migrantiStamattina, sulla pagina  delle opinioni all’interno del sito La Stampa, la mia attenzione è stata catturata dal titolo che qui si riporta: “Ci sono luoghi dove non è la morte ma la vita ad apparire come un incidente del destino”. Si tratta di una risposta che il giornalista Domenico Quirico, dà alla lettera di un lettore, un lettore attento che si interroga e che, ovviamente, in questo suo interrogarsi pone domande importanti, cruciali, legittime. Come non poter dedicare un pensiero a questa lettera, seppure fugace e subito inghiottito da un tempo che corre inesorabile. Come non dedicare una riflessione personale, anche se del tutto inutile a molti, perché goccia nel mare. Queste le riflessioni che mi sono posta.

Per questo motivo, nonostante indika abbia uno sguardo rivolto a ciò che gli esperti chiamano “questioni asiatiche”, non può sottrarsi a questo tipo di riflessione che coinvolge tutta una parte di mondo da decenni devastata, quel mondo di cui fanno parte migliaia di persone destinate ad un esilio perenne e che della migrazione hanno fatto la loro esistenza. Dal Pakistan al Bangladesh, dalla Siria all’Etiopia, dalla Nigeria al Chad, persone in marcia su rotte che a noi appaiono come linee, ma che hanno  segnato la storia del mondo, e anche la sua geografia. Seppure si parli in ogni caso di migrazioni, o flussi migratori, a cambiare sono le ragioni e le modalità all’interno di uno scacchiere fatto di decisioni imposte, di non scelte. Ringrazio quindi quel lettore per aver messo per iscritto la sua inquietudine e ringrazio il lavoro di Quirico, un giornalista da sempre in prima linea.
Di Domenico Quirico, inviato de La Stampa. (articolo originale)

“Mi permetta di risponderle con un racconto, una emozione personale. In fondo di uomini stiamo parlando non di ideologie, movimenti storici, sociologi: persone, esseri umani. Ho ascoltato in questi anni molte storie di sopravvissuti alle grandi tragedie di questo tempo, un secolo già così precocemente infelice, in quello che chiamavamo il Terzo Mondo. I racconti e le domande si inanellano in una reazione a catena: dai racconti nascono domande da cui nascono nuovi racconti da cui nascono nuove domande… Nessuno di loro fornisce risposte finali definitive, solo un tentativo di capire l’inquietante condizione umana alla fine di un tempo di eccessi inauditi.
Spesso ho avuto l’impressione che quelle persone, i sopravvissuti, i testimoni, le vittime, ancora vivi per un caso, una bizzarria del destino, mi offrissero le loro storie con lo spirito di un naufrago non ancora annegato, ma neppure tratto in salvo, che spedisca un messaggio in una bottiglia; nella speranza, per quanto difficile, che quelle parole possano far del bene a chi le ha scritte e possano un giorno essere utili a qualcuno, da qualche altra parte.
Il mondo e i luoghi che ho visitato in Africa e altrove, che sono la mia storia ma anche quella dell’uomo, pur avendo costumi e memorie storiche derivanti da un lungo passato, hanno in realtà subito una cesura talmente assoluta – carestie, genocidi, violenze – che quei Paesi sono di fatto luoghi mai esistiti prima. La Siria, la Nigeria, il Sahel, la Somalia sono un mondo sospeso dove non è la morte, ma la vita ad apparire come un incidente del destino. I naufraghi del Mediterraneo sono stati uccisi da così tanto tempo che ormai erano morti. Davanti a tutto questo mi sono spesso domandato perché oggi in Occidente nutriamo così poco rispetto per le guerre degli altri popoli”.

Domenico Quirico, inviato de «La Stampa», è stato capo-servizio degli Esteri e corrispondente da Parigi. Ha raccontato le tragedie africane, è affondato su un barcone di migranti nel 2011, è stato sequestrato dai soldati di Gheddafi e dai jihadisti siriani. Ha scritto numerosi saggi, tra cui il recente «Il grande califfato».

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