Indika rilancia l’analisi sul Kashmir scritta per EAST online.

Srinagar, 13 Aprile 2016. Mehbooda Mufti, leader del People Democratic party è la prima donna ad assumere il ruolo di ministro Capo del Kashmir indiano. Lunedì scorso

Il mercato galleggiante sul Lago Dal, Srinagar
Il mercato galleggiante sul Lago Dal, Srinagar (Kashmir) foto Emanuele Confortin

il giuramento, seguito alla morte di suo padre Mohammed Sayeed Mufti (fondatore del PDP coalizione pro-india nell’annosa disputa per il Kashmir) a gennaio, condizione che aveva lasciato la carica vacante e di fatto bloccato la formazione del governo dello stato. La rilevanza dell’avvicendamento politico in casa Mufti non è solo questione di genere, ma riguarda anche l’accordo rinnovato tra la 56enne guida del PDP e il pari grado Nirmal Singh del Bharatiya Janata party (BJP), il partito simbolo della destra nazionalista hindu, guidato in India dall’attuale premier Narendra Modi. Di fatto, è la prima volta che il BJP assurge ad una posizione di leadership in Jammu e Kashmir, stato dell’Unione indiana a statuto speciale, da sempre abitato da una netta maggioranza musulmana e oggetto di contesa tra India e Pakistan. Singh era già stato nominato vice di Mohammed Sayed Mufti all’indomani delle elezioni legislative in JeK nel 2014, sino alle dimissioni dell’ormai defunto leader del PDP, che di fatto aveva creato uno stallo nella vita politica dello stato. Il rinnovato accordo Mufti-Singh rappresenta quindi un continuum dell’intesa raggiunta in precedenza. Per la Mufti, la coalizione con il BJP è una questione di necessità, imposta dalla debole maggioranza conquistata due anni fa, con 28 seggi su 87, rispetto ai 25 ottenuti dal BJP, da cui l’impossibilità di formare un governo stabile. Le divergenze PDP vs BJP su alcuni punti critici della questione Kashmir restano irrisolte. In primis la donna forte della politica kashmira continua a chiedere (al leader maximo del BJP) l’attuazione di misure di distensione e miglioramento delle condizioni in Kashmir, che rimane una delle zone ‘non in guerra’ più militarizzate d’Asia. Poco o nulla è cambiato in tal senso ad oggi, ma a favore della Mufti gioca il risultato politico di aver strappato un faccia a faccia con il premier Modi il mese scorso, malgrado i contenuti dell’incontro restino sconosciuti. Posizioni opposte anche sulla legge speciale che in Kashmir rende militari e forze di sicurezza intoccabili, quindi non perseguibili in caso di crimini, abusi, torture, esecuzioni sommarie e stupri, reati divenuti parte del ‘metodo’ di controllo imposto da New Delhi sul turbolento stato himalayano, e sistematicamente denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani di Srinagar. Lo strapotere dell’esercito in Kashmir viene apertamente criticato dal PDP, in antitesi alla visione della destra di Singh e Modi. Inoltre, il BJP sostiene, in contrasto al partito della Mufti, la necessità di operare una modifica alla Costituzione indiana per porre fine allo statuto speciale riconosciuto al Kashmir, che garantisce autonomia legislativa e di governo.

Di fatto, ad oggi il territorio diviso tra India e Pakistan dalla Line of Control (LoC) resta frammentato e pervaso da gruppi attivi a favore dell’indipendenza del Kashmir dall’India (alcuni sostenuti dal Pakistan), opposti a organizzazioni favorevoli alla dipendenza completa a New Delhi. Inevitabili tensioni e violenze, entrate nel vivo nel 1986 e costate ad oggi quasi 70 mila vittime (quest’anno cade il 30ennale dell’Insurrezione). La presenza delle truppe indiane in Kashmir risale al 1947, anno dell’indipendenza dal Raj Britannico cui seguì la Partizione tra India e Pakistan. In quel periodo il maharaja kashmiro Hari Singh, hindu al potere in un regno a maggioranza musulmana, avrebbe preferito mantenere la guida di uno Stato indipendente, separato da Delhi e Karachi, all’epoca capitale del Pakistan (oggi Islamabad). Nell’autunno dello stesso anno però, ci fu l’insurrezione di alcuni gruppi tribali del Kashmir nord-occidentale e della North West Frontier Province, tra i quali combattenti Mahsud, Waziri, Daur, Bhittani, Khattak, Turis e Swati, che in 5000, armati e assiepati su almeno 300 camion superarono il fiume Jhelum puntando a Srinagar per rovesciare il sovrano hindu. Non riuscendo a fronteggiare la minaccia, Hari Singh chiese l’appoggio militare di New Delhi, che dribblò la richiesta di “aiuto amichevole” lanciata dal maharaja, accettando di intervenire solo in cambio della sottoscrizione del documento di annessione. Firma avvenuta giocoforza il 26 ottobre, seppur a condizione di organizzare un plebiscito nello Stato una volta ristabilito l’ordine pubblico, in modo da consentire al popolo di “scegliere il proprio destino”. In seguito al conflitto tra i guerriglieri – sostenuti dal governo pakistano, che ha sempre negato ogni coinvolgimento – e i soldati indiani, passato alla storia come Prima guerra indo-pakistana, l’ex regno himalayano fu diviso dalla LoC in Kashmir controllato dall’India, comprendente la Valle di Srinagar, il Jammu a Sud e il regno buddhista del Ladakh ad Est, e Azad Kashmir successivamente annesso al Pakistan, esteso a Nord e a Ovest lungo i confini con Cina e Afghanistan. Dalla “rivolta tribale” del ‘47 ad oggi, si sono susseguiti altri tre conflitti.

