lungo, venti minuti almeno. Nell’interrato è buio e gli agnelli si nascondono tra le zampe delle altre pecore. Per questo, Bakta deve spostare una bestia alla volta e setacciare ogni spazio. Per vederci meglio stringe tra i denti una torcia lunga 15 centimetri, consentendogli di avere le mani libere.

Le mani, appunto, quelle di Bakta sono masticate dalla lebbra, contratta quando era giovane, e al posto delle dita si ritrova con due mozziconi simili ad uncini. Questa disabilità non gli impedisce di vivere da solo badando al gregge, a tre cani e a sé stesso. «Faccio fatica a prepararmi da mangiare, soprattutto quando devo chiudere la pentola a pressione», racconta, mimando il gesto con i polsi. È difficile immedesimarsi in lui. Quale e quanta forza di volontà serve per riuscire a vivere e a lavorare da solo, in quelle condizioni? Come può anche solo provvedere alla sua igiene personale o a gestire l’evenienza di un incidente, ad esempio tamponare una ferita da taglio? Dà l’impressione di trovarsi in una sorta di purgatorio, condannato a vivere in autonomia, ma senza poter contare sulle mani. Qualsiasi attività esige da lui uno sforzo aggiuntivo, una straordinaria capacità di reazione alle difficoltà.

Bakta Badur nel suo casolare, accudisce gli agnellini appena nati. Foto Emanuele Confortin

Di lui dicono che è una persona riservata ma gioviale, uno da conoscere per forza, «Tra gli ultimi veri pastori del Kinnaur». Bakta Badur è uno di quelli che i locali chiamano «labourers», uomini e donne di fatica provenienti in gran parte dal Nepal, poi dal Jharkhand e dal Bihar, due degli stati più poveri dell’India. Arrivano dopo lunghi viaggi in autobus, a marzo. Si sistemano in piccoli accampamenti costruiti con materiali di recupero, o in costruzioni in disuso tenute in sesto fino a novembre, per poi ripartire. Molti cercano fortuna come prestatori d’opera a giornata. Attendono l’ingaggio per strada, nei luoghi dove domanda e offerta si incontrano. Per Bakta e gli stagionali di lungo corso è più facile, per loro vale un accordo di continuità stipulato con una stretta di mano e nessuna garanzia legale. «I fabbri sono i più difficili, non pagano facilmente per la custodia delle loro bestie», continua il pastore nepalese, «A fine stagione gli animali stanno bene e sono ingrassati, ma mi accusano di non fare un buon lavoro, dicono che bevo troppo. Se bevo, lo faccio solo la sera quando mangio». Il “re dei pastori” ha comunque un’ottima opinione dei Kinnauri «Mi hanno accettato ormai, sono brava gente e non mi danno più del gurkha per deridermi». Per lui e per gli altri migranti nepalesi, un lavoro tra queste valli è una vera manna dal cielo. «In Nepal c’è molta povertà, qui si guadagna il doppio, non ho alternativa. Il mio lavoro dipende dagli animali. Dove vanno loro devo andare anch’io».

Bakta Badur a lavoro sui khanda, i pascoli d’alta quota del Kinnaur. Foto Emanuele Confortin

Se la disabilità di Bakta lo rende un’eccezione, la vita in Himalaya è dura per tutti. Un osservatore occidentale fatica a comprendere la capacità di adattamento di queste persone. Iniziano la giornata con un po’ di legumi e del chay (tè al latte), segue l’igiene personale, con acqua fredda. «All’inizio è faticoso, poi il corpo prende la temperatura e non si sente più freddo fino a sera», è la confidenza di un ragazzo del Bihar, insaponato e aggrappato alla pompa esterna, con la prima neve di novembre attorno. Si chiama Sunil e ha trovato un «buon posto» nell’azienda che gestisce la rete idrica di Kalpa. D’estate il lavoro inizia alle 7, in autunno alle 8, si va avanti fino a sera. Lo stesso vale per gli altri stagionali, impiegati nell’edilizia o nella manutenzione delle strade, come la National Highway 22 che scorre in prossimità del confine tibetano, conteso da India e Cina. Ebbene sì, l’unica carrabile tra il Kinnaur e lo Spiti è rattoppata da un esercito di manovali, ancora e ancora, a primavera e dopo ogni pioggia, quando frane e fiumi di fango trascinano intere porzioni di carreggiata a fondovalle.

«Qui si guadagna bene, molto bene. Per una giornata arrivo anche a 600 rupie (8 euro) e nei mesi estivi lavoro ogni giorno», assicura Anil, carpentiere che vive con moglie e due figli in una costruzione in cemento alle pendici del monastero Ki gompa, in Spiti. Giunge da un villaggio delle torride pianure del Tehrai, verso il confine meridionale del Nepal. «Pago 300 rupie di affitto al mese, poi qualcosa per il cibo, così riesco a mettere da parte gran parte del denaro. Al mio villaggio, per guadagnare così tanto dovrei lavorare almeno due anni».

Gran parte dei nepalesi si dedica ai lavori agricoli, alla cura del bestiame e al trasporto dei carichi pesanti. Molti trovano il primo impiego grazie a mediatori, cui spetta una percentuale sulla paga. Prendere o lasciare, del resto, al netto della solidarietà reciproca, per gli stagionali non ci sono sindacati o tutele di sorta. I portatori sono facili da riconoscere, indossano il rassi bori, la corda passata sulla testa e usata per il trasporto di carichi pesanti fino 100 chili. «Lavorano più degli asini e costano meno» è il commento di un signore di Kalpa, assorbito come gran parte dei Kinnauri dalla produzione di mele. Il business delle mele ha avuto un impatto tale in Kinnaur (e in molti altri distretti himalayani) da aver trasformato una comunità rurale dedita ad attività agropastorali di sussistenza, in una società in rapido sviluppo. In soli 30 anni, contadini abituati a ottenere dal suolo quanto serviva a sopravvivere, hanno imparato a discutere i prezzi delle partite di mele con i mediatori delle grandi società ortofrutticole delle città. Pertanto, dopo essere stato a lungo terra di diaspora, il Kinnaur è oggi uno dei più ricchi distretti dell’India, Terra Promessa per migliaia di migranti. Questo passaggio epocale è una conseguenza della Melocrazia, ovvero l’imposizione dell’industria ortofrutticola, amministrata dagli autoctoni ma fatta funzionare dai migranti. «La maggior parte degli abitanti assume nepalesi – spiega Nav Negi, 41enne del villaggio di Khanam –, da quando è iniziato il boom delle mele nessuno vuole più svolgere lavori pesanti. Ci sono i soldi? Facile, assumi un nepalese! Non importa se lavora nei campi, nei frutteti o come portatore. Senza di loro non siamo nulla, siamo completamente dipendenti da loro».

Pascoli e meleti si alternano sui khanda, i pascoli d’alta quota del Kinnaur. Foto Emanuele Confortin

Anche la pastorizia è un’esclusiva dei nepalesi e Bakta Badur è tra i più esperti del Kinnaur. La sua giornata segue una logica semplice e lineare, dettata dalle esigenze del gregge. «Devo portare gli animali a bere almeno ogni due giorni, qui l’erba è buona, ma non c’è molta acqua, dobbiamo per forza andare lassù (indica un punto oltre gli alberi) sul Tchaka», la sorgente da cui dipende il villaggio di Kalpa. La salita ai prati dura un paio d’ore almeno. Non c’è fretta e lungo il tragitto le bestie hanno la possibilità di brucare l’erba, spostandosi a zig-zag sul pendio. Bakta sceglie di giorno in giorno le aree da sfruttare. Dipende dalla ricrescita dell’erba, dalla necessità d’acqua e dal meteo. «Per me non fa differenza. Devo salire qui comunque, con il sole, con la pioggia o con la neve. Però se piove, alla sera sono bagnato e fa freddo, anche la legna è bagnata e fatico ad accendere il fuoco. Gli animali hanno bisogno di più attenzioni e tutto diventa faticoso». Poi si toglie il cappello da dove sfila il pacchetto di bidi, mini-sigari diffusi tra i lavoratori. Ne accende uno e aspira con avidità, trattenendo il fumo per qualche istante. Solo allora riprende il suo dialogo con gli animali. Per Bakta è del tutto normale, vive mesi assieme alle pecore e alle capre che protegge, nutre e abbevera. Con i suoi animali ha un rapporto stretto, evidente nel modo in cui richiama, belando come loro. Il suo gregge lo ascolta e risponde ai comandi belando allo stesso modo.

Il copione si ripete di giorno in giorno, senza eccessi, cercando i pascoli dove il verde è più verde, sopportando pioggia e neve, benedicendo il sole. Trascorrono le ore e con quelle i chilometri. Alla fine, come ogni sera, si fa ritorno al ricovero. Gli agnelli ritrovano le madri, Bakta accende il fuoco per cucinare, infine il buio, l’ora di addormentarsi. Domani la brina si riaccenderà al sole e per il “re dei pastori” inizierà un nuovo giorno, in alto, sui khanda del Kinnaur.

 

2 Responses to "Migrare e resistere in Kinnaur Himalaya"

  1. Emanuele Confortin  27 febbraio 2020

    Hi Nav, yes of course, you got it 🙂 … It was a nice time with you in Kalpa, talking about Kinnauri culture and changes undergoing in Kinnaur. My documentary will be ready soon. You’re one of the most relevant interviewed people.

    All the best and CU in July
    Manu

  2. Nav Negi  26 febbraio 2020

    I’m so much happy to see him and specially on your efforts. I can’t read your story but as you told me or we discussed time to time, I got the message.
    Thanks Emanuele & Monika as well for all your efforts.

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