Ecco che la nomina della Mufti e l’alleanza (per quanto precaria) con Singh, benedetta dall’uomo forte del BJP Narendra Modi, potrebbe innescare una nuova fase nell’evoluzione della questione kashmira, e visto il momento forte della destra indiana, prevediamo abbia carattere hindu-centrico. Opzione cui certamente si opporranno gran parte dei kashmiri musulmani, in particolare le organizzazioni in lotta per l’indipendenza. Del resto, la destra nazionalista hindu vede nel ‘nodo’ Kashmir una questione imprescindibile, per la quale esiste un’unica via: annessione ad ogni costo. Questo a partire dalla dissoluzione dell’articolo 370 che sancisce l’autonomia del governo kashmiro, e l’annullamento della risoluzione 47 emanata dall’Onu nel 1948, per la determinazione del futuro del Kashmir attraverso un plebiscito. Per facilitare le dinamiche pro-India, sin dagli anni Novanta le varie organizzazioni hindu stanno favorendo il turismo religioso in Kashmir, alla riscoperta di luoghi di culto dal forte valore identitario, come la grotta di Amarnath, dove in estate si forma uno Shiva lingam di ghiaccio. Fenomeno temuto e contrastato dal mondo musulmano, temendo un’aggressione culturale, agevolata dal sostegno delle forze militari. Non è un caso, se il crescente afflusso di pellegrini è andato di pari passo alle spinte dei nazionalisti hindu, i quali si rispecchiano nei principi del Sangh Parivar “gruppo di organizzazioni”, come il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, Associazione Nazionale dei Volontari) e Vishwa Hindu Parishad (Vhp, Assemblea Mondiale degli Hindu). Si tratta di attivisti operanti ovunque in India per diffondere e affermare l’ideologia nazionalistica di V.D. Savarkar, di fatto l’ideologo dello stesso BJP di Modi da sempre braccio politico del Sangh Parivar. Fu Savarkar a coniare nel 1923 il termine Hindutva, che definisce hindu “chi considera la Terra di Bharat (l’India) dall’Indo all’Oceano, terra sacra e terra patria”. Su questa base, chi non condivide razza, cultura, lingua e religione deve andarsene, o se indiano accettare la riconversione. Parte da qui l’opposizione incondizionata ai musulmani, ai cristiani e a tutte le fedi non hindu, la cui penetrazione nel sistema sociale è tuttavia facilitata dalla libertà di culto e trasmissione religiosa sancita dalla costituzione.

È ancora presto per capire come e quanto la traballante intesa PDP-BJP andrà ad incidere sulle sorti del Kashmir. Di sicuro non sarà semplice normalizzare la situazione nell’area senza prima alleggerire la pressione militare, e in contemporanea consolidare il dialogo di pace con il Pakistan. Non da ultimo, la condizione di perenne tensione che da decenni affligge l’area favorendo la radicalizzazione degli abitanti (musulmani e hindu), potrebbe causare il rafforzamento dei gruppi ribelli, e non da ultimo la nascita di focolai ultra-fondamentalisti. Non a caso, in più occasioni negli ultimi mesi a Srinagar, manifestanti hanno sventolato davanti alle telecamere la bandiera nera dello Stato Islamico. Un’ulteriore minaccia alla stabilità dell’India, e una sfida importante per Mehbooda Mufti.

2 Responses to "La donna forte del Kashmir e la sfida dei fondamentalismi religiosi. Da East"

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